Sanremo è il “festival della canzone italiana“, non una gara di retorica o di buoni sentimenti. Il testo è importante – non solo l’argomento, ma anche il modo in cui esso è sviluppato – ma lo sono anche musica e arrangiamento.

Le canzoni in gara quest’anno erano abbastanza mediocri, ce n’era qualcuna “interessante” e quasi nessuna “particolare” (ogni riferimento all’assenza di un simpatico complessino milanese è puramente voluta). Secondo molti ha vinto il “più ignorante”.

gabbani festival sanremoPersonalmente, speravo vincesse uno tra Paola Turci, Francesco Gabbani, Ermal Meta o Fiorella Mannoia. I motivi sono precisi. Il brano di Fiorella Mannoia ha un’idea e uno sviluppo non originalissimi. L’arrangiamento musicale si limita ad accompagnare la (ottima) performance canora della Mannoia, senza avere una vita propria. Ma il risultato è comunque godibile. Ermal Meta ha scelto un tema molto interessante e l’ha sviluppato in modo non eccessivamente retorico. Avrebbe dovuto osare anche nella musica e nell’arrangiamento, sganciandosi di più dal “sanremese”,  ma il risultato finale è complessivamente migliore di quello della Mannoia. E, infatti, la Mannoia vince il premio per il miglior testo mentre Ermal Meta quello della critica. La canzone di Paola Turci ha un ottimo bilanciamento tra tema, sviluppo del testo e musica.

Ma andiamo al vincitore: Gabbani ha presentato a Sanremo la canzone con la musica più divertente. Il testo è intelligente e ironico. L’intero brano è, dunque, leggero, divertente, ma non sciocco o “disimpegnato”, riuscendo a far ballare gli stessi “selfisti anonimi” citati nel brano.

Ma siccome l’ironia è una virtù meno distribuita dell’intelligenza, si ha sempre l’atteggiamento tendente a premiare quei brani in cui il tema o la critica sono sviluppati in modo esplicito e immediato – magari pesante e con una musica noiosa –, così da far sentire “intellettuale” chi ascolta e apprezza. Il resto viene bollato come superficiale o “ignorante”. In particolar modo a Sanremo.

Un caso simile si verificò a Sanremo del 2012 con il testo di “Un Pallone” di Samuele Bersani – che, guarda caso, vinse il premio della critica. “Non si può portare una canzone che parla di un pallone a Sanremo!”, dissero in molti. Ora, tralasciando il fatto che Sanremo è quello stesso festival vinto una volta dal tizio che cantava di far l’amore in “laghi, luoghi, universo”, in realtà, il pallone di Bersani era una poetica e ironica metafora dell’Italia. A dimostrazione che il testo poetico, quando è davvero poetico – e non retorico o buonista -, non arriva.

Quindi, l’impegno ironico non “arriva”. Peggio ancora se accompagnato da una musica protagonista e non di semplice accompagnamento. In pratica, secondo alcuni “intellettualoidi”, la canzone impegnata deve essere per forza didascalica, immediata e dalla musica “pallosa” (non nel senso di Bersani). Per definire “impegnata” una canzone basta, dunque, che tratti un argomento importante, o presunto tale, e che sia accompagnata da una musica quasi assente.

La canzone è, invece, un prodotto artistico. Deve intrattenere, deve apparire bella. Se filtra anche dei messaggi, tanto meglio. Ma, prima di tutto deve essere “arte”, sia nella parte testuale che in quella musicale, cercando di tenersi a distanza da luoghi comuni, buonismi gratuiti e intento didascalico fine a se stesso.

A Sanremo, generalmente, trionfano le canzonette d’amore, uguali ad altre mille. Ma attenzione anche qui: se si va fuori dal cliché dell’amore “sentimentale” si è penalizzati nel momento del voto, come è successo a Raige e Giulia Luzi, che proponevano un vero e proprio rovesciamento dei tanti duetti amorosi sanremesi, cantando un amore puramente fisico e sensuale, accompagnati da un interessante arrangiamento, con tanto di “chitarra western”. Qualche volta, invece, trionfano le “impegnate esplicite”. Non hanno quasi mai successo al festival quelle ironiche o quelle con un sottotesto non immediato.

Questa volta, invece, ha vinto Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma, la canzone “alternativa”, diversa in tutto dalle altre in gara quest’anno a Sanremo. Ovviamente, non bisogna ingannarsi: gran parte delle preferenze per Gabbani dipendono dall’orecchiabilità – e ballabilità – del brano, non certo dai suoi contenuti. Ma è proprio questo l’aspetto che rende ancora più intelligente l’operazione: aver realizzato un prodotto godibile a più livelli, capace, dunque, di arrivare ad ampie platee, più o meno attente.

Il festival di Sanremo è questo: lo spettacolo più seguito in Italia e, per tale motivo, capace di raccogliere il pubblico più variegato possibile. Il luogo ideale per raggiungere il “grande pubblico”, possibilmente senza tradire la propria identità artistica. Per poter dire, come ha fatto Gabbani, che l’umanità si sopravvaluta, che la scimmia è nuda, facendo ballare la scimmia stessa, sulle sue note. Prendersi gioco di tutti. Anche dei “tuttologi del web” che crederanno di averne colto il vero messaggio nei loro articoli. Perché, alla fine, siamo tutti delle scimmie nude che dovrebbero imparare l’ironia e l’autoironia.

Pietro Marino

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