Dall’ 8 al 19 febbraio va in scena al teatro Mercadante l’opera Giulio Cesare, dramma storico di William Shakespeare dalle mille simbologie e dai tantissimi significati nascosti.

Basandosi su fatti e documenti reali (“Vite dei nobili greci e romani” di Plutarco) il Bardo  scrisse quest’opera per commemorare quello che fu uno degli atti più ricordati della storia: il tradimento sanguinario di Bruto ed i suoi alleati nei confronti del potentissimo Giulio Cesare. È una storia di lotta per il potere, una storia di conflitti tra le proprie azioni ed i propri principi: Bruto, figlio “adottivo” di Cesare, partecipa alla congiura, nonostante l’amore che lo lega alla persona che ha pugnalato alle spalle, semplicemente perché credeva di fare il bene della propria patria. È una storia di nomi, di uomini qualunque che vengono paragonati a grandi Dei ma che, in fin dei conti, altro non sono che persone in carne ed ossa fatte di sentimenti, paure, fragilità sia morali che fisiche.

È la storia dello scontro tra monarchia assoluta (Cesare) e repubblica (i congiurati), la storia del bene pubblico prima di quello personale; su questo però c’è qualcosa da dire: solo “l’onesto Bruto” non agirà secondo la logica dei propri interessi, tutte le persone al suo seguito penseranno esclusivamente a soddisfare le proprie manie di grandezza.

Nella rivisitazione del regista spagnolo Alex Rigola, che si cimenta nel suo primo lavoro in lingua italiana, il testo di Shakespeare — che con il suo potentissimo linguaggio plasma in maniera sublime ogni discorso — è stato lasciato invariato. Il grande cambiamento è avvenuto nell’aspetto scenico principalmente: Àlex Rigola gioca con gli spazi, con la proiezione di video, coinvolge il pubblico (i discorsi fatti alla plebe al funerale di Giulio Cesare da parte di Bruto e di Marco Antonio sono rivolti direttamente agli spettatori; pubblico ed attori diventano un tutt’uno) e, prima che la tragedia cominci, rivolge allo spettatore, con la proiezione di immagini attualissime un quesito: è giusto ricorrere alla violenza per il bene pubblico?

Sul grande monitor posto sul palco del Mercadante si susseguono tantissime immagini con un denominatore comune: la violenza. Si vedono Hitler, Mussolini, l’ex presidente Barak Obama (premio Nobel per la pace) che durante l’operazione di cattura del terrorista Osama Bin Laden dava l’ordine per la sua uccisione ed, infine, la famosissima foto del bambino siriano Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia a seguito del naufragio di un barcone carico di migranti.

giulio cesare shakespeare mercadante

Il regista dà molto peso alla questione del potere e, con il ruolo di Giulio Cesare impersonato da una donna, Maria Grazia Madruzzato, fa capire quanto questo ormai non prescinda più dal sesso, quanto sia radicato in generale nella mente umana e quanto, pur di arrivarvi, si ricorra ad atti spregiudicati. Ma il ricorso alla figura femminile per un personaggio che originariamente è maschile non è l’unico escamotage tecnico di cui il regista si serve nel Giulio Cesare: Ottaviano, che crea il triumvirato con Marco Antonio, è impersonato da una bambina per sottolineare quanto gli insegnamenti che stanno ricavando le generazioni future siano marchiati dal sangue.

Altra questione messa in rilevanza dal testo shakespeariano e tradotta in maniera realistica e brillante dalla regia di Rigola riguarda la persuasione delle masse. Con i loro discorsi rivolti al popolo di Roma, Bruto e Antonio, anche se appartengono a fazioni opposte, hanno lo stesso obiettivo: far passare la massa dalla loro parte. In questo però Antonio è più bravo e, grazie alle formidabili parole donategli da Shakespeare, l’uomo riesce a sollevare la folla contro i cospiratori, attraverso l’uso di una retorica formidabile. In fondo la storia si ripete, giorno dopo giorno si assiste alla forza della parola cui tantissime persone di potere ricorrono per ottenere ciò che vogliono senza troppi sforzi.

Lo spettacolo si chiude con la ricomparsa sulla scena della figura del bambino siriano Aylan ed il discorso di Marco Antonio che, dopo il suicidio di Bruto, afferma quanto quest’ultimo fosse un vero romano, quanto fosse stato l’unico con un po’ di bontà nel cuore che, pur compiendo un gesto cruento, ha davvero agito secondo quello che credeva fosse il bene comune.

Dopo questo ragionamento tornano in mente allo spettatore, quasi come se fossero davvero riproposte nello spettacolo, le immagini della condanna di Bin Laden e il pubblico allora lascia il teatro Mercadante con ancora la fatidica domanda nella mente: è giusto ricorrere alla violenza per il bene pubblico?

Daniela Diodato

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