Matteo Renzi ha proclamato, durante la Direzione nazionale del PD di oggi, la notizia fatidica: il PD va a congresso.

La decisione, per la verità, già circolava da diversi giorni: se è vero che Enrico Mentana durante l’edizione delle 20 del TG La7 del 9 febbraio ipotizzava che nella riunione odierna del Partito Democratico potessero giungere l’indizione dell’assise democratica e addirittura le dimissioni di Renzi dal ruolo di Segretario Nazionale del partito, fonti parlamentari da noi contattate giovedì 9 ci davano per sicuro l’annuncio del congresso, mentre non era ancora confermata la decisione delle dimissioni della Segreteria di Renzi.
Già nella giornata di mercoledì 8, tuttavia, alcuni circoli ci confidavano di essere stati mobilitati per la corsa ai tesseramenti.

Sarà proprio grazie ai tesseramenti che si giocheranno le battaglie più combattute, quelle fondamentali per definire gli equilibri a livello nazionale: i circoli territoriali dovranno indicare i propri delegati, che a loro volta parteciperanno alle fasi precongressuali a livello di province e Città metropolitane, ed infine regionali; in questa fase conta parecchio l’organizzazione delle varie correnti e la loro radicazione – nonché la capacità di mediazione – e non è da dare per scontata una composizione a maggioranza renziana dell’assemblea nazionale.

Ben più probabile, anzi, una maggioranza “di opposizione” a Renzi, ma che sia in realtà una sorta di “grande coalizione” all’interno del PD: è facile che il Congresso racchiuda una maggioranza di “franceschiniani” e “orlandiani”, mentre in misura minore dovrebbero rilevare le correnti che fanno capo a Bersani, a Speranza e a D’Alema. Se è intuibile che i “giovani turchi” di Orfini, e che chi come Debora Serracchiani ha partecipato alla Segreteria di Renzi, siano in qualche misura indeboliti, tutto da valutare è l’impatto di chi è più radicato sul territorio: Michele Emiliano in Puglia, Pina Picierno in Campania, Sergio Chiamparino in Piemonte, per fare alcuni nomi.

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Il ministro Andrea Orlando

L’ipotesi suggestiva, che emerge in questi giorni, riguarda Andrea Orlando: potrebbe essere l’ex DS spezzino, già ministro della Giustizia con Renzi e Gentiloni ed in passato ministro dell’Ambiente con Enrico Letta, a correre per Palazzo Chigi.

Una mossa di compromesso, che potrebbe trovare l’accordo di Franceschini (lo volle portavoce del PD nel 2008), di Bersani (lo confermò nel 2009), di Fassino (lo portò in Segreteria nel 2006, candidandolo alla Camera), oltre che dello stesso Renzi.

La stessa intervista rilasciata da Andrea Orlando all’Huffington Post lascia aperta la possibilità di una candidatura alla guida del PD al congresso, e conseguentemente alla guida del Paese, facendo altresì intendere un piano di governo in parte già preparato, al netto delle future alleanze.

Simone Moricca