“Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia.”

Malinconia: graziosa agitazione dell’anima, docile inquietudine, lieve angoscia che conforta e non turba, leggerezza di tormenti, indulgenza di passioni. In preda ad essa, l’uomo si aggira in una prigione dalle barriere frangibili in cui sorprendentemente desidera stare, abbagliato dall’ingannevole leggiadria di questa fanciulla bella e triste. In questo spazio dai confini impercettibili, manca il veemente ruggito del dolore, l’ansia struggente degli affanni, lo strazio insopportabile della sofferenza. Tutto collima in una sublime dolcezza della tristezza, in un astratto vagheggiamento e in un’incantata contemplazione del non vissuto. In preda alla malinconia, la mente interroga se stessa, esplora le frontiere di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, fregiando con eterea bellezza le sue raffigurazioni, e cullandosi nel morbido alveo di un’eterna illusione.

E proprio di malinconia si vela una delle più faconde espressioni dell’animo umano: la letteratura. Cospicue pagine attingono a questa fonte ammaliante, seppur gracile, a partire dalla magniloquenza dell’antica Grecia. In origine, infatti, il termine denotava il significato di “bile nera”, volendo designare uno stato d’animo collerico, più che malinconico e Saturno, il dio del tempo e dell’agricoltura, era estrinsecazione di ciò.

Da Aristotele a Orazio, da Leopardi a Baudelaire fino ad arrivare a Freud, la malinconia ha dominato la scena letteraria ed artistica per interi secoli, ammantandosi di diverse connotazioni: melanconia, acoedia, taedium vitae, tristitia, spleen, noia, depressione.

“Chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni e inclina alla malinconia.”

Così scriveva il poeta marchigiano nello Zibaldone, addossando alla melanconia l’accezione di escavatrice della psiche umana, sondando abissi vergini di conoscenza, e conducendo l’uomo sul viale della verità, arduo da percorrere.

“La malinconia, sempre inseparabile dal sentimento del bello”, secondo l’autore de “Les fleurs du mal”, invece, non si agghinda della lieve delicatezza, che oggi siamo soliti attribuire a questo termine. Al contrario, essa si carica del molesto fardello della realtà, della dimensione terrena, assumendo le sembianze dello “spleen” a cui il poeta vuole accanitamente sfuggire per innalzarsi al divino, allo sconosciuto, all’inesplorato. Eppure, egli non riesce nel suo intento, spossato da una martellante disperazione.

“La Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero.”

Molteplici sono le differenze che si stagliano tra i termini “melanconia” e “malinconia”, secondo Freud. L’inventore della psicanalisi afferma, infatti, che la malinconia altro non è se non l’accettazione e l’elaborazione di eventi traumatici, seguite solitamente dall’azione che comporta una vera e propria nevrosi. Più nobile è, invece, la melanconia, che relega il soggetto che ne è afflitto in una posizione passiva, avviluppandolo nell’ordito di un’onirica idealizzazione del passato e iniettando in lui il germe del desiderio di cose impossibili.

Il malinconico altri non è se non chi volge lo sguardo all’immenso mondo che è dentro di sé, crucciato dall’amara consapevolezza che i suoi sogni resteranno sempre ancorati agli ormeggi dell’immaginazione e non approderanno mai alle rive della realtà; è colui che non assapora l’asperrimo gusto del dolore, ma quello dolciastro di un inganno voluto.

Scrive al proposito Pietro Citati:

“Quando la malinconia scende su di noi all’improvviso, la nostra prima sensazione è di essere rinchiusi in un carcere. Il carcere non ha fori, o aperture, o finestre: non ci sono che mura, mura, altissime mura. Non c’è nessuna via d’uscita: nessuna via d’entrata. Siamo lì, e non vediamo nemmeno una pietra, perché l’occhio è fisso verso il nostro interno. Eppure, dentro quelle mura chiuse, la malinconia non smette di sgorgare, di fluire, di inondarci, di farci parlare, talvolta delirare.”

Clara Letizia Riccio