L’arrivo a Napoli, lo scorso 13 febbraio, della Commissione parlamentare di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città e delle periferie è stato, tra le altre cose, un ottimo spunto di riflessione sulla complessa e sfaccettata anima della città.

Che Napoli non sia una città come le altre è ormai assodato. Più che una classica metropoli, è come un grande agglomerato di realtà più piccole, i quartieri, con tradizioni e identità ben definite e radicate. La Napoli di cui tradizionalmente si parla, quella dell’immaginario collettivo, è la Napoli delle periferie, come la Commissione d’inchiesta le definisce.

Il rione Sanità, i Quartieri Spagnoli, i Tribunali, Forcella, sono i luoghi che maggiormente hanno definito i margini della Napoli idealizzata, quella, sì, della pizza e del mandolino, dei bambini per strada che giocano e cantano, delle belle donne corteggiate dai guaglioni un po’ furbi e un po’ poeti. Ma anche la Napoli violenta, della camorra che ammazza e imbroglia, che vive di espedienti, qualsiasi essi siano.

Parlare di degrado delle periferie qui, quindi, non vuol dire parlare di un problema marginale, limitato a qualcosa che non è la città, come il termine può suggerire. Perché, ricordiamolo, Napoli non è il centro storico, come sembrano volerci suggerire le politiche degli ultimi anni.

Ad aiutarci in questa nostra riflessione Gianluca Torelli di Un Popolo in Cammino. Gianluca era anche presente all’incontro del 13 tenutosi alla Basilica Santa Maria dell’Annunziata, in quanto membro di una delle associazioni locali che la Commissione parlamentare ha il compito di ascoltare nello svolgere il proprio ruolo di organo di verifica.

A tal proposito ci ha detto:

“La funzione della Commissione, in pratica, è di ascoltare ed è quello che ha fatto. Noi, certo, speriamo che dalla funzione di inchiesta nasca poi un’azione parlamentare.

In particolare, quello che abbiamo sottolineato noi è la necessità di fare presto. Le istituzioni parlano di tempi lunghissimi. Ci sono tempi dilatati, un anno, due anni, mentre nel frattempo le persone per strada continuano a morire. È questa la cosa che abbiamo evidenziato anche l’altro giorno: provare a rendersi conto delle urgenza che c’è. Non si può pensare di fare una commissione di inchiesta che ci mette un anno solo per fare il giro di tutti i quartieri, poi si ritirano a pensare e poi, forse tra tre anni, fanno qualcosa. Tre anni non ce li abbiamo.

L’idea di Gianluca e di Un Popolo in Cammino su cosa serva oggi alla Sanità (quartiere “visitato” dalla Commissione insieme a Scampia) poi, è molto chiara seppur, chiaramente, indefinita:

“Qui la ricetta non ce l’ha nessuno – dice, infatti Torelli –  e le cose di cui c’è bisogno sono tante”.

Entrati nel tema, il discorso si sposta presto sul problema della criminalità organizzata:

“È evidente che la camorra sia un fenomeno che esiste da secoli e che non ha ragioni soltanto di ordine economico o sociale, ma anche culturale ed è proprio per questo che non esiste la ricetta per sconfiggere la camorra. Di sicuro, però, vi sono tanti fattori che l’alimentano su cui si può agire. Parliamo di disoccupazione, dispersione scolastica e una generale mancanza di presidio del territorio“.

Il punto di vista di Gianluca è facilmente condivisibile. Molte delle persone che si avvicinano al mondo della criminalità lo fanno per disperazione. Non sono pochi quelli che arrivano addirittura a “scusare” il camorrista per quello che fa, guardandola in quest’ottica. Non collegano, però, le azioni del singolo alle conseguenze generate da un sistema in cui esso agisce.

Cosa fare allora? 

“A osservare la Sanità, vediamo un rione in cui c’è l’80% di disoccupazione giovanile e una dispersione scolastica quasi al 50%, per quanto riguarda gli ultimi due anni dell’età dell’obbligo.

Finché non si risolvono questi due fattori non ha senso parlare di legalità e di sicurezza.

Noi pensiamo che servano delle risorse ad hoc per la lotta alla disoccupazione giovanile. Bisogna investire in quelli che sono i fattori di potenzialità inespressa del quartiere e della città in generale, cioè cultura, turismo, agricoltura sociale e rigenerazione urbana. Delle esperienze che sono nate in questo ultimo periodo alla Sanità, quelle delle fondazioni, dimostrano che quando tu costruisci delle buone pratiche e le sostieni, esse funzionano.

Un ottimo esempio, poi, viene proprio dalla sede in cui si è svolta la riunione con la Commissione lunedì. C’è un ragazzo che lavora al bar che si era fatto sei anni di galera. Quando è uscito, a 23 anni, è andato lì a fare la messa in prova e oggi sono tre anni che lavora. Lui non delinque più né vuole farlo, né voleva farlo prima. Semplicemente prima non aveva alternative e adesso ce l’ha.

Bisogna fare questo, bisogna creare delle alternative per questi ragazzi.

Per quanto riguarda la scuola, bisogna intervenire perché se oggi i ragazzi smettono di andarci è perché pensano che sia inutile. Infatti la lasciano negli ultimi due anni dell’età dell’obbligo, quando, evidentemente, pensano di poter cominciare a lavorare indipendentemente dal titolo di studio.

Bisogna aprire le scuole al pomeriggio, ma non basta. Funzionerebbe solo se, contestualmente, si riempissero le attività svolte di scuola al pomeriggio di cose che i ragazzi possono vedere come un’alternativa, perché fare le stesse cose che vengono fatte al mattino non avrebbe senso.

Bisogna costruire una didattica diversa. Noi a gennaio al ministro De Vincenti abbiamo fatto una proposta: togli le camionette dell’esercito e al loro posto metti dei punti con gli educatori di strada. Anche sul piano simbolico la proposta era importante: scambiare la presenza di militari con la presenza di educatori, proprio quello di cui c’è bisogno a Napoli”.

Se, quindi, la camorra non può essere debellata o, quantomeno, non può esserlo nel breve periodo, la prima cosa da fare è arrivare ai giovani, dando loro una scelta e aiutandoli a trovare una strada alternativa a quella che tante volte può sembrare obbligata.

È impossibile, però, evitare il discorso sicurezza. Gianluca, riprendendo la denuncia fatta qualche giorno fa dal presidente della III Municipalità Ivo Poggiani e definendola giusta, ci ha detto:

“Le forze dell’ordine sanno esattamente chi sono le famiglie di camorra, dove abitano e che facce hanno e con la videosorveglianza e col presidio del territorio si possono marcare questi individui quando escono di casa, quando vanno a fare qualcosa. Questo è quello che chiediamo. Siamo contrari alla militarizzazione e alla repressione delle persone perbene, ma le persone di camorra devono essere marcate strette e controllate.

Sì alla videosorveglianza, quindi. Ad essere d’accordo con Gianluca è il nuovo prefetto di Napoli, Carmela Pagano, che durante lo stesso incontro di lunedì ha promesso di attivare le numerosissime telecamere già presenti in città, ma mai messe in funzione.

“Sarebbe stato meglio se prima avesse messo in funzione le telecamere – commenta Gianluca – e poi avesse parlato della loro importanza. Invece ci ha regalato un’altra promessa che ora possiamo solo sperare ed aspettare che venga mantenuta”.

La Napoli di oggi, allora, è sempre quella delle periferie, ma queste stanno cambiando. Adesso c’è chi crede che la città non vada solo raccontata ma costruita passo dopo passo, giorno dopo giorno. C’è chi ha la consapevolezza che i miracoli non si possono fare, che il bene non sconfigge sempre il male ma sa che lo si può combattere ed è pronto a farlo. Come armi chiede solo delle alternative, ma le chiede adesso.

Desire Rosaria Nacarlo

 

 

 

 

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