Yasmine Accardo è la referente nazionale dei Territori per la Campagna “LasciateCIEntrare”, campagna nata nel 2011 per chiedere la revoca di una circolare del Ministero dell’Interno che vietava ai giornalisti l’ingresso ai CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione). Dopo l’abrogazione della circolare, la Campagna “LasciateCIEntrare” si batte per la chiusura dei CIE e per una corretta informazione su cosa accade al loro interno.

La campagna “LasciateCIEntrare” è nata nel 2011 con l’intento di contrastare una circolare del Ministero dell’Interno che vietava ai giornalisti l’ingresso nei CIE, impedendo di fatto la libertà di informazione. Tuttavia, anche dopo la revoca, ancora oggi l’ingresso in questi centri ai giornalisti e alla società civile è ostacolato. In che modo?

«I giornalisti, come la società civile, devono fare richiesta di accesso per poter entrare in questi centri. Quello che sta accadendo è che le prefetture stanno semplicemente negando gli accessi, additando una scusa o l’altra, di solito motivando la loro risposta con “questioni di ordine pubblico”. Ancora peggio delle volte non rispondono proprio. Ad esempio, mercoledì 15 febbraio saremmo dovuti entrare nel CIE di Ponte Galeria e la prefettura ci ha negato l’accesso. Quando ci negano l’accesso, cerchiamo di trovare un parlamentare disponibile a farci entrare. Se non trovi il parlamentare disponibile, a momenti non entri».

Una volta ottenuta l’autorizzazione ad entrare, come vi muovete all’interno dei CIE? In cosa consiste, in pratica, il vostro lavoro?

«Il lavoro consiste prima di tutto nel cercare di parlare con le persone detenute, capire quali sono le loro condizioni e se hanno i diritti base, che normalmente nei CIE non hanno. Poi verifichiamo la possibilità che ognuno venga seguito in maniera adeguata: su questo c’è da dire che gli avvocati afferiscono direttamente alla cooperativa che gestisce il CIE e capita quindi che i detenuti non abbiano la possibilità di scegliersene uno “di fiducia” e non vengono difesi come dovrebbero. Quello che facciamo è, se ci sono cose molto gravi, intervenire e segnalare la necessità di agire in un altro modo, cercare di fare uscire di lì chi non ci dovrebbe assolutamente stare».

Nei CIE viene detenuto chiunque non abbia un regolare permesso di soggiorno. I casi però sono molti e diversi. Chi è che finisce dentro i CIE?

«Bisogna sottolineare che all’interno dei CIE si trovano soggetti diversissimi fra loro: soggetti vulnerabili che non dovrebbero proprio mai entrare in un CIE, come ad esempio persone con disagi psichici o gente appena arrivata in seguito ad uno sbarco e quindi fortemente traumatizzata, richiedenti asilo che dovrebbe entrare in accoglienza, non certo in un CIE! Ragazzi che al compimento della maggiore età sono ancora “stranieri” pur essendo nati in Italia, perché devono rinnovare annualmente il documento e per farlo devono avere un lavoro (motivazione principale), non possono quindi essere disoccupati e rischiano di essere rimpatriati in un paese in cui non hanno mai vissuto. Vittime di tratta; apolidi. Alcune delle presenze all’interno dei CIE riguardano ex detenuti che hanno già scontato una pena e si ritrovano nuovamente dietro le sbarre, per un’identificazione che potrebbe essere fatta in carcere».

E in che tipo di situazioni vivono queste persone? Può farci degli esempi?

«Stiamo conducendo indagini a largo spettro sui CIE italiani e, quando riusciamo a entrare, cerchiamo di informare adeguatamente il pubblico su cosa accade lì dentro. Basta guardare i luoghi stessi in cui queste persone vivono, sembrano detenuti in un carcere di massima sicurezza: ad esempio nel CIE di Restinco (Brindisi) ci sono delle sbarre sopra il campo dove i detenuti giocavano a pallone, che crea un effetto gabbia. Per non parlare delle condizioni in cui vivono: sovraffollamento, mancanza di acqua, caldo torrido d’estate. O ancora, ad esempio, nel CIE di Torino mettevano delle sostanze farmacologiche all’interno dei cibi per farli dormire. Per i CIE inoltre vengono spessi tantissimi soldi (ad esempio quando ci entri dentro trovi 20 detenuti e 50 tra poliziotti e militari all’interno), che però poi non vengono usati per garantire il servizio che dovrebbe essere offerto. In alcuni casi vengono procurate lenzuola di carta, che non vengono mai cambiate né ricomprate e quindi di fatto si disintegrano. Troppo spesso poi i detenuti non vengono neanche informati adeguatamente dei loro diritti o di cosa ci facciano dentro ad un CIE. Questo è l’elemento in assoluto più grave».

Oltre le vostre operazioni di monitoraggio e denuncia delle condizioni dei CIE, promuovete altre iniziative destinate a sensibilizzare la società civile? E a proposito di società civile, crede che fra la gente prevalga la “paura dell’immigrato” o una sensibilità disponibile all’accoglienza?

«Facciamo degli incontri, cercando di informare e di denunciare i casi di mala accoglienza, cercando di avvicinarci anche alle scuole, dove bisognerebbe concentrarsi di più per sensibilizzare sul tema. Purtroppo quello che si riscontra è un generale malcontento, che ha origine però da una pessima accoglienza. La gente non li vuole e aumentano i casi di malcontento, rifiuto di accoglienza, aggressione, violenza. Ma basterebbe che questi processi legali all’inclusione funzionassero per far comprendere alla popolazione che non è un problema. In alcuni paesini sono le stesse persone che ci vivono che segnalano i problemi e cercano di sensibilizzare, in altri questo non accade e la gente semplicemente non vuole i richiedenti asilo».

Oltre a chiedere la chiusura dei CIE, proponete dei percorsi alternativi per gestire in maniera diversa la fase dell’accoglienza?

«Stiamo cercando anche di andare a parlare con gli enti locali, per fare in modo che entrino nello SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e i Rifugiati), per creare dei percorsi, degli sportelli, dei luoghi di dialogo. Ma è difficilissimo, perché alcuni sindaci non accettano il dialogo in partenza e anche quando c’è bisogna lavorarci molto. E questa è una cosa che si sarebbe dovuta fare molto tempo fa: anticipare l’arrivo delle persone e creare momenti di incontro con la cittadinanza, cose che non sono state fatte, fare in modo che la città si senta partecipe delle cose».

Un’ultima domanda: come giudica l’operato del governo italiano dal punto di vista della gestione del fenomeno migratorio?

«Il governo italiano non solo non se ne occupa, ma non fa altro che peggiorarlo. La caccia ai nigeriani, l’aumento del numero dei CIE, la creazione indiretta di una massa enorme di irregolari (le persone uscite dai CIE con un foglio di via) che continueranno a lavorare in nero e a entrare nelle sacche di criminalità. L’ultimo accordo con la Libia è vergognoso: il nostro governo ha firmato un memorandum con un presidente non riconosciuto. Stiamo parlando di un respingimento in mare, che manda all’aria tutte le sentenze precedenti che lo vietavano. È un governo che delinque».

Intervista a cura di Elisabetta Elia

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