Il 15 febbraio si è celebrato il matrimonio commerciale tra Europa e Canada: con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astenuti, il Parlamento Europeo ha detto “Sì” al CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), aprendo le porte al più importante trattato commerciale di libero scambio dal 1992, quando Stati Uniti, Messico e Canada firmarono il NAFTA, che ora Donald Trump vuole smantellare.

Contrariamente all’ondata protezionista che sta attraversando l’occidente – si pensi al fallimento del TTIP, l’accordo gemello con gli Stati Uniti, e l’uscita di Washington dal TPP (accordo transpacifico) –, Bruxelles ha deciso di posizionarsi «dalla parte sbagliata della storia», come ha dichiarato Greenpeace in un comunicato stampa. Ha deciso, cioè, di non mollare la presa e scommettere sull’alleata d’oltreoceano: ora basterà  la ratifica di Ottawa e il 95% dell’accordo sarà realtà già da aprile, mentre una piccolissima parte dovrà aspettare il consenso dei 38 parlamenti nazionali e regionali europei. Lo scorso ottobre, era stata proprio una piccola regione del Belgio, la Vallonia, ad aver tenuto temporaneamente in ostaggio il CETA, bloccando un trattato internazionale riguardante 500 milioni di consumatori.

In un’impresa degna di Davide contro Golia, dopo dieci giorni di pressioni diplomatiche, il parlamento è riuscito a far introdurre tre «dichiarazioni interpretative» giuridicamente vincolanti, lasciando, però, il testo del trattato sostanzialmente intatto. Dunque, a differenza del destino nefasto riservato al TTIP, era chiaro già da qualche mese che il CETA si preparava ad affrontare i suoi ultimissimi passi diplomatici verso la realiazzione definitiva.

Non tutti festeggiano la sua marcia trionfale verso la meta: mentre il “Sì” conquistava l’aula di Strasburgo, fuori un gruppo di manifestanti protestava con forza contro un «cavallo di Troia» che rischia di danneggiare l’economia e i consumatori europei. Trasversali le polemiche anche dentro lo stesso euro-Parlamento: contrari il gruppo nazionalista Europa delle Nazioni e della Libertà (di Marine Le Pen e Matteo Salvini), quello antieuropeista Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (M5S, UKIP), ma anche il gruppo Sinistra Unitaria Europea e una parte dei socialisti.

Il CETA rappresenta un altro trattato “della discordia”, più silenzioso dell’odiato TTIP, ma con effetti molto simili. Uno dei primi e più importanti obiettivi è l’eliminazione del 99% delle tariffe doganali esistenti tra Unione Europea e Canada. Inoltre, consentirà alle imprese europee di presentarsi alle gare per gli appalti pubblici in Canada, e viceversa; ci saranno nuove regole sul copyright e sarà stabilito il reciproco riconoscimento dei titoli professionali e dei marchi. Per esempio, il Prosciutto di Parma si chiamerà così anche in Canada con lo specifico marchio ‘Parma’, mentre attualmente il nome è detenuto dalla società canadese Maple Leaf.  In questo modo, sarà garantita la protezione legale per molte eccellenze italiane, soprattutto quelle enogastronomiche, esportate in tutto il mondo. Ecco perché  il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha accolto l’approvazione del CETA come «un’eccellente notizia».

Fino a qui tutto bene. Ma ci sono molti altri aspetti, più controversi e problematici, che riguardano soprattutto le previsioni sulle conseguenze più estese e a lungo termine che il CETA potrebbe avere sull’economia e sul lavoro dei cittadini europei. E qui le strade si dividono radicalmente: c’è chi, come la Commissione Europea, sostiene che l’accordo «una volta applicato offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa»; ma c’è anche chi arriva a conclusioni opposte, che parlano di perdita consistente di posti di lavoro e di rischio per i consumatori. Per questi critici, il CETA nasconderebbe un lato tutto fuorché vantaggioso per l’Europa e molto pericoloso per la sua ricchezza agroalimentare e per la sua economia. In particolare, le preoccupazioni sono rivolte ad un possibile abbassamento degli standard di sicurezza e di protezione dell’ambiente. Inoltre, proprio come per il TTIP, c’è la questione del dibattutissimo – e ancora opaco – “Isds”, il meccanismo di tutela degli investimenti, che prevede la creazione di una corte speciale (tribunali arbitrari) a cui le multinazionali possono rivolgersi se ritenessero che un ente continentale, regionale o locale abbia preso provvedimenti legislativi lesivi verso loro profitti. Per molti questo controverso aspetto chiama direttamente in causa il tema della democrazia e della sovranità di ciascuno Stato.

Così, anche diversi socialisti hanno deciso di non votare a favore del trattato, nonostante le indicazioni del gruppo. Tra questi, l’europarlamentare italiana Elly Schlein, che in un post pubblicato sul sito di Possibile, ha spiegato le motivazioni che l’hanno spinta a votare contro, specificando che «Dire NO al CETA non ci rende simili a Trump, non ci rende né protezionisti né isolazionisti, perché la differenza sta nella risposta che si vuole dare davanti ad un’analisi critica degli effetti della globalizzazione sregolata. Questa risposta non è quella dei muri di Trump, ma non può nemmeno essere la continuità con gli errori già fatti, e con un modello di sviluppo e di commercio che ha contribuito a produrre i disastri e le diseguaglianze attuali. Peraltro, non è che senza il CETA si fermi il commercio internazionale. Si poteva e doveva negoziare meglio, e con maggior trasparenza e coinvolgimento del Parlamento, di tutti gli stakeholders e dei cittadini sin da principio».

Rosa Uliassi

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