In contrapposizione alla sfarzosa arte tradizionale, l’Arte povera irrompe nelle sale italiane negli anni ’60 come baluardo di una società-archetipo perduta, o meglio corrosa dal conformismo. Usando materiali semplici come ferro, legno, terra, scarti, plastica e stracci, questo nuovo filone artistico promuove un’arte che si accosti quanto più possibile al reale e che non provi a vincere i comuni limiti spazio-temporali: l’arte non è immortale né tanto meno invincibile e, come ogni realtà vivente, subisce l’ineluttabile peso del destino. Ha principio e una fine: come il piede di lattuga, schiacciato da due pietre e inevitabilmente in deperimento, della Scultura che mangia di Giovanni Anselmo; o come il  pappagallo vero fissato su tela grigia (1967) di Kounellis, che avrebbe dovuto dimostrare quanto la natura, seppure beffarda, fosse sorprendete più di una qualunque riproduzione ben fatta.

Arte povera- Kounellis
Scultura che mangia, Giovanni Anselmo

Jannis Kounellis, quindi, fu grande nell’ Arte povera senza trovarvi la propria  fine; anzi, la rese il suo più grande successo passando alla storia tra gli indimenticabili.

L’inaspettata scomparsa dello scultore, venuto a mancare lo scorso 16 febbraio, ha commosso l’intero mondo dell’arte, che l’ha pianto sentitamente il giorno seguente nella camera ardente per lui allestita nella Sala Protomoteca, al Campidoglio.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: chi era e cosa ha fatto Jannis Kounellis?

Di origine greca, l’artista si trasferì a Roma, nel giorno di Capodanno, dopo essere stato rifiutato dalla Scuola di Belle Arti di Atene nel 1956. E fu subito amore. Naturalizzato italiano, accrebbe la sua bravura nelle scuole della capitale, debuttando con una prima mostra per la galleria romana “La Tartaruga”, nel 1960.

Nel 1967 cominciarono ad essere evidenti i punti di adesione alla corrente dell’Arte povera, così definita dal critico Germano Celant per il quale consisteva “nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi”.

Esponente e allo stesso tempo precursore della nuova arte, Kounellis mise a dura prova la fede conservatrice dei suoi osservatori. Puntando ad un diretto rapporto tra opera e ambiente espositivo circostante, cercava una ricezione sensoriale immediata ottenuta da elementi primitivi, i soli protagonisti in scena, che si rivelavano essere la chiave interpretativa di un presente altrimenti incomprensibile.

Una disarmante tempestività comunicativa che tradusse nelle sue opere:in primis,  Alfabeti, ovvero segni tipografici in monocromo scuro, ingranditi, posti su sfondo chiaro e riordinati in senso logico; Cavalli (1969), per cui la stanza della galleria divenne una vera e propria stalla, dove gli animali erano veri e legati alla parete come quadri; a San Benedetto del Tronto, sempre nel 1969, serrò con una porta di materiali fortuiti l’ambiente che gli era stato fornito per la propria esposizione, a sottolineare il disappunto verso un’arte mercificata e servita ad una società superficiale e consumistica; morte e dissipatezza nella sua performance del 1972, quando si fece trovare seduto con solo una maschera, accompagnato da un flautista che celebrava una tavola sacrificale con sopra resti di una statua classica e un corvo impagliato. E, nel 2002, con Atto unico, Kounellis invase i corridoi e le stanze della Galleria nazionale di arte moderna a Roma, con le note “cotoniere”, sacchi di iuta, e blocchi di pietre: unico nella sua irripetibilità.

Arte povera- Kounellis
Atto unico, Jannis Kounellis

La pesca dal reale, dei soggetti quanto dei materiali, congiungeva l’artista con la sua creazione che non è un infimo rewind della natura ma un vero e proprio lavoro ex novo. L’opera nasce dalle ceneri del passato, calpestate di generazione in generazione che ne hanno perduto il senso e rinasce, dunque, nelle vesti di un qualcosa di tremendamente semplice e vivo, ma pur sempre vittima del deterioramento. L’arte non raffigura, l’arte è.

Cosa? Vita.

A detta di Kounellis, “Niente è più mitico del fuoco, niente è più mitico e greco della lana: il filo delle Parche, le capre e i pastori, le zampe irsute dei satiri e di Pan”; simbolo della rigenerazione e della trasformazione, il fuoco persisterà in tutta la sua produzione, forgiando anche la sua famosa Margherita.

Arte povera- Kounellis
Margherita di fuoco, Jannis Kounellis

Il fuoco, dunque, avvolge le trame del destino che non è dato da conoscere ai comuni mortali; il tempo scorre immemore di antichi pastori al pascolo che fischiettavano esametri. I satiri rievocano dimenticati cortei bacchici e ferventi danze di Baccanali mai conosciuti. Pan, con il suo flauto magico, richiama tutti all’ordine e c’è chi ha evidentemente seguito il richiamo.

Pamela Valerio