A poco meno di un mese dallo sciopero internazionale delle donne programmato per l’8 marzo, a Buenos Aires si è svolta una manifestazione di protesta per la parità di genere contro la legge che vieta il topless.

Migliaia di donne si sono presentate a seno scoperto presso la piazza dell’Obelisco per reclamare il diritto alla sovranità sul loro corpo. La protesta nel cuore pulsante della città avviene in risposta a quanto accaduto nella spiaggia della vicina Necochea lo scorso martedì, quando tre giovani ragazze in topless sono state invitate dalla polizia locale ad abbandonare il bagnasciuga.

Secondo la cronaca alcuni bagnanti avrebbero denunciato le tre donne, colpevoli di aver violato la legge del codice civile che vieta la pratica del topless nelle spiagge, e queste ultime avrebbero desistito all’invito della polizia, sostenendo di poter disporre autonomamente del proprio corpo.

La discussione tra la polizia e le donne non ha tardato ad attirare alcuni passanti, che sono intervenuti a loro volta nella discussione, tanto che nel giro di pochi minuti i toni hanno iniziato ad alzarsi da entrambi i lati: tra chi si dichiarava a favore e chi contro l’espulsione dalla spiaggia. La vicenda si è conclusa con l’arrivo di un’altra quindicina di agenti e di sei volanti della polizia locale, che al fine di ristabilire l’ordine tra i bagnanti hanno convinto le donne ad abbandonare la spiaggia.

Il sindaco della cittadina di Necochea, Facundo López, non ha tardato ad esporsi in favore delle bagnanti espulse, dichiarando:

«Tutti sappiamo che stare in topless in una spiaggia pubblica rappresenta una contravvenzione, tuttavia non è un fatto tanto grave che necessita di sollevare tutto questo clamore. La legge che vieta il topless è obsoleta, e sono più che disposto alla sua modernizzazione. Oggi è quantomai necessario avere una mente aperta.»

Quello di Necochea è un fatto di cronaca fra tanti, nessuna violenza di genere, nessuna aggressione della polizia, semplicemente l’attuazione di un protocollo standard per il rispetto della legge. Quindi per quale motivo migliaia di donne si sono mobilitate per esprimere il proprio sdegno a seno scoperto?

L’abolizione della legge sul divieto del topless è davvero una questione tanto urgente da richiedere una manifestazione apparentemente posta sullo stesso piano della rivendicazione della parità di genere?

Molti attivisti così come molte femministe risponderebbero con un secco no, valutando la manifestazione dello scorso martedì come una risposta eccessiva di un gruppo di femministe arrabbiate, priva di qualsiasi risonanza e senso politico, insomma una protesta un po’ demodé che non farebbe che rinforzare lo stereotipo delle femministe viste come un gruppo di intellettuali annoiate senza nulla di meglio da fare che scendere in piazza per bruciare i loro reggipetti in nome della parità sessuale.

In realtà la stessa manifestazione potrebbe essere letta in modo propositivo come portatrice di un sentimento molto più forte della noia e molto più complesso della semplice rabbia, con radici profonde e un’idea politica ben definita. La manifestazione ribattezzata dai quotidiani locali come “Tetazo” non è legata solo al voler abolire la legge contro il topless, ma al voler reclamare il diritto di ogni donna di poter decidere sul proprio corpo. In questo senso anche il diritto a scoprirsi può diventare motivo di una lotta emancipatoria della donna per il conseguimento della parità di genere.

La questione può essere giustificata in modo molto semplice: l’uomo può tranquillamente prendere il sole in spiaggia a petto nudo, una donna no. Si può parlare di una disuguaglianza effettiva tra uomo e donna in questo senso? Sì.

Ciò in quanto se il genere di un soggetto determina misure specifiche di controllo attuate attraverso leggi censorie, che non valgono invece per il sesso opposto, siamo dinnanzi non a una legge volta ad abbattere la disuguaglianza ma a preservarla. Dovrebbe inoltre far riflettere il fatto che negli ultimi vent’anni l’opinione pubblica non sembra essersi mobilitata troppo contro la sessualizzazzione e la mercificazione estrema del corpo della donna, avvenuta soprattutto ad opera dei mass media.

Dunque l’emancipazione della donna o, meglio, la lotta per la parità di genere può passare attraverso un seno scoperto?

Ebbene, a scapito del clamore destato da simili iniziative, la parità di genere potrebbe essere ottenuta anche attraverso l’abbattimento dello scandalo legato alla nudità femminile. La contraddizione rappresentata dalla simbolizzazione del corpo femminile da un lato e dalla sua mercificazione totale dall’altro dovrebbero far pensare a quanto, all’interno di una società che si dica civile, il genere non dovrebbe esercitare nessun peso per quanto riguarda la libertà di espressione, l’accesso ai diritti e l’esercizio dei doveri.

Le donne argentine in questo senso stanno conducendo una dura battaglia a favore della parità di genere, e a quanto pare questa lotta coinvolge più fronti, tra cui anche quello della riappropriazione del proprio corpo. È forse possibile azzardare che sia proprio da quel falso perbenismo bigotto di coloro che urlano all’oltraggio nel vedere una donna in topless o, perchè no, una donna allattare in pubblico, che nasce il giustificazionismo della violenza di genere. Dopotutto sono le piccole disuguaglianze di genere, in particolare quelle legate alla differenza biologica tra i corpi, che potenzialmente possono insinuare il seme della violenza di genere.

Il Tetazo forse in modo diretto e polemico vuole aprire gli occhi a questo riguardo, e mostrare come anche la lotta per il topless sia urgente e necessaria. Manipolare un tratto fisico di per sé naturale e bollarlo come “da coprire” è il primo passo per fare di tale caratteristica un tratto discriminante rispetto alla propria libertà personale. Questo, le donne argentine sembrano proprio non volerlo accettare.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.

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