Le bufale on line sembrano essere divenute definitivamente oggetto di discussione pubblica. Nel nostro paese come altrove nuovi argomenti rinfrancano le analisi critiche e talvolta interessate di chi alla storiella del democratico web 2.0 non ha mai creduto.

Troppe le calunnie che varcano i portali e finiscono sui social, dove si diffondono quasi fossero un morbo, seppur passeggero. Una febbre di click che perdura uno o due giorni.
Capita che la bufala sia inventata con il solo scopo di guadagnare dai proventi pubblicitari che crescono proporzionalmente alla sua diffusione, e capita anche, come si pensa in America, che ogni singola fake news sia il tassello di un mosaico ben orchestrato da esperti di comunicazione, che come novelli Shahrazād snocciolano brevi ed efficaci racconti, non per salvarsi la vita ma per fare opinione.
Si deve correre ai ripari. Questo il pensiero fisso di chi si sta ergendo a paladino della verità e della corretta informazione anche nel Belpaese, il diritto alla libertà d’espressione deve essere limitato dal diritto all’essere bene informati. Un proposito nobile, forse arrivato leggermente in ritardo rispetto al monito lanciato nel 2013 dal World Economic Forum, che tra i più grandi rischi futuri legati alle nuove tecnologie aveva citato la disinformazione.

Una nobile sfida in un paese in cui l’italiano è stato imparato con la televisione, in cui non si scrive, e nel quale nel 2015 il 50% della popolazione non ha mai sfogliato un giornale. Cattive abitudini che finora non hanno preoccupato nessuno fra le alte sfere pubbliche, ma solo gli addetti all’editoria. Ne è stata la dimostrazione, agli albori del millennio, il supermercato degli allegati che le testate nostrane dovettero inventarsi per incrementare un po’ i fatturati. Libri, ma anche stoviglie e fucili ad acqua furono compresi nell’offerta giornalistica, senza che mai venisse in mente a qualcuno di risolvere il problema delle vendite in altro modo.
Ora però è tutta un’altra storia, la presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato il suo appello “Basta Bufale”, al quale è possibile aderire con un semplice click. Una campagna di sensibilizzazione che richiama alla collaborazione le istituzioni pubbliche del nostro paese, al fine di garantire un elevato livello di alfabetizzazione digitale.
Ma analizziamo anche quali altri metodi sono stati ipotizzati per risolvere l’annoso problema, partendo dalle controverse dichiarazioni del presidente dell’Antitrust Pitruzzella.

QUALI STRADE

In origine fu Pitruzzella, con le sue dichiarazioni al Financial Times, a sollevare al livello del dibattito istituzionale l’ostilità diffusa nelle alte sfere verso le fake news.
Presentò il web come «un far west» da regolare, aggiungendo che queste regole dovevano essere fissate dal settore pubblico, e non da multinazionali quali Facebook o Twitter.
Prefigurò quindi una rete di enti nazionali deputata a controllare che il materiale circolante on line non compromettesse il bene superiore, quello pubblico, e che fosse autorizzata ad intervenire on line in breve tempo per rimuovere contenuti diffamanti.

Beppe Grillo allora, sentendosi “nella pancia del web”, ovvero descrivendosi come uno fra i pochi eletti ad aver compreso le logiche della rete, ribatté immediatamente proponendo un altro tribunale del web, ma popolare, al quale giudizio sottoporre oltre che le presunte bufale del web anche le presunte bufale di carta stampata e televisione.

È arrivata quindi, recentemente, la proposta di legge con prima firmataria Adele Gambaro, ex-M5s ed ora fra le fila del gruppo ALA-Scelta Civica.
Il testo prevede sanzioni che possono toccare i 10 mila euro e reclusione fino a due anni per chi pubblichi o diffonda (come se fosse la stessa cosa) “notizie false, esagerate o tendenziose”, o chiunque si faccia promotore di “campagne d’odio”.
Si immagini ora quante barbare censure potrebbe giustificare quel “tendenziose”, di fatto questa proposta di legge manifesta la necessità percepita di un tribunale della verità.

Arriviamo infine a Laura Boldrini, e al suo già citato appello intitolato “Basta Bufale”.
Per la Presidente della Camera le bufale sono «create ad arte per fini di lucro, delegittimare l’avversario o generare tensioni sociali».
Il suo appello non ha alcuna valenza legislativa, chi firma fa solo presente che come cittadino vuole contrastare il proliferare delle fake news. La stessa Boldrini ha infatti dichiarato: «Al termine della sottoscrizione consegnerò le firme al mondo dell’informazione, alla scuola e alle università, ai social network e alle imprese. Chiederò loro quali iniziative e misure intendano prendere per arginare il problema delle false notizie», aggiungendo di non credere né ad “Autorità pubbliche anti-bufale” né a “Tribunali del popolo”.
Insomma, il suo appello è solo un invito alla discussione, senza peraltro che le firme ivi apposte certifichino un consenso diffuso nei confronti di una pars costruens, di fatto ancora in fase larvale.
Chi firma lo fa leggendo un testo di poche righe, che contiene fra i pochi spunti interessanti un invito alle imprese italiane affinché non utilizzino i siti di fake news come spazi pubblicitari e una menzione generica del «ruolo cruciale lo possono svolgere i social network, che dovrebbero assumersi le loro responsabilità di media company e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza».

Considerate le soluzioni prospettate, nel prossimo articolo passeremo ad analizzarne la fattibilità.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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