Pochi giorni fa ricorreva il quindicesimo anniversario della morte di Federico Del Prete, creatore e sindacalista militante nello S.N.A.A. (Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti), ucciso dalla camorra il 18 febbraio 2002 per la sua attività di denuncia contro i racket a cui erano soggetti gli ambulanti nei mercati campani. Quasi nessuno sembra ricordare chi Federico fosse.

La storia di Federico

Federico Del Prete era nato a Frattamaggiore ma viveva a Casal di Principe. Faceva il venditore ambulante, vendeva i vestiti al mercato. Aveva sempre militato nei sindacati ma a un certo punto aveva deciso di creare uno spazio che desse davvero attenzione e peso a quei venditori ambulanti spesso “sottovalutati”.

Allo S.N.A.A. e ai colleghi che ad esso si rivolgevano diede tutto sé stesso. In particolare, si impegnò nella lotta ai soprusi e alle sopraffazioni che i camorristi infliggevano ai lavoratori nei vari mercati di tutta la regione. L’attività di Federico, infatti, non si limitò al solo Casal di Principe, ma interessò tutta la realtà campana, persino Napoli.

Fu proprio una delle sue denunce riguardanti un altro comune della provincia casertana ad aver portato alla sua condanna a morte. Nel 2001 Federico aveva denunciato il “racket delle buste di plastica”: i camorristi imponevano, ai lavoratori dei mercati, l’acquisto dei propri sacchetti di plastica, venduti loro a 5 euro al chilo, con un aumento del 300% rispetto al prezzo originale (1,23 euro). Federico aveva lavorato a lungo sulla questione, svolgendo una vera e propria attività di ricerca e di raccolta prove nel mercato di Mondragone.

Grazie al suo lavoro si era arrivati all’arresto di un vigile urbano, Mattia Sorrentino, “beccato” in flagranza di reato, mentre estorceva denaro agli ambulanti al grido di: “Mimì prepara la maglia”.

Sorrentino, si scoprì, aveva conoscenti nel clan La Torre, gli stessi, manco a dirlo, del racket. I soldi estorti andavano a loro.

Federico, il 19 febbraio 2002, avrebbe dovuto testimoniare nell’ambito del processo a Sorrentino. Non ci è mai arrivato: il 18, alle 19.30, i sicari dei La Torre entrarono nel suo ufficio e gli spararono. Sei colpi, alla testa e al petto. Antonio Corvino, pentito di camorra, confessò l’omicidio e venne condannato. I mandanti non hanno ancora ufficialmente un nome.

Vittime mille volte

In occasione di questo quindicesimo anniversario, l’associazione antimafia Sottoterra, in collaborazione con il giornale Cogito, ha richiesto che lo sportello antiracket, inaugurato lo scorso 10 maggio a Frattamaggiore, venga intitolato a Federico.

Oltre all’iniziativa, l’associazione si è anche recata al mercato di Frattamaggiore, oggi sito in via Federico Del Prete (non unica in Campania intitolata all’uomo), per capire chi sapesse chi fosse Federico e cosa aveva fatto in vita. Nessuno lo conosceva.

Un tale destino è toccato a molte altre vittime innocenti di camorra. Com’è che è così facile per noi dimenticarci di loro? La questione è veramente complessa, per cui la “soluzione” non può che essere articolata.

Spesso, va detto, la risposta alla nostra domanda va cercata già da prima che l’omicidio venga compiuto. Torniamo alla storia di Federico, per esempio. Roberto Saviano ha raccontato che nel mese di gennaio del 2002, Federico aveva già subito alcuni atti intimidatori, come l’incendio della sua auto.

“Prima di ucciderlo – disse Saviano – i clan fecero una specie di sondaggio per capire se i giornali avrebbero parlato o meno di lui. Quando ebbero verificato che nessuno ne avrebbe riferito se non i giornali locali, i soliti cronisti di nera, diedero l’ordine di morte”.

Gli stessi camorristi, quindi, danno molto peso all’attenzione che l’opinione pubblica dà o darà alle proprie vittime. Inoltre, è innegabile, la camorra ha un ruolo fondamentale nel cancellare o meno dalla memoria collettiva certe figure.

Ripensando sempre a Federico, l’uomo che a poche ore dalla sua morte veniva già chiamato “eroe”, va sottolineato che al suo funerale non c’era quasi nessuno. I primi, grandi, assenti furono i membri dello S.N.A.A., quelli che durante il processo contro l’esecutore materiale del suo omicidio rinnegarono anche di averlo conosciuto o di sapere dell’esistenza del suo sindacato. La paura dei camorristi era troppa, meglio dimenticarsi in fretta della stessa esistenza di quell’uomo, figuriamoci della sua morte.

Più è stato grande il sacrificio di chi è morto, più è scomodo parlarne subito dopo. Meno se ne parla appena il fatto è stato compiuto, meno se ne parlerà dopo.

Un altro problema (un eufemismo) che ci porta spesso a dimenticarci di molte delle vittime di camorra è il loro numero: sono tante, tantissime. Troppe. Solo nel 2016 e solo a Napoli gli omicidi sono stati 43.

Molti oggi non sanno chi sia Maikol Giuseppe Russo, morto solo il 31 dicembre 2015, che speranze ci possano essere che conoscano un uomo ucciso a inizio 2002?

Non che le narrazioni sul tema aiutino. Difficile non notare come ogni volta che si parla di camorra, sia dal punto di vista giornalistico, sia dal punto di vista letterario, l’attenzione venga rivolta ai cattivi, ai carnefici e ben poco alle vittime.

I nomi dei clan li conosciamo tutti, conosciamo i loro soprannomi e i crimini che hanno commesso. Cosa sappiamo di quelli a cui fanno del male?

Prendiamo ad esempio Gomorra – La Serie, la più famosa e importante narrazione sulla camorra degli ultimi anni. Di vittime innocenti ne abbiamo viste ben poche, seppur riferimenti non siano mancati (la Manu dell’episodio 9 della prima stagione, per esempio, non è altri che Gelsomina Verde, torturata e uccisa dalla camorra per sue presunte conoscenze). Ciò porta lo spettatore, che sia nelle intenzioni dei creatori o meno, a interessarsi alle storie dei camorristi descritti e a cercare tra questi ultimi il personaggio per cui tifare.

L’eroe così non è più colui che non ha paura di morire per fare ciò che ritiene giusto o per il bene di tutti, ma chi fa meno peggio, il camorrista che dopo aver ammazzato torna a casa dalla mamma e la protegge.

In un mondo così e così descritto non c’è molto spazio per Federico Del Prete e tanti altri. Per queste vittime innocenti, spesso accusate di essersela meritata più che apprezzate, non esiste riconoscimento. Se almeno le loro morti fossero servite, per esempio, a mettere fine ai racket o alle sparatorie a Forcella, seppur nell’anonimato, loro sarebbero stati soddisfatti, perché avrebbero ottenuto ciò che avevano cercato in vita: giustizia.

E invece no, niente di tutto questo. Ogni vittima ha una strada intitolata, una scuola, una targa. Un nome che diventa così, se possibile, ancora più anonimo, meccanico. La memoria, paradossalmente, è lontana anni luce da tali iniziative.

Vittime, sempre vittime, mille volte e per mille motivi diversi.

Desire Rosaria Nacarlo

 

 

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