Al fine di approfondire il dibattitto inerente al disegno di legge «per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo», abbiamo raggiunto telefonicamente la senatrice Elena Ferrara, prima firmataria del testo, e affrontato con lei ogni aspetto della questione.

Senatrice Ferrara, inizierei discutendo del testo approvato il 31 gennaio in Senato. Quali misure rendono efficace un disegno di legge per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo?

«Allora, l’impostazione e la chiave di lettura è quella sicuramente della prevenzione. I bambini – sono poco più che bambini – si stanno confrontando con uno strumento molto potente come i social media che li possono mettere in contatto con qualsiasi interlocutore a qualsiasi ora del giorno e della notte. Naturalmente, non è finora sufficiente il tipo di informazione che diamo loro attraverso la scuola, che sicuramente ha un compito fondamentale per gestire al meglio questo ambiente digitale così immenso e ricco di opportunità ma anche di rischi. Noi ci siamo concentrati su quanto i ragazzi possano farsi male tra loro, quindi sugli aspetti legati a una distorsione relazionale per cui i fatti tradizionali del bullismo tradotti sulla rete si trasformano in un fenomeno molto molto più impattante per la vittima o le vittime.»

E i cyberbulli?

«I responsabili di queste condotte sono di fatto spesso inconsapevoli del male che fanno, perché c’è un filtro di mezzo e quindi non riescono a percepire la sofferenza dell’altro, non nel modo dovuto, e spesso anche solo con un like o con un commento gratuito ledono la dignità della persona, la offendono, la rendono fragile, e questa persona entra in una situazione di depressione grave. Le risultanze ci dicono che il cyberbullismo fa molto male: isola, fa cadere in depressione, crea autolesionismo, disturbi dell’alimentazione, eccetera. Noi ci siamo occupati di questo aspetto perché il bullismo tradizionale discriminatorio, che poteva far male, in confronto al bullismo informatico è sicuramente meno pressante: il bullismo informatico non ti lascia mai stare né di giorno né di notte e, anche se cambi scuola, anche se cambi città, ti perseguita.»

Quindi, la prevenzione per tentare di sradicare il cyberbullismo.

«La prevenzione è l’aspetto fondamentale: tutti devono imparare a usare bene la tecnologia, a usarla con la consapevolezza che le dinamiche relazionali, attraverso la tecnologia, possono beneficiare ma anche patire di un fenomeno come questo. Questa prevenzione, però, sarà da fare fin dai primi anni nella scuola, facendo leva sugli aspetti affettivi, relazionali, sulla crescita emotiva, sull’antidiscriminazione, sull’uso consapevole di queste tecnologie; ciò anche per proteggersi, per tutelare i propri dati personali: se so che una mia foto sulla rete non è più mia, evito di pubblicarla. Ma loro non lo sanno, loro non sanno che certe condotte rientrano in fattispecie di reato, anche di reati gravi, quindi queste cose a scuola dobbiamo dirgliele. Sono problemi di cittadinanza digitale, dobbiamo far capire che oggi per questi bambini e bambine non c’è la differenza tra reale e digitale: è tutto digitale. Ma poiché la sofferenza, poi, è una sofferenza reale, bisogna assolutamente fare dei percorsi educativi e formativi.»

Questi percorsi saranno in grado di arginare del tutto il fenomeno?

«In questi errori probabilmente inciamperanno, perché le dinamiche relazionali dell’età evolutiva vedono nella prevaricazione del gruppo, della vittimizzazione e nel pregiudizio anche delle loro logiche inserite nell’autoaffermazione, nel bisogno identitario di sentirsi qualcuno, quindi di avere un gruppo gregario. Immaginiamo in quella platea: se io sono il bullo del cortile ho quattro persone che mi seguono, se io sono il cyberbullo posso avere quattrocento persone che mi seguono. Il consenso, la notorietà esaltano gli aspetti di narcisismo: uno si sente forte, molto molto forte. Poi naturalmente sappiamo che se ha bisogno di quello evidentemente ha un debole. Allora, siccome prevenire è fondamentale, lo si deve fare con un piano che in primis deriva sicuramente dalla scuola: un referente per ogni autonomia scolastica, linee guida che vengono aggiornate ogni due anni da parte del Ministero e che inducono tutte le scuole a fare rete con i servizi territoriali per poter contrastare il fenomeno, che evidentemente può trovare il suo momento di prevenzione e di approfondimento anche con le famiglie nella scuola, ma sicuramente deve coinvolgere anche le forze dell’ordine, l’ente locale, la rete dei servizi territoriali al fine di fare fronte sia negli aspetti di prevenzione che di contrasto.»

Quali altre Autorità coinvolge il disegno di legge?

«Abbiamo un tavolo interministeriale. Al di là della scuola, i soggetti sono tanti e allora è bene che ci sia un tavolo interministeriale incardinato nel Consiglio dei ministri. Ci sono sei Ministeri e le Autorità: l’Autorità di controllo, l’AGCOM, il Comitato media e minori, il Garante della privacy, il Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, e anche le associazioni dei genitori e degli studenti. E anche le aziende, insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, quindi gli Affari Sociali, la Sanità, l’Istruzione, il Ministro dell’Interno con le forze di polizia. E poi il Ministero della Giustizia, dato che la giustizia minorile interviene su questi aspetti nel momento in cui si verificano. Ecco, quel tavolo deve disegnare un sistema integrato di prevenzione e di contrasto. Il tavolo è coordinato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e deve cercare sinergicamente di mettere in atto tutto quello che si può fare per una tutela rafforzata dei minori sulla rete.»

In precedenza, Lei ha citato i possibili quattrocento seguaci del cyberbullo. Qual è il ruolo di questi spettatori spesso coetanei e indifferenti? Anche nel loro caso si interviene attraverso la sensibilizzazione?

«In quel caso sì, la sensibilizzazione ma anche l’informazione. C’è la corresponsabilità in ogni caso: in casi di reato, esiste anche solo se si mette un like, anche quando non si fa niente e si assiste e omertosamente non si interviene. Questo disegno di legge interviene dicendo di aggiornare tutti i regolamenti scolastici e i patti educativi con la famiglia a contenere anche questi aspetti di carattere sanzionatorio o comunque procedure di reinserimento, sostegno alla vittima, eccetera. La scuola non può far finta di niente. Quando avvengono dei casi di bullismo o di cyberbullismo anche chi è astante o colui che mette solo un “mi piace” deve sapere che non è scevro da possibili imputazioni, anche di reato. Se sei lì e sei dalla parte del più forte o addirittura vedi che alcuni filmano e poi postano… quella è pubblicazione assolutamente illecita di video, di contenuti lesivi della dignità di un compagno. A seconda poi di che video sia – il caso di Carolina Picchio insegna – ci sono anche altri reati come quello della violenza di gruppo, della pedopornografia, insomma dipende sino a che punto si spinge quel video.»

Loro sono dunque inconsapevoli delle ripercussioni legali?

«Loro pensano che chi ha filmato non ha fatto niente: ha solo filmato e postato, quindi non è imputabile. Mentre sono una serie di reati assolutamente ascrivibili all’interno della legge sulla privacy ma anche nel codice penale. Quindi i ragazzi vanno sensibilizzati al fatto che la vita digitale non può essere una vita dove non facciamo i conti con l’etica, anzi è l’etica che deve controllare questi aspetti, deve invitarli a farli ragionare sul fatto che la velocità, la rete corre veloce, li induca a dei passaggi all’atto rispetto a degli atteggiamenti di ingiuria, di infamia, di persecuzione che nella vita reale probabilmente non farebbero, ma che lì sono indotti a fare. Credo che siano riflessioni importanti implicanti percorsi di consapevolezza che iniziano da piccoli, ma che almeno fino ai sedici anni è necessario tornare con continuità su questi argomenti, in modo da dare la possibilità di un controllo etico su ciò che stanno facendo pensando di fare semplicemente degli scherzi.»

Lei prima ha chiarito il ruolo che dovranno avere le famiglie e naturalmente l’ente scolastico. Durante il convegno “Felici di navigare, la rete contro il cyberbullismo” organizzato in occasione del Safer Internet Day 2017, si è discusso della necessità di abolire etichette, spesso usate dagli adulti, come “scherzo” e “ragazzata” per riferirsi agli atti di cyberbullismo. Sarà necessaria anche un’educazione degli adulti oltre che dei giovanissimi?

«Assolutamente. E questo è il problema. Da diversi anni mi confronto anche con il mondo delle famiglie e mi rendo conto che viene attribuito uno scarso disvalore a queste condotte, riconducendole a naturali situazioni di sviluppo delle personalità. Rendiamoci conto che i ragazzi che subiscono in modo importante il cyberbullismo pensano al 50% al suicidio e l’11% lo tenta. Per fortuna che la maggior parte delle volte non va a segno, però il tentativo c’è stato, e ci sono anche le morti. Non mi risulta che fosse così rilevante l’impatto psicologico del bullismo tradizionale, che pure faceva male e fa male ancora adesso. Nessuno, poi, vuole pensare che il proprio figlio possa essere bullo, ma a volte anche che possa essere vittima. I genitori tendono a minimizzare il problema, e anche nella scuola si tende a volte a minimizzare il problema. Ma questo non è più possibile adesso con la letteratura che abbiamo, con la richiesta di aiuto anche da parte dei ragazzi. È il momento di reagire, di impostare un programma serio, integrato e immediato, è per questo che la legge è importante: se dovesse essere approvata in primavera, l’anno prossimo sarebbe un anno in cui fare cose ancora più mirate. Non che adesso non si faccia nulla, ma si potrà agire in modo più coordinato, perché se si muovono tutti senza mettersi in rete, non è molto molto efficace l’esito. Dobbiamo muoverci bene e proprio facendo rete nei territori. E le aziende dei new media devono fare il loro dovere.»

Ecco, ci parli dell’interazione con le aziende dei new media.

«Questo è l’altro pilastro del disegno di legge, cioè quello della possibilità per il minorenne di segnalare un contenuto ritenuto lesivo della propria personalità oppure un contenuto che è stato carpito con malizia e pubblicato per mettere alla gogna la persona. Dai quattordici anni in su, il minore potrà rivolgersi direttamente al titolare del trattamento dei dati e chiedere la rimozione di quel contenuto. Ci sono dei tempi massimi: ventiquattro ore per prendere in carico, quarantotto per provvedere; in caso di inerzia si può attuare l’intervento del Garante della privacy. Questo solo per i minori perché i minori, anche a livello europeo, hanno diritto a una tutela rafforzata. Le aziende hanno dato una disponibilità alla massima collaborazione. Questo aspetto della segnalazione, blocco e occultamento dei contenuti credo che per le vittime sia una buona possibilità alternativa a denunciare, o anche a parlarne con i genitori – la segnalazione, adesso, la si può fare parlando con un genitore.»

Concedere loro la possibilità di difendere la propria persona in autonomia può dunque rivelarsi uno strumento tanto efficace?

«Credo che pensare che ci sia uno strumento per la giovane vittima attivabile in modo autonomo anche alle tre del mattino (nel caso si accorga alle tre del mattino dei contenuti lesivi) è comunque efficace sul piano psicologico: non mi sento lasciato solo, qualcuno ha pensato di darmi uno strumento che io uso. Poi è chiaro che la rete corre veloce e quel contenuto andrà avanti. A tale riguardo, bisogna anche dire ai ragazzi di cercare di essere resilienti, e questo vale un po’ anche per gli adulti. Impariamo a essere resilienti, oggi più che mai le gogne mediatiche colpiscono tutti, e i ragazzi, pur essendo più fragili, devono anche attivare queste difese. Poi, è chiaro, se hanno la forza di dirlo ai genitori, di fare le denunce, benissimo, però intanto chiedono al titolare del trattamento di rimuovere i contenuti, lo fotografano e lo chiedono.»

Quali sono le conseguenze previste per gli autori delle condotte lesive?

«Per gli autori di reato c’è la procedura di ammonimento – l’articolo 7 –, che interviene laddove non è stata proposta querela o denuncia. Quindi, si sa nella scuola o si sa nella società o nella palestra o nella parrocchia che ci sono stati degli episodi, che c’è un responsabile o più responsabili, e questi possono essere segnalati all’Autorità di sicurezza che attiva una procedura di ammonimento. Con essa c’è la restituzione delle responsabilità e delle condotte che il ragazzo o la ragazza hanno messo in atto come condotte illecite o non adeguate. A quel punto, si prevedono delle attività riparatorie prima che sia troppo tardi, anche di conciliazione, di mediazione con la vittima per far capire dove c’è stato l’errore. In caso di mancata recidiva col diciottesimo anno cessa anche la segnalazione sulla fedina penale. Se c’è recidiva, a quel punto, parte l’aggravante. Per cui bisogna anche cercare di capire che c’è una giustizia minorile che vuole per prima cosa tenderti la mano, però ci sono comunque i percorsi anche di messa alla prova che non sono una passeggiata.»

Quindi, una responsabilizzazione del cyberbullo.

«Che magari ha assunto delle condotte che sono frutto di una mancata formazione. Quando vado nelle scuole e dico “se voi fate questa cosa qui è reato, rispondete voi, risponde anche amministrativamente la vostra famiglia perché avete arrecato danno alla persona”, loro non se ne rendono affatto conto. Allora, io ritengo che sia opportuno prevenire anche in questo caso piuttosto che farli entrare in un processo penale, e questo lo dice anche la Polizia di Stato, la Polizia Postale e lo dice sicuramente la giustizia minorile. Noi tutti crediamo sia molto più utile per una risocializzazione un percorso riparatorio piuttosto che la denuncia e il percorso penale. Poi, se la denuncia o la querela c’è, si fa il processo. Il processo penale vuol dire un numero di mesi o anni e magari a quel punto la messa alla prova oppure la condanna (se si arriva alla condanna). A quell’età lì fa differenza l’ora, il minuto, figuriamoci gli anni.»

Ha dei limiti o degli aspetti problematici il disegno di legge?

«I limiti sono che dobbiamo fare un salto culturale, dobbiamo pensare che magari le ventiquattro ore per poter avere il blocco di un contenuto sono comunque tante. Noi ci muoviamo in un contesto, che è quello del web, dove chiaramente rischiamo di entrare in quelli che sono dei contenuti in questo momento molto critici che riguardano i conflitti tra la libertà di espressione, da una parte, e la lesione della dignità e dei diritti dall’altra. Ma io direi stiamo sui minori. Tutto il resto è un problema che si sta affrontando, ma intanto i minori si son buttati giù dalla finestra. Cerchiamo di dare a loro, per una volta, uno sguardo d’attenzione, perché saranno loro che sapranno costruire una migliore cultura della cittadinanza digitale.»

Riguardo al “concentriamoci sui minori”, poiché il disegno di legge sarà nuovamente discusso dalla Camera, teme emendamenti che ne mutino una seconda volta le finalità?

«Capisco che questa navetta ha creato aspettative diverse sul testo di legge. Siamo partiti al Senato per un discorso sui minori, poi si è pensato di tutelare tutti e come ho detto prima questo vorrebbe dire entrare in un contesto molto più complesso. Quindi al Senato abbiamo convenuto di ritornare ad una sfera minorile affinché possano essere efficaci gli strumenti che sono stati messi in atto – anche le Convenzioni e i Regolamenti europei ci sostengono in questa direzione. È chiaro che se possiamo fare la segnalazione tutti quanti, la platea 0-99 anni, credo non sia difficile pensare che diventi quasi inefficace la misura. Capisco anche che ci sia l’esigenza di regolare il web, però che lo si faccia in un altro provvedimento, non in questo. Questo provvedimento è relativo al cyberbullismo. Ed è stato pensato per i minori che si fanno del male tra di loro. Se riusciamo a stare in questo recinto forse la norma davvero riesce ad essere incisiva, puntuale ed efficace.»

Tornando un attimo alle aziende dei social media, come rapportarsi con realtà il cui successo è legato alla possibilità di interagire in anonimato? Penso, ad esempio, a un social come Ask, dove ci sono stati casi di minori lesi dalle ingiurie.

«Certo, infatti ha anche perso molto consenso, almeno da noi. Siamo stati probabilmente, in Italia, quelli che hanno aperto più account nei primi mesi, si sono poi verificati casi eclatanti di vittime nella primavera del 2014 e a quel punto c’è stata anche la discesa. In questo caso, c’è anche un aspetto di interesse un po’ trasgressivo, questo fa parte dell’età, quindi l’anonimato, potersi dire delle cose che spariscono, esplorare mondi nuovi, gente che non si conosce. Non possiamo cambiare le caratteristiche dell’adolescenza, dobbiamo però far capire agli adolescenti che lì ci sono dei pericoli pazzeschi e che devono esserne consapevoli. Quei tipi di piattaforma, comunque, hanno chiesto a loro volta di sedersi poi a questi tavoli, perché, guardi, il problema è legato anche alle fidelizzazioni: anche loro, i social media, hanno interesse a non apparire come quelli che non tutelano i minori. Anche se hanno un obiettivo di carattere economico, a quel tavolo, sono certa, siederanno tutti quelli che vogliono fidelizzare e dare risposta anche alle indicazioni internazionali. Da questo punto di vista sono realista ma fiduciosa. Stiamo parlando comunque dei minori, e già adesso vengono sottolineate delle inadempienze di rimozione di contenuti. E lì, le risposte, le aziende le devono dare davanti a una società che su questo non vuole scendere a patti.»

È anche nel loro interesse, come diceva, essere reattive su questo.

«Però è vero che loro hanno già, magari, dei filtri o delle policy, e i ragazzi non le conoscono. Ma neanche gli adulti. Se chiede a che età ci si può iscrivere a Facebook, le daranno le più varie risposte: vuol dire che nessuno ha letto il contratto. Insomma, noi possiamo anche dire che le aziende hanno solo interessi economici, però intanto leggiamo i contratti, leggiamo cosa c’è scritto e prima di iscrivere il figlio di nove anni a Facebook vediamo che dobbiamo contraffare la sua data di nascita. Altrimenti ci sono delle piattaforme pensate per i bambini, per i ragazzini. Almeno in una fase iniziale, cerchiamo di tenerceli vicini, questi figli, magari impariamo qualche cosa anche noi.»

Dunque, un mondo in evoluzione che richiede nuovi strumenti e adeguata informazione.

«Si potrà anche pensare a sensibilizzare ulteriormente sui filtri, così da poter dare i tablet ai bambini sapendo che si connettono solo con alcune cose. Non posso pensare che un bambino di tre o quattro anni veda qualsiasi cosa ci sia sulla rete. Dobbiamo assolutamente cercare di riallinearci, perché chi ancora fa riferimento alle scazzottate nel cortile di casa non ha chiaro che stiamo andando in un mondo che è ben diverso e che sta incidendo sulle nostre vite, ma soprattutto sulle loro vite in modo fondamentale: su quello che sarà la loro occupazione lavorativa, la loro interazione col mondo, su quello che saranno anche le loro relazioni personali. Stiamo attenti, poniamoci subito il problema, fin dall’inizio quando sono piccoli.»

Libero Pensiero ringrazia la senatrice Elena Ferrara.

Intervista a cura di Rosa Ciglio