Quando parliamo di Via San Biagio dei Librai facciamo riferimento al tratto centrale e al segmento più rappresentativo di una delle vie più tipiche di Napoli, quella che nell’immaginario collettivo partenopeo viene etichettata semplicemente come “Spaccanapoli”.

Spaccanapoli o, nella sua denominazione ufficiale, il Decumano inferiore è un’arteria viaria del centro antico di Napoli.

Nel mezzo della città si apre via Spaccanapoli, un rettilineo di più di un chilometro, stretto e vociante, che divide in due l’enorme agglomerato. È il cuore di questa babele della storia. Qui visse e morì Benedetto Croce”.

Con queste parole è descritta Spaccanapoli in “Il prato in fondo al mare”, romanzo dello scrittore e giornalista Stanislao Nievo.

Come si nota in foto, è di una linearità perfetta la stradina che taglia la città in due; questo tracciato assume ben sette denominazioni lungo il suo tragitto; dunque, secondo la toponomastica ufficiale, non esiste alcuna Spaccanapoli. Sono stati gli stessi napoletani a ribattezzarla così, per fare riferimento alla precisione quasi geometrica con cui questa strada “spacca” Napoli in due.

Le origini della strada sono antichissime: fa parte, insieme al Decumano maggiore e al Decumano superiore, dei cosiddetti “decumani di Napoli”, ossia le tre antiche strade dell’impianto urbanistico progettato alla fine del VI secolo a.C. e quindi risalenti all’epoca greca, che costituiscono il centro antico della città.

La denominazione ufficiale del tratto centrale di Spaccanapoli è, come già detto, Via San Biagio dei Librai.

Il nome Via San Biagio dei Librai si deve da un lato alla Corporazione dei Librai e dall’altro ad una piccola chiesetta del XVII secolo dedicata a San Biagio. Difatti, il nome della strada non fa che ricordare la vocazione caratteristica della via, quella dei librai. Tra le varie botteghe che iniziarono la loro attività su questa strada, al numero 31, c’era anche quella di Antonio Vico, padre del filosofo napoletano Giambattista Vico.

Dei librai” rievoca, quindi, i padri esperti nell’arte della rilegatura e cura dei libri e per celebrarli c’è una scritta su palazzo Marigliano, che recita.

“presso la casa di San Gennaro
sorgeva la basilica augustale
e qui
ebbe origine l’arte dei maestri librai”.

Per quanto riguarda la piccola Chiesa di San Biagio Maggiore, questa si trova tra via San Biagio dei Librai e Via San Gregorio Armeno (attrazione turistica diventata celebre per le botteghe di presepi), ed è contigua alla Chiesa di San Gennaro all’Olmo. La chiesa è dedicata a San Biagio, protettore degli infermi di gola.

Chiesa di San Biagio Maggiore

Nell’VIII secolo le monache armene arrivarono a Napoli dall’Oriente per sfuggire alle persecuzione degli iconoclasti. Portarono con loro delle reliquie di San Biagio, in particolare il cranio che venne custodito nella chiesa di San Gennaro all’Olmo. Fu per opera di queste monache che si diffuse largamente il culto del santo, tanto che nel 1631, per volere del cardinale di Napoli Francesco Boncompagni, fu edificata la chiesa dedicata al santo protettore degli infermi di gola: la Chiesa di San Biagio Maggiore. Questo luogo di culto è sempre stato legato alla Confraternita dei Librai. La chiesa, chiusa nel 1980, è stata riaperta nel 2007, grazie alla “Fondazione Giambattista Vico”.

Contigua è la chiesa di San Gennaro all’Olmo; la leggenda vuole che un tempo nello spazio antistante l’ingresso si trovasse un albero di Olmo a cui venivano appesi i premi per i vincitori dei duelli e dei tornei dei cittadini o utilizzato per il gioco della “cuccagna”.

Palazzo Diomede Carafa

Via San Biagio dei Librai è stata, inoltre, una delle zone più aristocratiche della città, come testimoniano i famosi palazzi. Uno di questi è il palazzo monumentale Diomede Carafa, che rappresenta un importante esemplare dell’architettura napoletana del Rinascimento. Il palazzo risale al XV secolo e fu voluto da Diomede Carafa, primo conte di Maddaloni. La struttura inizialmente doveva essere adibita a raccogliere reperti dell’antichità.

 

All’interno del palazzo è posto un piccolo cortile che è caratterizzato dalla presenza di un calco di una testa di cavallo di origine classica in terracotta. L’originale, in bronzo, è conservato a partire dal 1809 nel Museo Archeologico Nazionale e si dice che fu donato da Lorenzo de’ Medici a Diomede Carafa, rappresentante della corte aragonese in città.

E in fondo il cavallo, emblema di fierezza e forza, è da sempre un po’ il simbolo della città di Napoli.

Via San Biagio dei Librai è anche famosa per un altro motivo: come abbiamo detto, al civico 31, il 23 giugno 1668 nacque il filosofo napoletano, autore de “La Scienza Nuova”, Giambattista Vico. Difatti si può osservare una lapide, posta nella casa che ai tempi diede i natali a Vico. L’incisione sulla lapide si racconta che fu dettata dallo stesso Benedetto Croce a Fausto Nicolini.

“In questa cameretta nacque il XXIII giugno MDCLXVIII Giambattista Vico. Qui dimorò fino ai diciassette anni e nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usò passare le notti nello studio. Vigilia giovanile della sua opera sublime. La città di Napoli pose”

La lapide fu inaugurata in periodo fascista, e Croce (oppositore del regime) fu costretto a “delegare” il progetto del testo per fare in modo che venisse approvato.

Ospedale delle Bambole

Al numero 81 di Via San Biagio dei Librai troviamo anche il bizzarro “Ospedale delle Bambole”, il “pronto soccorso” che opera bambole “malate” a partire dal 1899. L’idea fu di uno scenografo napoletano, Luigi Grassi, che decise di intraprendere questa stravagante attività di “dottore”. In realtà, l’Ospedale delle Bambole non è altro che un chiaro esempio di artigianato, professione tanto cara in questo pezzo di Napoli (come dimostra anche la tradizione presepiale di San Gregorio Armeno). Ad oggi la struttura è un catalizzatore per nostalgici e collezionisti.

Perché a Napoli niente funziona bene come il passato e la tradizione: e, in fondo, via San Biagio dei Librai, non fa altro che rievocare il fascino del nostalgico, coniugando e mescolando in modo armonico tradizione, arte e cultura partenopea.

Vanessa Vaia

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