Inizia lo “scongelamento” della vertenza Almaviva, messa in standby lo scorso 22 dicembre per i lavoratori napoletani (i 1666 operatori romani, purtroppo, erano stati licenziati). Il 16 febbraio, i rappresentanti dell’azienda e quelli delle RSU di Napoli si sono incontrati al MISE e hanno stipulato un nuovo accordo. L’approvazione è subordinata a un referendum tra i lavoratori.

Durante l’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico del 22 dicembre, le parti avevano stabilito che il 31 marzo sarebbe stato il termine ultimo per il raggiungimento di un accordo comune. Si è giocato di anticipo, a quanto pare: non solo la proposta d’intesa è arrivata già il 16, ma la sua approvazione arriverà tra il 22 e il 23 febbraio, date fissate per un referendum interno, in cui i lavoratori decideranno se accettarla o meno.

Le finalità dichiarate sono: “salvaguardare i livelli occupazionali del sito produttivo di Napoli, (…) conseguire un recupero di competitività e produttività del sito”.

vertenza Almaviva Napoli accordo referendum
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Proprio al fine di migliorare la propria offerta “in termini di qualità ed efficienza (…) le Parti concordano di applicare a livello individuale gli strumenti di misurazione della produttività e della qualità”. In pratica il lavoro dei singoli operatori sarà monitorato, ma i risultati di misurazione saranno visibili in tempo reale solo all’operatore stesso e, “soltanto al 60% delle ore lavorate settimanali e in maniera non continuativa”, a un altro operatore “staff” che potrà identificare modi per portare al miglioramento delle performance di ogni lavoratore.

In merito, nell’accordo si legge ancora:

“L’analisi dei dati e l’eventuale pianificazione dei percorsi formativi saranno svolte sulla base di un colloquio individuale da concordare con il lavoratore cui potrà partecipare, su richiesta, anche un rappresentante delle RSU (Rappresentanze Sindacali Unite) o delle OO.SS. (Organizzazioni Sindacali).

I dati individuali raccolti non potranno in alcun modo essere utilizzati per risolvere il rapporto di lavoro, per fini disciplinare oppure per definire avanzamenti di carriera”.

L’accordo, poi, passa a confermare il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) per crisi aziendale, fino al 28 dicembre 2017. L’azienda, inoltre, si riserva la possibilità, in caso di “temporanee e oggettive esigenze di maggior lavoro”, di richiamare i lavoratori con un preavviso di sole 48 ore, revocando di fatto la CIGS. Per ogni lavoratore sarà possibile rifiutare tale revoca non più di due volte a semestre. Sono previsti anche “casi eccezionali”, in cui il preavviso sarebbe addirittura inferiore alle 48 ore. In tali occasioni, però, il lavoratore godrebbe sempre della facoltà di rifiutare.

Al punto 5, ancora, l’accordo introduce la nozione di welfare aziendale. Non che ci sia molto di cui entusiasmarsi: con questo nome non si indicano che buoni spesa di 20 euro al mese, erogati ogni 3 mesi e solo per il 2017.

Si istituirebbe, inoltre, se l’accordo dovesse essere attuato, una Commissione Paritetica, un organo col compito di monitorare l’attuazione dell’intesa. La Commissione Paritetica sarebbe costituita dalle RSU e dalle OO. SS. territoriali e, per l’azienda, dal Direttore Generale, dal Responsabile del Personale della Società, dal Field Manager e dal HR Manager del sito di Napoli.

Uno dei ruoli più importanti affidati ai membri di tale Commissione è di certo la possibilità per ognuno di essi di recedere dall’accordo in qualsiasi momento, con un semplice atto motivato da presentare alle Istituzioni competenti.

Sospesi, inoltre, la maturazione degli aumenti periodici di anzianità e il computo della base del TFR (Trattamento di Fine Rapporto).

Le reazioni all’accordo

“L’accordo sottoscritto dalle RSU Almaviva di Napoli non può essere valutato come un atto a se stante, ma come l’ultimo di una vicenda controversa e drammatica nella quale troppi attori hanno avuto un ruolo non sempre chiaro: in primo luogo, un governo incerto nella gestione della vicenda e soprattutto tardivo nel regolare le condizioni di mercato di un settore come quello dei call center e un azienda arroccata nelle sue eccessive rigidità e con strategie industriali da chiarire”.

Questo il commento di Slc Napoli e Camera del lavoro metropolitana di Napoli. In una nota essi hanno espresso il proprio appoggio alle RSU, che assolvono in toto: l’accordo è figlio delle difficili vicissitudini e di ciò che si decise il 22 dicembre. Inoltre, ci tengono a sottolinearlo, un simile accordo non potrà fare da modello ad altre situazioni simili, né può guardare a situazioni precedenti, poiché la storia di Almaviva (e ancora di più di Almaviva Napoli, “vittima” della situazione economica nel Mezzogiorno) è unica e complessa.

Più critica, invece, la posizione dei lavoratori. Con noi ha parlato Carmen:

“Il 22 e il 23 febbraio ci saranno, nella sede di Almaviva Napoli, delle assemblee e poi il referendum.

Il sindacato, seppur sostenga che questo sia un accordo unico e non ripetibile in altre intese del comparto, pretende che a decidere siano i lavoratori. Non perché siamo in democrazia, ma perché questo è un accordo – ricatto: se non passerà, 830 lavoratori da aprile saranno licenziati. È un accordo che sta mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri.

Va detto, però, che il primo colpevole è un governo irresponsabile che dichiara ai giornali che il salario non si tocca e invece si è toccato eccome. Si son toccati il salario e anche i diritti.

L’accordo che ci sarà sottoposto, rispetto quello del 22 dicembre, è ancora più peggiorativo: già l’accordo di dicembre ha visto licenziare 1666 lavoratori e nessuno ha mosso un dito. Adesso i lavoratori di Napoli, tra la vicenda di Roma e quest’accordo – ricatto, stanno vivendo ore d’incubo.

Tutti temono che se il risultato del referendum sarà un No si farà la fine di Roma. Quindi anche il referendum è in realtà un referendum – ricatto.

L’accordo che ci vincolerà sino al 2020 è senza certezze: cassa integrazione pagata all’80%, ma vincolata agli eventuali giorni di lavoro; TFR bloccato; scatti di anzianità sospesi e in più non puoi trovarti un altro lavoro perché l’azienda può chiamarti con un preavviso di sole 48 ore.

Il sindacato continua a dire che si deve occupare della tenuta occupazionale. Alcuni assessori comunali e consiglieri regionali lo reputano una vittoria, senza pensare che invece è un totale fallimento. Basti pensare che la platea lavorativa è costituita da lavoratori part time a 4 ore che guadagnerebbero sui 440 euro circa.

Inoltre è previsto il controllo individuale, quindi si pretende la qualità con un minor compenso, mentre per tutti gli altri siti continuerà a non cambiare nulla. Saremo i nuovi schiavi dei call center”.

Nei prossimi giorni, quindi, la parola starà ai lavoratori, proprio nel momento in cui non la vorrebbero. Se la scelta è lavorare in condizioni precarie o essere licenziati, forse è davvero il caso di parlare di ricatto. Ma gli operatori Almaviva hanno già dimostrato che a tali condizioni preferiscono la lotta. Si ricomincia, insomma.

Desire Rosaria Nacarlo