Tutta Italia, da Torino in giù, è stata coinvolta dallo sciopero dei tassisti dei giorni scorsi, che ha fatto piuttosto rumore anche a causa delle accese manifestazioni inscenate soprattutto a Roma, dove si è verificato qualche grave episodio di violenza.

Anche a Napoli, la settimana che si avvia alla conclusione ha visto i tassisti incrociare le braccia per lo sciopero di categoria più importante da anni a questa parte; seppur con qualche ritardo rispetto al resto della penisola, la protesta ha riguardato praticamente tutte le auto bianche della città, che hanno reagito compatte all’ormai famigerato previsto emendamento del cosiddetto decreto milleproroghe” che posticipa di un anno la nuova normativa sul trasporto cittadino su auto. Una manovra, quella pensata dal Governo, che doveva servire alla conciliazione tra i diversi operatori del settore, compresa la nuova Uber, simbolo delle nuove forme di share economy, per arrivare ad una nuova formulazione della disciplina professionale

C’è però un leggero paradosso, nello sciopero napoletano: i tassisti, che hanno lasciato le proprie vetture ferme al posteggio di aeroporto e Stazione Centrale con disagi per cittadini e turisti, hanno inscenato una protesta che non ha veri avversari diretti come a Torino, Milano o Roma: infatti a Napoli Uber (giusto per riferirsi al primo “nemico dichiarato” indicato dai tassisti italiani) non opera. Lo stesso Noleggio Con Conducente – NCC, altra pratica di trasporto cittadino finita nel mirino dei conducenti di taxi, nemmeno è particolarmente presente come invece, ad esempio, a Roma.

Dunque, l’agitazione a Napoli appare più che altro una manovra di solidarietà da parte dei tassisti locali nei confronti dei propri colleghi. Lo ha confermato all’ANSA un tassista: «Molti di noi sono a Roma per sostenere i colleghi delle altre città (…) per noi c’è una sola soluzione, stracciare il decreto sulla proroga alle limitazioni per Uber e le auto NCC. (…) Il costo di una licenza fissato dal Comune di Napoli è di 55mila euro e ci ritroviamo la concorrenza degli NCC, e domani di Uber che non hanno oneri, non pagano tasse e lavorano quando vogliono». Insomma, la protesta napoletana può essere intesa come una protesta “per domani”, dagli accenti più che altro corporativi e protezionistici.

Se si vuole per un attimo lasciare da parte la concorrenza di Uber e NCC, per allargare il campo di analisi alle altre potenziali forme di mobilità in un certo senso “pericolose” per le prerogative dei tassisti, si vedrà che, come conferma una ricerca del quotidiano Il Mattino, in città non è presente nemmeno una rete di car sharing adeguata e nemmeno esiste ancora una rete di bike sharing capillare. In più, esiste un’endemica, oggettiva difficoltà del rimanente trasporto pubblico su gomma (autobus in testa).

Se ne può paradossalmente concludere che, in fin dei conti e al netto dello sciopero, la posizione dei tassisti napoletani è leggermente più vantaggiosa rispetto a quella degli altri colleghi nazionali. In pratica, se non si intende o non si può usare il trasporto su ferro, il taxi rimane l’unica, valida alternativa di mobilità in città. Di questo i tassisti presumibilmente sono a conoscenza ed è per questo che anche a Napoli, forse persino più che altrove, lo sciopero dei taxi fa rumore anche se la rivendicazione non è pensata per l’immediato.

A conferma di ciò, numerosi disagi e difficoltà hanno accompagnato le giornate di agitazione di inizio e metà settimana: nonostante i sindacalisti avessero provato a rassicurare l’utenza sul fatto che sarebbero stati mantenuti i livelli minimi di servizio, molti cittadini con necessità di muoversi da casa sono stati impossibilitati a farlo. Si parla di persone anche con gravi deficit di mobilità, quindi anziani, malati, la parte più debole della popolazione che del taxi non può fare a meno. Del resto, andare incontro a tutte le esigenze «quando si ferma la massa diventa complicato»: così il sindacalista Pasquale Ottaviano cerca di giustificare i circa 800 iscritti del sindacato Sitan Atn che hanno incrociato le braccia.

In conclusione, va riportato che non sono mancati nemmeno a Napoli i “duri e puri” della protesta. Se specialmente a Roma sono stati montati picchetti spontanei di tassisti che controllavano che la clientela non fosse scippata loro da qualche occasionale abusivo, a Napoli si è cercato di impedire che a qualcuno venisse la tentazione di non aderire allo sciopero.

Puntualmente, il “crumiro” è stato individuato. Così, tra insulti e intimidazioni, alcuni tassisti hanno provato a neutralizzare il diritto di un collega a dissociarsi dallo sciopero. Il tassista al lavoro, che aveva intanto caricato in auto due clienti, è stato vittima di un plateale inseguimento, subendo poi quella che i testimoni descrivono come una violenta aggressione tra via Medina e Piazza Bovio. I passeggeri sono stati obbligati a scendere dalla vettura in seguito ai colpi inferti all’auto su cui viaggiavano da parte degli improvvisati inseguitori, particolarmente infuriati per la corsa in corso di sciopero. La polizia è arrivata dopo poco per placare gli animi, per cui sia il “dissidente” che i suoi passeggeri non hanno subito alcun danno, oltre al comprensibile spavento.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo “Sannazaro”, quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l’Università “La Sapienza” di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.