In occasione del congresso della CDU tenutosi nel mese di dicembre a Essen, Angela Merkel ha riacceso i riflettori sulla possibilità di convivenza della religione islamica con la cultura e l’apparato giuridico della Germania e, più in generale, dell’Europa intera. Il burqa, in particolare, sarebbe un elemento di contrasto, incompatibile con una nazione dove «l’occultamento totale» del viso «non è opportuno».

Parole, queste, dal duplice volto: da un lato la necessità di garantire la sicurezza ai cittadini, dall’altro l’ombra venefica di un’intolleranza nutrita dalla paura e dal sospetto. In ambedue i casi, parole coerenti al mondo odierno, schiavo di un barcollante equilibrio che aggira la guerra tra culture millantando la pace garantita dall’integrazione.
Tuttavia, affinché l’integrazione abbia delle fondamenta risulta indispensabile un processo di adattamento reciproco da parte delle diverse etnie, culture, religioni protagoniste, le quali sono idealmente chiamate ad accettare il diverso da sé e rispettarlo – non esiste integrazione senza accettazione né accettazione senza rispetto.

Il burqa rappresenta una delle sfide che il processo di integrazione è chiamato ad affrontare, poiché considerato tradizione da taluni e pericolo da talaltri.
In particolare, la presunzione di pericolo è data dall’impossibilità di identificare la persona celata dall’indumento – il burqa è difatti un «abito femminile che copre interamente il corpo, compresa la testa».

Malgrado la risonanza di cui hanno goduto le esternazioni della Merkel, l’esigenza di vietare abbigliamenti che coprano interamente il corpo e celino l’identità del soggetto non è una novità per l’Europa.

Risale al 2010 la decisione della Francia di emanare una legge che vietasse la dissimulazione del viso negli spazi pubblici. Tale provvedimento, giudicato da molti “anti-burqa” e “anti-niqab” e pertanto colpevole di violare la libertà nonché il diritto di professare la propria religione, identifica nell’ordine pubblico il principio che l’ha resa necessaria – né il burqa né il niqab sono tuttavia menzionati nel testo.
Il 1° luglio 2014, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in risposta al ricorso di una donna musulmana che percepiva lesa la propria libertà dal divieto vigente in Francia, si è espressa a favore della normativa francese, pur riconoscendone i tratti più problematici. La legge, considerata tesa a tutelare il «vivere insieme», è stata definita dalla maggioranza non lesiva degli articoli 8 e 9 della CEDU – rispettivamente “Diritto al rispetto della vita privata e familiare” e “Libertà di pensiero, di coscienza e di religione” – e all’unanimità non lesiva dell’articolo 14, “Divieto di discriminazione”, in combinato disposto con l’articolo 8 o 9.

Al 2011 risale invece la proposta di legge belga tesa a introdurre nel codice penale il divieto, e conseguente sanzione, di usare indumenti che celino l’intero corpo o principalmente il viso. Anche in questo caso, il divieto riguarda i luoghi pubblici e non è fatta menzione né del burqa né di alcun capo specifico. Nella proposta si legge che il fine perseguito è la sicurezza:

«Solo la legge può imporre delle limitazioni alla libertà nell’interesse della sicurezza pubblica. Questo è l’obiettivo della presente proposta di legge. Riteniamo una tale restrizione della libertà proporzionale all’obiettivo perseguito, ossia la sicurezza pubblica».

La discussione inerente all’esistenza della necessità di vietare la dissimulazione del volto in pubblico è stata affrontata anche in Svizzera.
Il 22 settembre 2013, circa il 65% degli elettori del Canton Ticino votava al referendum che chiedeva loro se introdurre nella Costituzione ticinese questo tipo di divieto. Il 1° luglio 2016 il voto affermativo ha trovato attuazione tramite l’introduzione dell’articolo 9a, “Divieto di dissimulazione del proprio viso”:

«1Nessuno può dissimulare o nascondere il proprio viso nelle vie pubbliche e nei luoghi aperti al pubblico (ad eccezione dei luoghi di culto) o destinati ad offrire un servizio pubblico.

2Nessuno può obbligare una persona a dissimulare il viso in ragione del suo sesso.

3Le eccezioni al primo capoverso e le sanzioni sono stabilite dalla legge.»

A seguito di tale risvolto, era stata avanzata la proposta di estendere il divieto alla Costituzione federale, iniziativa rigettata sia perché ritenuta di competenza dei singoli Cantoni, sia perché ritenuta poco utile considerata la bassa percentuale di dissimulazioni del viso per motivi religiosi.

In ambito europeo sono da segnalare anche i provvedimenti messi in atto in Bulgaria e in Olanda: il 30 settembre 2016 il Parlamento bulgaro ha approvato una proposta di legge tesa a vietare la dissimulazione del viso in luoghi pubblici, mentre nel novembre 2016 la Camera bassa olandese ha approvato un progetto di legge simile, che dovrà essere discusso in Senato.
Ambedue i provvedimenti, come quelli che li hanno preceduti in altre aree europee, sono stati accusati di ledere la libertà di espressione e di religione, di essere discriminatori e di alimentare stereotipi ai danni dei cittadini di religione islamica. Ciò malgrado le motivazioni alla base degli interventi legislativi siano state la tutela della sicurezza e, in taluni casi, la tutela dell’uguaglianza di genere.

A seguire la scia dei provvedimenti citati sembra essere la Baviera, land tedesco che ha varato un disegno di legge teso a vietare la dissimulazione del volto tramite burqa e niqab in contesti scolastici e in altre situazioni dove è necessario identificare il soggetto. Secondo il ministro dell’Interno Joachim Herrmann, «la comunicazione non avviene solo tramite il linguaggio, ma anche attraverso lo sguardo, la mimica facciale e la gestualità».

Burqa e niqab, nonostante in genere non siano citati nei provvedimenti, sono quindi coinvolti indirettamente, e con essi le donne che usano indossarli.

La normativa italiana con l’articolo 2 della legge n. 533/1977 – che modifica l’articolo 5 della legge n. 152/1975 – vieta «l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo». Il Consiglio di Stato, con sentenza 3076/2008, ha chiarito che il burqa o altro tipo di velo rappresentino un «giustificato motivo»:

«Il citato art. 5 consente nel nostro ordinamento che una persona indossi il velo per motivi religiosi o culturali; le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione del velo, ove necessario a tal fine».

La suddetta sentenza dissipa dubbi riguardo all’orientamento dell’Italia in merito al confine, invero problematico, tra la necessità di sicurezza e la tutela della libertà di esprimersi nella società secondo la propria cultura e la propria religione.

Un confine, questo, che già nel 2010 aveva preteso l’attenzione di Amnesty International, che si era espressa a sfavore dei sopracitati provvedimenti discussi e poi adottati in Francia e Belgio. Secondo l’ONG, difatti, in mancanza di una correlazione dimostrabile tra stato di sicurezza e utilizzo del velo non è ritenuto lecito ridurre la libertà di espressione e religione di una parte della cittadinanza.
Sicurezza e libertà, dunque, presentati come protagonisti di racconti distinti, nonostante siano entrambi imprescindibili in una società che abbia l’ambizioso obiettivo di definirsi globale, antirazzista ed equa.

Rosa Ciglio