È fatta: è stato siglato l’accordo “salva Almaviva Napoli” stipulato lo scorso 16 febbraio dalle RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) napoletane e dall’azienda e approvato dai lavoratori con un referendum interno tenutosi il 23 febbraio.

Degli 818 dipendenti napoletani a rischio licenziamento a votare sono stati 690138 i No, 5 le schede nulle e 547 i Sì. Un risultato che di certo non stupisce: la diffusione dell’accordo tra i lavoratori era stato accolto da reazioni ben poco fraintendibili, riassunte bene nel soprannome dato loro al patto stesso e cioè “accordo-ricatto”.

Ed è proprio come un ricatto che lo avranno vissuto il 23 quelle 818 persone, costrette a scegliere in prima persona tra il non lavorare o farlo ma per uno stipendio minimo e senza troppe garanzie. Senza contare il forte esempio della vertenza romana, con 1666 licenziati già a dicembre, proprio per il rifiuto dei lavoratori di accettare un accordo visto come troppo restrittivo. E l’accordo proposto a dicembre è oggi considerato anche migliore rispetto a quello appena siglato.

Non è una vittoria quella raggiunta con la sigla di questo patto, è una resa. Il Sì che ha vinto al referendum è un “Sì, ho bisogno di lavorare e non ho altra scelta”, è un “Sì, accetto qualsiasi condizione perché non posso fare altrimenti”. Siamo arrivati al punto in cui essere in cassa integrazione è considerato un privilegio, una condizione a cui bisogna restare aggrappati per mancanza di alternative.

L’approvazione dell’accordo proposto il 16 porta anche alla nascita di una Commissione Paritetica (costituita dalle RSU, dalle OO. SS., dal Direttore Generale, dal Responsabile del Personale, dal Field Manager e dal HR Manager della sede Almaviva di Napoli), i cui membri potranno decidere in qualsiasi momento di procedere alla rescissione dell’accordo. Rappresentanti dell’azienda, quindi, potrebbero far saltare in ogni momento quest’intesa e così procedere comunque ai licenziamenti o addirittura presentare un nuovo accordo, ancor più limitativo e lesivo dei diritti dei lavoratori. Facile pensare che i dipendenti si sentirebbero costretti ad accettare anche quello.

Questa è stata l’ultima battuta della vertenza Almaviva a Napoli. Ultima per ordine di tempo, non di certo conclusiva, purtroppo, visto il carattere fragile di accordo e posizioni, come sottolineato. È una storia triste che sembra voler suggerire che ormai lottare è inutile e l’unica possibilità è piegarsi. È una storia che mette perfettamente in luce la precarietà e la corruzione del mondo del lavoro oggi, dove un impiego, un contratto, sono una merce talmente rara che, una volta trovati, non bisogna lasciarseli scappare, succeda quel che succeda.

Desire Rosaria Nacarlo

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