In vista dello sciopero globale delle donne che si terrà in varie città italiane e del mondo l’otto marzo, abbiamo intervistato un’esponente del collettivo di Napoli della rete nazionale Non una di meno, per comprendere le ragioni di questa manifestazione e conoscere meglio il movimento.

Il movimento Non una di meno nasce in America Latina per poi diffondersi in vari paesi, tra cui anche l’Italia. Numerose sono state le manifestazioni sui diritti delle donne come in Polonia, in America con la Women’s March, l’assemblea nazionale a Roma dello scorso novembre sulla violenza delle donne. Quanto è importante che nel mondo si stia risvegliando una nuova coscienza attenta ai diritti delle donne?

«La rete parte dal movimento “Ni una menos” in Argentina, da un contesto in cui le donne vittime di violenza sono molte. Il fatto che tale movimento abbia poi avuto una grande risonanza è molto importante. Tutta questa risonanza ha reso possibile la manifestazione nazionale del 26 novembre in Italia, per esempio. È importante il fatto che nello stesso momento storico si siano verificate un insieme di lotte per i diritti delle donne. Il fatto che ci fossero tutte quelle persone in piazza a Roma è stato lo specchio di quello che sta succedendo nel mondo. L’elezione di Trump, poi, è stata un ulteriore slancio per ribaltare tutta una serie di situazioni che esistono oggi e che sono contestabili della nostra società a stampo patriarcale.»

I modelli culturali della società occidentale quanto influenzano sia le politiche di genere che la violenza sulle donne?

«Sicuramente tanto. Le rivendicazioni di questo sciopero nello specifico, che nascono da quella giornata del 27 novembre in cui ci sono stati tavoli tematici, ha voluto mettere al centro una questione politica per individuare quali fattori determinano le problematiche nazionali, in tema di diritti del lavoro, diritto alla salute e migrazioni femminili in Italia. La campagna del Fertility Day della Lorenzin, per esempio, mostra come determinate politiche sanitarie relative alla donna vengano concepite solo in relazione alla fertilità e alla maternità, come se tutto il resto, l’autodeterminazione della donna o il diritto di scelta, aspetti che sono fondamentali, non siano importanti.»

Lo sciopero dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, ha come slogan “Lotto marzo” e unisce due aspetti fondamentali, lavoro e diritti delle donne. A che punto siamo in Italia?

«Non a caso è stata scelta la giornata dell’8 marzo per riappropriarci di un giorno che è stato commercializzato. Attualmente, dopo una serie di analisi statistiche è emerso che le donne sono discriminate sia dal punto di vista delle ore lavorative, che sono retribuite meno, e sia dal punto di vista della maternità.»

Quali sono le difficoltà incontrate da una donna nel mondo del lavoro?

«In Italia abbiamo un forte problema rispetto alla legislazione sui diritti delle donne in materia di lavoro. Le donne incontrano dei disagi in un contesto in cui già il mondo del lavoro, a prescindere dal genere, nega alcuni diritti. Si può dire che le donne incontrano una doppia difficoltà, per cui se una donna decide di avere un figlio o ha un desiderio di maternità probabilmente non verrà assunta, oppure se verrà assunta avrà comunque uno stipendio minore rispetto a quello dei suoi colleghi uomini. Rispetto poi allo sciopero dell’otto marzo, era fondamentale che ci fosse l’adesione dei sindacati anche se questi ultimi non rispecchiano più come prima la voce reale di tutte le donne e in generale di tutti i soggetti che lavorano perché, per esempio, con i cambiamenti avvenuti nella nostra società vi sono alcune categorie che non rientrano in quelle standard, data la creazione di nuove forme lavorative diverse da quelle classiche.»

Chi, per esempio, per contratto non può partecipare alla manifestazione, in che modo può aderire allo sciopero?

«A livello nazionale sono emerse tutta una serie di forme alternative, da quelle più simboliche: indossare una spilla o riuscire per un po’ di tempo a fermarsi durante la giornata lavorativa. È tutta una questione aperta perché si è ricattabili quando per esempio non vi sono delle tutele contrattuali, e per questo abbiamo cercato anche di fare delle inchieste nella città di Napoli per capire per esempio in questi ambiti privi di tutela, e in cui prevalentemente lavorano giovani, come potessero queste persone partecipare allo sciopero non potendo rinunciare all’attività lavorativa e l’unica risposta è stata quella di simbolicamente farne parte indossando un nastro per esempio, per aderirvi ideologicamente.»

La stampa italiana non si è molto adoperata per promuovere le vostre iniziative, né ha documentato, se non parzialmente, la partecipazione che ci è stata alla manifestazione nazionale del 26 novembre, forse si ha ancora un po’ paura a parlare di diritti delle donne?

«Il silenzio della stampa è frutto di una volontà politica che non vuole far emergere la problematica, non si vuole mettere in evidenza che c’è una forza così grande in movimento e non gli si vuole dare l’importanza che invece ha. Si ha paura di quello che potrà essere, di quello che potrà cambiare.»

L’assemblea nazionale del 26 novembre ha prodotto oltre che una manifestazione, anche dei tavoli tematici di discussione per l’elaborazione di un piano nazionale antiviolenza, qual è stata la conclusione a cui si è giunti?

«Ci sono stati 8 tavoli tematici e si è giunti alla conclusione di scrivere un piano femminista. Per esempio, nell’ambito della sanità si è discusso dell’art.9 della legge 194 e della volontà di abolirlo. Esso sancisce il diritto degli obiettori di coscienza di esistere. Un medico in quanto tale dovrebbe prendere in cura il paziente o la paziente a prescindere, le questioni etiche di chi cura le persone non devono intaccare il diritto di scelta di una donna.»

Non una di meno – Napoli quali iniziative porta avanti per fare in modo che anche Napoli sia partecipe di questa nuova coscienza che si sta risvegliando nel mondo? 

«Sia per il corteo del 26 che per lo sciopero dell’otto marzo abbiamo costruito dei tavoli di discussione in città ogni settimana in vari spazi liberati della città. L’obiettivo era quello di cercare di centrare le discussioni, capire le problematiche a partire da Napoli e dal Sud che è un ulteriore realtà da approfondire e di farlo in spazi liberati della città, non a caso, perché sono luoghi non istituzionali e perché si trovano in quartieri prevalentemente popolari.  C’è l’idea di organizzare una street parade, quindi un corteo molto vivo e colorato che rivendichi anche il nostro diritto di “riprenderci le strade”, il diritto di poter rivivere le strade della propria città a qualsiasi ora del giorno e della notte senza avere paura.»

La città come risponde a questi input? 

«C’è stata la partecipazione di molte donne e non solo, di varia età ed estrazione sociale, insieme a numerose giovani che già fanno parte di collettivi o movimenti, o donne che hanno già un passato in ambienti femministi. La partecipazione nel tempo è aumentata, se ai tavoli tematici si sono avvicinate per lo più persone che hanno già un minimo di consapevolezza sull’argomento, in vista dello sciopero dell’otto marzo vi è stata un’adesione più ampia. C’è stata una buona risposta anche per esempio nelle università e nelle scuole, dove abbiamo richiesto di fermare la didattica simbolicamente insieme a delle assemblee di istituto e di ateneo che fossero legate alle questioni di genere.»

Quale sarà il passo successivo allo sciopero?

«Oltre la manifestazione c’è anche la volontà di discutere sulla costruzione di un piano politico che intervenga su formazione, salute e lavoro. Il problema della maggior parte dei movimenti italiani di rivendicazione politica, è che essi si muovono sempre un po’ a rilento perché siamo sempre più risucchiati da una quotidianità e da una cultura che ci allontana dalla possibilità di essere più interessati e a conoscenza di determinate cose. Le persone si informano meno e si informano per lo più attraverso la televisione che fornisce un livello basso di informazione.»

Il livello di informazione è basso su questi temi, perché, per esempio, parole come “femminismo” incutono un po’ di timore nelle persone?

«Noi del movimento siamo state le prime a studiare il femminismo. Non c’è stato lasciato, dalle precedenti generazioni, quasi nulla in termini di luoghi di discussione e questo ha fatto sì che non ci fosse neanche una conoscenza sul femminismo. Siamo partite da un processo di auto-formazione sulla storia e la cultura del femminismo per capire meglio quello che stava succedendo nel mondo e su come esso fosse nato. Si dovrebbe allargare la sfera a cui la terminologia si riferisce, parlare solo di “femminismo” evoca solo la questione delle donne che vogliono rivendicare la propria libertà intesa in senso largo. Nella nostra rete, invece, non si parla soltanto di donne e dei loro diritti ma di rimettere in discussione dei soggetti che non solo soltanto femminili. La questione dei generi va al di là, ed è per questo che dovremmo cambiare linguaggio, il che risulta difficile dato che ci sono persone ancora spaventate da questi temi. Si dovrebbe inoltre superare un’ideologia separatista del femminismo per mettere in discussione non solo le rivendicazioni dei diritti delle donne, ma anche le diverse forme di identità e di come esse vengono poi trattate all’interno delle istituzioni.»

Intervista a cura di Sabrina Carnemolla