Il 7 e l’8 febbraio 2017 si è tenuto un summit internazionale alla Pontificia Accademia di Scienze, per affrontare seriamente il tema del traffico di organi, e tentare di debellarlo.

Ad ognuno di noi, nel corso della sua vita, sarà certamente capitato di guardare un film con una trama abbastanza scontata, in cui un vecchio magnate della politica o della finanza non vuole rassegnarsi di fronte alla fine dei suoi giorni e di conseguenza assume qualche faccendiere che si occupi del traffico di organi, e di garantirgli qualche trapianto che lo rimetta a nuovo.

Purtroppo il traffico di organi è una realtà concreta, poco distante da come viene sommariamente descritta nelle opere di finzione. In Italia il primo a parlarne, negli ultimi anni, è stato Alessandro Gilioli de L’Espresso. Nel 2007 fu autore di una lunga inchiesta sul traffico di organi a Kathmandu, in Nepal, e sul vero e proprio giro d’affari che comportava un trapianto illegale: 7000€ per un rene, divisi tra donatore, intermediari e, ovviamente, medici.

Tra 2014 e 2016 tuttavia la situazione legata al traffico di organi è mutata, e in concomitanza con le grandi ondate migratorie, soprattutto dal continente africano all’Europa, si è sviluppato un mercato sommerso che coinvolge anche l’Italia. Nel 2016 un’inchiesta di Repubblica non solo svelava le cifre mondiali del traffico di organi – più di 1,4 miliardi di dollari all’anno – ma soprattutto il legame indissolubile venutosi a creare con il fenomeno dell’immigrazione.

Un’altra condizione intrinsecamente connessa al traffico di organi è la povertà. Per questo motivo dall’India e dal Nepal le attività principali di questo mercato illegale si sono sposate in Africa, per sfruttare le centinaia di migliaia di persone che faticano a sopravvivere, e sono disposte a tutto per farlo, o per raggiungere l’Italia stipate su un barcone. L’11 maggio 2015 lo scafista Atta Wehabrebi rivelava alla squadra mobile di Palermo alcuni dettagli sul traffico di organi africano. La base delle attività è l’Egitto, dove da tutta l’Africa, ma soprattutto dal Sudan, vengono trasportate persone a cui espiantare gli organi. I profughi che, da Etiopia ed Eritrea, non riescono a pagarsi il viaggio per raggiungere il Sudan e, successivamente, le sponde libiche, vengono consegnati direttamente ai loro carnefici egiziani, e pagati 15.000 dollari.

Il summit vaticano del 7 e dell’8 febbraio ha riportato nuovamente in auge la barbarie del traffico di organi, violentemente condannata dalle parole di Papa Francesco, che ha auspicato collaborazioni mondiali per tentare di debellare questa pratica: «una moderna schiavitù». In che modo si può limitare il traffico di organi?

A questa domanda ha provato a rispondere Ignazio Marino, che in un recente articolo su L’Espresso non solo denunciava la realtà libica del traffico di organi, con sedicenti organizzazioni non governative ed altrettanto fittizi rappresentanti che accettano la valuta umana come pagamento per le traversate, ma soprattutto tentava di dare una iniziale soluzione al problema: il rapporto medico-paziente.

Dopo un avvenuto trapianto, per tutta la vita il paziente dovrà assumere specifici farmaci immunosoppressivi, per evitare che l’organo vengano rigettato. Questo dovrebbe essere il punto di partenza per la lotta al traffico di organi: i medici che prescrivono questo tipo di terapie hanno accesso alle cartelle cliniche di chi stanno curando e qualora avessero dubbi, in caso di assenza di documentazione o di provenienze particolari dall’India o dal Pakistan, dovrebbero certamente assistere il paziente, ma allo stesso tempo segnalarlo alle autorità.

La pratica del traffico di organi è l’ennesima dimostrazione di una società in cui i più abbienti possono avere soluzione per qualsiasi tipo di esigenza. Non possiamo accettare che questo sfruttamento passi sotto traccia, impunito, che il silenzio e l’omertà possano essere comprati insieme ad un rene, ad un essere umano.

Andrea Massera