Lo scorso 2 marzo si è tenuta, presso la sede di Napoli della Fondazione Pol.I.S., la presentazione di due studi sull’utilizzo dei beni confiscati alle mafie, curati da Libera CampaniaFondazione Italiana Charlemagne e la Fondazione Pol.I.S. stessa.

Come spiega brillantemente uno dei due studi, la pratica del riutilizzo dei beni confiscati, in Italia, ha una nascita “in due tappe”: la prima va fatta risalire alla legge Rognoni-La Torre (1982) che introdusse il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, con la relativa pena del sequestro e confisca dei beni ai colpevoli di questo delitto. Nel 1996, poi, con una nuova legge, si impedì definitivamente ai criminali di tornare in possesso di quei beni confiscati e si decise, invece, che questi venissero destinati a un “riutilizzo sociale”. Un simile risultato fu ottenuto anche grazie all’impegno di Libera che promosse una petizione popolare.

Le due ricerche presentate analizzano da diversi punti di vista la pratica e la gestione dei beni confiscati in Campania. La prima, dal titolo BeneItalia. Economia, welfare, cultura, etica: la generazione di valori nell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, è stata presentata da Riccardo Christian Falcone:

beni confiscati Libera
beni confiscati Libera

“Il titolo racconta già il senso di questa ricerca: “BeneItalia” è un gioco di parole. La parola “Bene” indica i beni confiscati ma si riferisce anche ad un’altra dimensione, quella appunto del bene, del buono, del giusto. Noi abbiamo cercato di dimostrare quale fosse il valore che ogni giorno, nelle esperienze di riutilizzo sociale dei beni confiscati, si genera in questo paese. Quando dico valore intendo il valore in senso immateriale, come l’accompagnamento, il sostegno, la solidarietà verso chi fa più fatica, ma anche il valore economico generato da queste esperienze.

L’obiettivo è dimostrare a questo Paese che confiscare i beni ma soprattutto riutilizzarli e restituirli alla collettività non è soltanto una cosa buona e giusta ma è una cosa che conviene perché genera lavoro, opportunità, sviluppo, ricchezza per i territori e per le persone che li abitano.

Quando parliamo di ricchezza, di economia sviluppata sui beni confiscati, ovviamente parliamo dell’economia sociale, quella che non guarda solo al profitto, ma anche alla dignità delle persone, dei lavoratori e che guarda ai bisogni e alle necessità dei territori.

Va sottolineato che la ‘mission’ di Libera nei confronti dei beni confiscati non è quella di accaparrarsi il bene o la gestione dello stesso, ma quella di essere soggetto accompagnatore, facilitatore nei processi di riutilizzo sociale dei beni confiscati.

Dal 2013 Libera ha avviato un lavoro di censimento delle realtà sociali che gestiscono i beni confiscati che ha portato a questo numero: 524 soggetti gestori che sono stati censiti fino a giugno 2016. Il numero di beni gestito da queste realtà sociali sarà sicuramente superiore a 524 poiché capita che lo stesso soggetto gestore abbia in affidamento più di un bene confiscato, soprattutto nel caso dei terreni”.

Riutilizzo sociale dei beni confiscati come opportunità, sia umana che economica. Questo il messaggio di BeneItalia.

Il secondo studio, intitolato I beni confiscati come opportunità di sviluppo, è stato poi presentato da Angelo Buonomo:

beni confiscati Libera
beni confiscati Libera

“Con Libera Campania e la Fondazione Po.l.I.S. abbiamo prodotto questa indagine conoscitiva, un focus sulla situazione del riutilizzo sociale dei beni confiscati qui in Campania ed abbiamo scelto come titolo “I beni confiscati come opportunità di sviluppo”, uno sviluppo che non è solo economico ma anche umano.

Una prima parte della ricerca abbiamo provato a dedicarla a chi si avvicina per la prima volta al tema dei beni confiscati e cerca notizie, dando un riferimento normativo, facendo un focus sui beni confiscati in Campania e dando anche un quadro delle risorse disponibili, sia pubbliche che private, per quanto riguarda la ristrutturazione dei beni o le attività che si svolgono sui beni stessi.

Sono 2754 i beni in Campania, 1583 destinati ai comuni, 1171 in gestione dell’agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati. 685 sono le aziende sequestrate e confiscate in Campania, 128 destinate, 360 in gestione dell’agenzia nazionale e 197 vendute o liquidate.

Un dato che ci sta molto a cuore è quello riguardante la trasparenza degli enti locali, secondo il decreto trasparenza, il numero 33 del 2013: gli enti locali, i comuni che  gestiscono i beni confiscati dovrebbero pubblicare sul proprio sito l’elenco di tali beni. Prendendo in considerazione esclusivamente i comuni che hanno acquisito nel proprio patrimonio almeno due beni confiscati, troviamo che su 115 comuni, 89 non hanno pubblicato l’elenco con i beni confiscati. Un numero che diventa ancora più drammatico quando andiamo a vedere l’aggiornamento degli elenchi. Dei 26 elenchi pubblici, il 46% è datato 2013, il 23% è datato 2015, circa il 15% datato 2014 e solo l’11% è aggiornato a maggio 2016.

Quello che volevamo restituire sono i numeri  e i ragionamenti rispetto alla questione del riutilizzo sociale dei beni confiscati nella nostra regione. Quello che non riusciamo però a restituirvi è la passione, la capacità di coinvolgere la comunità, l’impegno che si genera quotidianamente in questi luoghi. Uno psicologo argentino che opera a Parigi, Miguel Benasayag, dice che “Fare non significa agire” e questo agire è poi difficile da comunicare.

Noi proviamo a fare uno sforzo con questi studi, proviamo a tradurre e a raccontare questo agire. I dati che andiamo a restituire, però, ci dicono che c’è una possibilità di sviluppo economico, sociale, umano nei nostri territori, un patrimonio straordinario che non possiamo farci sfuggire assolutamente”.

I beni confiscati come opportunità di sviluppo è stato poi reso disponibile online ed è possibile consultarlo qui: http://www.liberacampania.it/memoria/cento-passi-verso-il21marzo/600-beni-confiscati-campania.

Durante la presentazione dei due testi è stato dato spazio anche a chi sui beni confiscati ci lavora tutti i giorni. Peppe Scognamiglio ha potuto condividere l’esperienza più unica che rara di Radio Siani, in onda da un bene confiscato:

“Siamo ad Ercolano, un territorio che è stato martoriato dai clan criminali. Ci sono state faide interne che hanno visto anche tre morti ammazzati la settimana

Nascemmo per rispondere a una radio che è stata poi smantellata dall’allora DDA Cantelmo, quella che all’epoca era stata definita come “radio camorra” o “radio carcere”. Nello stesso appartamento del boss Birra, abbiamo riposto, quindi, con una radio anticamorra“.

Nello spiegare la scelta del nome della radio e della cooperativa nata da quella esperienza, Scognamiglio ha ricordato quello che è il motore dell’anticamorra, che alimenta sicuramente anche il lavoro di rivalutazione dei beni confiscati: “sempre fondamentale, come ci ricorda anche Libera, è il tema della memoria, del ricordo di quelle persone che hanno perso la vita per il bene di tutti noi”.

Flora Visone

CONDIVIDI
Articolo precedenteA lezione di lingua napoletana con Davide Brandi
Articolo successivoAnm Napoli: buco nel bilancio di 30 milioni
Flora scrive da sempre perché le riesce meglio che parlare. Studia Lettere moderne e lavora in una ludoteca. Poesia e bambini, due cose che, messe insieme, un po' la vita la migliorano. Non sa cosa vuol fare da grande ma sa quello che non vuole fare: arrendersi ad una realtà che non ti fa regali, dove il futuro tocca andarselo a prendere da soli.