Sono passato per l’infame della situazione, e credimi passarlo davanti alla propria gente fa male. Ogni viaggio per tornare a Napoli cercavi di nasconderti, di camuffarti. Cappelli, occhiali, per evitare che qualcuno ti dicesse qualcosa, perché poi fa male. Ti dici: cosa ho fatto di male?

[Fabio Quagliarella]

Difendere i colori della propria squadra in prima persona, poter baciare quella maglia con tutta la passione che da tifoso si può provare, esultare assieme alla tua gente, a quelli come te. Fabio Quagliarella non era un calciatore qualunque, non era un professionista di passaggio, ma uno di noi. Un ragazzo che era arrivato lì dove sognano tutti i tifosi del Napoli, in quello stadio S. Paolo, con indosso quella maglia azzurra che era una seconda pelle, pronto a giocarsela su ogni pallone fino alla fine.

Nessun giocatore è stato mai amato fin da subito come Fabio Quagliarella, nemmeno i vari Lavezzi ed Higuain, perché solo lui era “uno di noi”. La traversa colpita da centrocampo contro il Livorno, la successiva doppietta proprio in quella partita, alla sua prima volta a Napoli, nel suo stadio, con la sua gente. La folle rimonta col Bari da 1-2 a 3-2, il gol contro la rivale Juventus. La maglia baciata, la corsa sotto la curva, solo 11 gol in stagione, ma che sono ricordi indelebili nella testa di chi ha amato uno di noi, che poteva difendere il Napoli come lo avremmo fatto noi. Ma nella testa di Quagliarella c’erano già mille problemi, mille paure. Quelle lettere minatorie, lo stalker che non lasciava in pace lui e la sua famiglia, quel Raffaele Piccolo amico di famiglia che fingeva di aiutarlo ma che in realtà era Hannibal Lecter, il solo artefice dell’incubo dell’innocente Quagliarella, capace di rovinare anche la sua carriera, con quelle dannate lettere che finirono anche tra le mani dei dirigenti azzurri.

Il 26 agosto 2010, prima del match contro l’Elfsborg, il sogno di Fabio si interrompe bruscamente, con la cessione proprio a quella Juventus che i tifosi azzurri mal digeriscono. L’incontro con i supporters inferociti, le offese, le minacce, quell’amore che si trasforma in odio senza nemmeno provare a fermarsi e chiedersi: “Perché?”. Le dichiarazioni dopo il suo arrivo a Torino, quel gol proprio contro il suo Napoli: per molti napoletani, Quagliarella aveva tradito, andava cancellato come quelle maglie con il suo nome che vennero bruciate alla sua partenza.

Come glielo racconti alla gente? Come glielo vai a spiegare?”

Nessuno aveva capito, né si era sforzato di capire, nemmeno dopo quel gesto verso la curva, dopo il rigore segnato col Torino, che nella testa di Fabio significava “io contro di voi non ho niente, io non vi ho fatto niente. Capitemi“. Quagliarella non poteva parlare, e i napoletani non hanno voluto dar peso ai suoi messaggi, ancora accecati da un odio che non può essere giustificato con il troppo amore.

A distanza di quasi 7 anni, Fabio può ora gridare al mondo tutta la verità. Di essere stato un’altra vittima dello stalking, di non aver mai voluto andar via dalla sua Napoli, dalla sua gente, di essere stato costretto a scappare da un mostro che ha distrutto ogni suo sogno. Niente restituirà a Quagliarella il tempo lontano dalla sua città, il suo sogno di diventare capitano, di vincere con la maglia azzurra che tanto ama. E chi si professa di amare il Napoli, anziché dire “era il troppo amore”, dovrebbe semplicemente dire: “Scusa Fabio, non abbiamo capito niente”.

 

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: ilposticipo.it