In Italia i giovani che provano ad essere giornalisti sono soli, e combattono disarmati una battaglia di civiltà che sembra destinata ad essere persa. Come l’ultima guarnigione giapponese ad Iwo Jima, vanno à la guerre comme à la guerre e tentano di resistere all’assedio con onore.

Già s’è detto, e più volte, del 77esimo posto che Reporters Sans Frontieres attribuiva (con “outlook negativo”, come direbbero gli economisti) all’Italia circa la libertà di stampa nell’aprile 2016 e riferendosi al 2015. La situazione di giornali e giornalisti, nostro malgrado, è peggiorata.

Da un lato il crollo drastico della qualità degli articoli delle testate mainstream, ormai ben più attente — nonostante i recenti proclami del New York Times che cerca di ovviare al calo di introiti pubblicitari — alle visualizzazioni di articoli virali e facilmente riproducibili come i video di gattini (zero costo e zero fatica) che portano i ricavi delle pubblicità, dall’altro l’ascesa e la viralizzazione di fake news che, in barba alla post-verità e come Umberto Eco in Numero zero fa notare intelligentemente, creano attenzioni laddove non ce ne sono e le distraggono da altri temi.

I giornalisti non saranno mai liberi, finché saranno costretti a mentire, ad omettere, ad inventare, pur di massimizzare i profitti a scapito della verità. I giornalisti non saranno mai liberi, finché il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti riconoscerà a Luigi Di Maio (il quale aveva inviato una lettera ad Enzo Iacopino) che è vero che talvolta i giornalisti scrivono volontariamente cose sbagliate: lo sbaglio è non domandarsi perché questo accada, e la risposta principale è indicata nel primo periodo di questo paragrafo.

Esiste una questione da affrontare, quella di chi volontariamente crea disinformazione ed inventa notizie false, alle quali purtroppo il popolino crede e che più sono grosse e più vengono condivise.

È scritto nella relazione della proposta di legge S.2688 presentata in Senato in data 7 febbraio 2017, che vede come prima firmataria la senatrice Adele Gambaro (ALA-SC), che internet «va regolamentato per evitare eccessi e storture, per fare in modo che non prevalga tout court la regola del più forte e, al contempo, garantire, da un lato, la libertà di stampa e il diritto-dovere a una corretta informazione, dall’altro, quella di espressione, nonché la tutela delle vittime dell’uso distorto del web».

«Ma il rischio tra la mancata distinzione di notizie frutto di una competenza giornalistica e notizie diffuse sul web senza alcun criterio professionale risiede proprio qui: chiunque, infatti, può dire quello che vuole, per la più che legittima libertà di espressione, ma se il pubblico di internet prende per buono e fondato qualsiasi cosa circoli online, senza più distinguere tra vero e falso, il pericolo è enorme. In particolar modo quando i temi trattati riguardano aspetti sensibili della società come, per esempio, la sanità e soprattutto se le opinioni si mescolano in maniera indistinta ai fatti.

Oggi, del resto, la sensazione diffusa sembra essere quella che la disinformazione prevalga sull’informazione oggettiva e che la manipolazione e la propaganda abbiano la meglio sulla corretta espressione delle proprie opinioni e punti di vista.

Spesso viene superata la linea che separa ciò che potrebbe essere considerato un tentativo legittimo di esprimere le proprie opinioni a scopo persuasivo e quella che è invece disinformazione e manipolazione.»

La proposta Gambaro, così come è scritto nella relazione del testo, intende recepire nell’ordinamento italiano le disposizioni del documento 14228 dell’8 dicembre 2016 dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, organo estraneo alle istituzioni comunitarie del quale l’Italia è Stato membro con altre 46 nazioni. Di detto documento è relatrice proprio la senatrice Gambaro, in qualità di membro della Commissione cultura, scienza, istruzione e mezzi di comunicazione.

Il testo, tuttavia, è scritto male (e non solo per il refuso nella rubrica dell’articolo proposto): se è vero che viene introdotto nel Codice Penale un

«Art. 656-bis. – (Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendeziose, atte a turbare l’ordine pubblico, attraverso piattaforme informatiche). – Chiunque pubblica o diffonde, attraverso piattaforme informatiche destinate alla pubblicazione o diffusione di informazione presso il pubblico, con mezzi prevalentemente elettronici o comunque telematici, notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’ammenda fino a euro 5.000»

è altrettanto vero che tale articolo non si applica, per esplicita indicazione del terzo comma, nei confronti delle testate giornalistiche. L’ufficio stampa del gruppo ALA-SC al Senato, difatti, tiene a precisare come questa norma sia prevista per estendere solo alle piattaforme web non registrate, quali ad esempio blog o siti acchiappaclick, le disposizioni del vigente articolo 656 del Codice Penale. Si potrebbero dunque scrivere impunemente falsità sui grandi quotidiani a diffusione nazionale, per esempio, così come su siti come questo che esprimono una testata giornalistica registrata, ma non su siti satirici come Lercio o Spinoza — ma anche per il blog del Movimento Cinque Stelle o di Matteo Renzi, a voler essere pedanti.

Attenzione, però: si rischierebbero problemi anche nel caso della condivisione di una “bufala”; così prevede infatti l’articolo 2 della proposta Gambaro.

«Art. 265-bis. – (Diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme o fuorviare settori dell’opinione pubblica). — Chiunque diffonde o comunica voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possono destare pubblico allarme, o svolge comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche destinate alla diffusione online, è punito con la reclusione non inferiore a dodici mesi e con l’ammenda fino a euro 5.000.»

Stando alla lettera del testo, se si condividesse la “bufala” di turno scrivendo “Ma chi può essere tanto cretino da credere a una cosa del genere?”, e di contro un numero di persone leggendo quella condivisione commentata decidesse comunque di credere alla falsità e la diffondesse ulteriormente, anche chi ha diffuso la “bufala” per deriderla sarebbe punibile.

Tutto ciò, per tacere dell’obbligo imposto (articolo 7) ai social network o a Google o ai provider di monitorare i contenuti ed eventualmente rimuoverli — tecnicamente una mole immane di lavoro aggiuntivo, che verrebbe affidata ad algoritmi assolutamente non infallibili — oppure all’attribuzione (articolo 8) alla “Commissione di Vigilanza RAI”, organo politico e di composizione parlamentare, del compito di monitorare gli standard di qualità delle pubblicazioni online delle testate radiotelevisive, verificando che siano corrispondenti a quelli delle pubblicazioni broadcast. L’ufficio stampa del gruppo ALA-SC al Senato ci comunica che le disposizioni dell’articolo 8 sarebbero applicate principalmente alle testate giornalistiche del servizio pubblico. Al riguardo dell’articolo 7 della proposta Gambaro, invece, ci viene spiegato che la norma deve fornire un semplice obbligo nei confronti dei gestori delle piattaforme: come poi ciò venga eseguito dalle piattaforme come Facebook e Twitter è problema esclusivo delle piattaforme, ed eventuali problemi sorti tra le piattaforme ed i siti d’informazione non sono materia che s’intende disciplinare tramite la proposta Gambaro, bensì materia riservata alla normativa civile e penale già vigente.

Se è probabile che, dovendo ancora essere assegnata alla competente Commissione Parlamentare, questa proposta di legge non verrà approvata prima del termine della corrente legislatura, preoccupanti sono invece i contenuti, nascosti dalle pur lodevoli intenzioni: la volontà di estendere un controllo politico, oltre che sulla carta stampata — già sovvenzionata tramite i fondi stanziati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio — e sul sistema radiotelevisivo, anche sull’informazione online, spesso sorta in opposizione ai gruppi d’interesse e di potere; la volontà di creare di fatto una separazione tra “giornalisti di serie A”, ovverosia quelli della carta stampata, iscritti all’elenco professionale dell’Ordine dei Giornalisti, e “giornalisti di serie B”, cioè la massa sottopagata degli iscritti all’elenco dei pubblicisti dell’Ordine dei Giornalisti che lavorano prevalentemente sul web, e la grande massa degli aspiranti giornalisti.

L’ufficio stampa del gruppo ALA-SC al Senato precisa, invece, che non si intende effettuare alcuna separazione in seno ai giornalisti, bensì afferma che si voglia riservare l’informazione professionale ai professionisti, e che anzi l’intera proposta di legge sia atta a tutelare le testate giornalistiche, gli editori ed i giornalisti tutti, mentre intende limitare il fatto che l’informazione sia inquinata da sitarelli di poco conto che intendono solamente campare di pubblicità incuranti della falsità delle notizie — d’altronde detti siti, non essendo sottoposti ad obblighi di registrazione, spesso non permettono di risalire ai responsabili.

Non deve essere dimenticato, peraltro, che i giornalisti ed aspiranti tali sono più esposti di tanti altri alla minaccia di querele durante lo svolgimento del proprio lavoro: numerose sono infatti le querele sporte annualmente per diffamazione a mezzo stampa, che colpiscono anche i direttori responsabili e gli editori. Tali strumenti legali, come rileva Reporters Sans Frontieres nel rapporto sopracitato, costituiscono una grave minaccia alla libertà di stampa, qualora se ne abusi, in quanto intimidiscono tanto i giornalisti quanto gli editori.

Cosa rimane, allora, ai giornalisti italiani che operano sul web? La consapevolezza di dover sgomitare per farsi spazio tra una bufala e l’altra, facendo molta attenzione a non esporsi al rischio di querele, sapendo che un articolo di qualità su un sito minore sarà sempre meno letto di un gossip sulla celebrità del momento o di un video di cuccioli. Il tutto mentre l’Ordine dei Giornalisti non fa sentire a sufficienza la voce di un ordine professionale indipendente contro propositi assurdi come quelli della senatrice Gambaro.

Sapevamo che il giornalismo non era un mondo accogliente, sapevamo che spesso in Italia le situazioni si complicano senza alcun motivo, ma speravamo in qualche spiraglio di miglioramento che al momento ancora non si vede.

Simone Moricca

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