Se ci fermiamo un momento ad analizzare l’assetto mondiale, non ci vorrà molto prima di capire che tira una brutta aria: da ovest, il Ponente ci porta le politiche reazionarie, fondamentaliste e misogine di Donald Trump; da nord-ovest, invece, il Maestrale arriva con le tendenze segregazioniste ed ultraconservatrici di donne come Marine Le Pen. E la costruzione di tutti questi muri, mentali e non, sembra ostacolare il vento del cambiamento.

In questo scenario, poi, la violenza di genere e la discriminazione delle donne si manifestano in molteplici forme e sempre più frequentemente. Ma se c’è un movimento che sta saldamente resistendo e rispondendo in coro a tutti questi ricatti, alla discriminazione, all’inferiorizzazione e agli stereotipi tipicamente patriarcali e sessisti, quello è proprio il movimento femminista e lo sciopero transnazionale dell’otto marzo, lanciato del movimento femminista argentino, ne è la dimostrazione.

Già le imponenti manifestazioni del 26 novembre scorso avevano dato prova della forza e dell’unità con cui il movimento aveva deciso di cogliere questa sfida complessa ma irrimandabile: l’incontro di diversi Femminismi e composizioni politiche (sebbene il separatismo sia necessario per combattere l’oppressione) ha creato ponti da una parte all’altra del mondo, passando per la Polonia, l’America Latina, il Sud Corea, l’Italia e l’Irlanda, riportando il movimento sulla cresta dell’onda ed iniziando un nuovo percorso di resistenza nei confronti di tutti quegli stereotipi saldamente legati ai lavori di cura e di produzione delle donne che si stanno estendendo anche oltre i confini domestici.

Otto marzo: un femminismo meticcio e anticapitalista
La protesta delle donne argentine contro la mercificazione del corpo femminile.

Il femminismo di oggi non è morto, non ha perso; il femminismo di oggi non “ha un sapore antico, stile anni ‘70 come invece afferma qualche borghese intellettuale, eletto ad icona che, dalla sua posizione privilegiata da stipendiato Endemol e Mondadori, vede il mondo con gli occhi della proprio scorta. Il femminismo di oggi ha un sapore del tutto nuovo: esso non si oppone solo ed esclusivamente alle politiche aggressive, misogine, omofobiche, transfobiche e razziste, ma risponde anche agli attacchi inflitti dal neoliberismo progressista allo status sociale e ai diritti del lavoro.

Lo sciopero transnazionale dell’otto marzo vuole essere anche questo: l’annuncio di un nuovo movimento femminista con un’agenda realmente inclusiva che sia in grado di spaccare tutte le facce della violenza sulle donne. Non solo quella domestica, ma anche quella di mercato, dei rapporti di proprietà capitalistici, del debito, delle politiche discriminatorie, dello Stato, della criminalizzazione dei movimenti migratori, delle incarcerazioni di massa, dei Cie, delle forze dell’ordine e della violenza istituzionale attraverso la criminalizzazione dell’aborto gratuito e liberamente accessibile.

Otto marzo: un femminismo meticcio e anticapitalista.
Manifestazione femminista nazionale, Roma, 26 novembre 2016.

Il femminismo della donna in carriera lascia spazio ad un femminismo intersezionale, anticapitalista e dal basso, in lotta contro ogni confine e contro ogni realtà che provoca violenza. È una marea capace di trasformare la potenza e la passione in autodeterminazione, sovversione, liberazione per tutte. E lo sciopero dell’otto marzo è sottrazione, riappropriazione e blocco della produzione capitalista e della riproduzione sociale; è femminista, transfemminista queer e meticcio. Lo sciopero dell’otto marzo è lotta per la libertà più assoluta.

Ana Nitu

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