Lo studio delle prime fasi di sviluppo dell’embrione racchiude potenzialità immense e per questo motivo è da anni al centro dell’attenzione e della discussione di tutto il mondo scientifico.

Si tratta di una delle fasi della vita biologica più complesse, forse proprio la più complessa, e comprenderne appieno i meccanismi significherebbe ampliare in maniera enorme le conoscenze non solo sullo sviluppo ma anche le origini di un ampio range di patologie ad oggi incurabili.

Ma studiare l’embrione non comporta solo grosse difficoltà materiali e tecnologie non ancora all’altezza. In questo capitolo della scienza risiede infatti la più grossa e controversa questione morale che si conosca, rispetto alla quale ancora non riusciamo a posizionarci.

Ecco quindi la necessità di trovare strade alternative che permettano di studiare e riprodurre un embrione e al contempo di scavalcare il retaggio culturale dal quale ancora non siamo esenti.

Di sperimentazioni più o meno controverse riguardo l’embrione ce ne sono a centinaia. Alcune appunto molto controverse, altre con risultati insufficienti, altre ancora mai arrivate alla fine.

Ma lo scopo, qualunque sia il percorso dello studio, rimane uno solo, ovvero avere a disposizione un modello coerente di embrione sul quale poter sperimentare in maniera efficiente.

Ecco quindi che in questo groviglio di embriologia applicata arriva quella che appare la soluzione più geniale, che in un colpo solo scavalca (o pare scavalcare) le difficoltà tecniche riguardo il corretto sviluppo di un embrione e le diatribe etico-morali, facendo una puntatina anche sul superamento della sperimentazione animale.

La ricerca in questione arriva dalla prestigiosa Università di Cambridge e si basa sull’utilizzo di due tipi di cellule staminali, le cellule ESCs da cui si formano organi e tessuti e le cellule TSCs che vanno a creare le strutture di sostegno dell’embrione.

Per superare le difficoltà relative alla giusta disposizione morfologica delle cellule i ricercatori hanno prodotto una sorta di impalcatura 3D composta di matrice extracellulare a fare da “impalcatura” al complesso sistema dell’embrione.

Quasi inutile sottolineare che le cellule in questione sono cellule di cavia da laboratorio, ovviamente, ma i risultati ottenuti appaiono eccezionali, tant’è che la struttura è arrivata alla fase di sviluppo in cui si formano le cellule staminali.

In sostanza un embrione artificiale a tutti gli effetti, pronto per prestarsi alla scienza e permetterci di fare scoperte eccezionali con alcune limitazioni, però, nemmeno tanto trascurabili a dirla tutta.

Innanzitutto la struttura non è dotata di sacco vitellino necessario per proseguire le fasi successive dello sviluppo dell’embrione, il che la limita a studi che riguardano le primissime fasi.

Secondo poi la vera svolta sarebbe l’utilizzo di staminali umane, ma come chiaro e più volte sottolineato non esistono ancora i presupposti culturali per un passo di questa entità.

Non è ancora certo, ovviamente, che questo tipo di tecnologia arriverà ad una applicazione più ampia, quello che è sicuro però è che rivela una maniera reale e funzionale  per produrre un embrione in vitro, e a questo ormai, come per tutte le grandi conquiste non potremo più sottrarci.

Mauro Presciutti