A lungo sotto i riflettori, raramente interpretato in maniera approfondita. L’iter che sta seguendo il nuovo stadio della Roma (che sarà costruito dal gruppo Parnasi) ci ha fornito un chiaro esempio di come una capitale europea non dovrebbe gestire la costruzione di immobili sul proprio suolo.

Venerdì 24 febbraio è arrivata la revisione definitiva del progetto. Il nuovo stadio della Roma si farà, ma non come era stato immaginato al momento del suo lancio mediatico.
Le tre torri sbilenche che avrebbero dovuto ergersi su Tor di Valle non ci saranno, sostituite da edifici più bassi ed esteticamente sostenibili. Dal Business Park annesso allo stadio saranno sottratte il 60% delle cubature, e in generale il progetto verrà dimezzato.
L’ecomostro contro il quale si era battuto in prima linea l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini ha visto spuntati i propri artigli di calce e mattoni. Una vittoria politica del Movimento Cinque Stelle, senza ombra di dubbio. La prima nella Capitale dopo i primi disastrosi mesi di governo.

Quello del nuovo stadio è stato un progetto da sempre osteggiato dai grillini, che però fin dall’insediamento in Campidoglio avevano anche fatto intravedere lo spiraglio per una trattativa. Troppo ghiotta l’occasione di proporre finalmente la propria pars construens davanti alle telecamere, animate dallo zelo delle grandi occasioni per quello che sarebbe potuto essere un ulteriore “scandalo” da aggiungere alla ben nutrita lista.

Troppo rara inoltre la “congiuntura astrale” che ha fatto sì che il quotidiano più letto della capitale, Il Messaggero di Caltagirone, parteggiasse in maniera inedita per ciò che i grillini stavano per fare e poi non hanno fatto, ovvero per lo stop ai lavori. Ma dopo il no alle Olimpiadi, ancora una volta il più potente costruttore di Roma è rimasto di sasso quando ha capito che lo stadio si sarebbe fatto proprio su un terreno del rivale Parnasi. Caltagirone e Parnasi, due rivali che un tempo giocavano ad armi pari la propria partita per i copiosi appalti della Capitale, mentre ora, da quando le imprese della famiglia Parnasi hanno iniziato a produrre debiti su debiti, la contesa è divenuta di colpo impari. Ma un gruppo societario sommerso dai debiti a volte prova la rivalsa prima di abbandonarsi al suo destino fallimentare, specie quando fino a poco tempo fa spadroneggiava in una delle città più grandi del mondo, e specie se gli si presenta una buona occasione. Andiamo allora ad analizzare l’iter che ha portato al già citato accordo del 24 febbraio.

Nota è a Roma la cessione da parte del gruppo Parnasi di numerose imprese a Unicredit, il principale creditore. Fra le poche società ancora effettivamente sotto il controllo del gruppo c’è però Eurnova, proprietaria dei terreni a Tor di Valle sui quali verrà edificato lo stadio. Un progetto pianificato da molto tempo questo, forse il colpo di coda con il quale Parnasi si sarebbe potuto rimettere in carreggiata. Parliamo di Sandro Parnasi ovviamente, deceduto a luglio e artefice della pensata, mentre a questi è succeduto poi il figlio Luca.

Franco Bechis, vicedirettore di Libero, mette in evidenza che il progetto dello stadio venne partorito poco prima di quella che dal Messaggero è stata recentemente rinominata la “Grande Elargizione”: ovvero la campagna elettorale per le comunali del 2013, della quale Parnasi è stato fra i più grandi finanziatori.
In che modo? Semplice, attraverso le sue numerose società elargì dei finanziamenti per politici di destra e di sinistra, e come specifica Bechis «Cercò di non dare troppo nell’occhio», «Spezzettando per ogni sua società i finanziamenti in quote da 5 mila euro». Tra i beneficiari Alemanno (35mila euro), Tredicine (30mila euro) e anche nomi del PD, tra i quali Francesco D’Ausilio (20 mila euro).
«Con queste premesse», continua Bechis, «ovvio che il consiglio comunale di Roma arrivò ben disposto all’appuntamento del 22 dicembre 2014 con la votazione che definiva di pubblica utilità il progetto di Parnasi sullo stadio di Roma. Che fu approvata quasi alla vigilia di Natale in un’aula dove brillavano le assenze».
Riferendosi a tali finanziamenti, il giornale di Caltagirone ha recentemente calcato la mano, e in un articolo a firma Ajello ha reso nota la propria visione dei fatti dichiarando: «Il disprezzo e la paura della libera competizione, è più adatto ad una società tribale che ad una grande Capitale».

L’amministrazione Raggi, dunque, dal momento del suo insediamento ha dovuto fare i conti con la già avviata pratica stadio, e non è escluso che possa essere stata davvero la paura di una causa multimilionaria a far rimangiare ai Cinque Stelle le loro iniziali dichiarazioni di guerra (come del resto ha fatto capire anche Virginia Raggi).

In un articolo risalente a ottobre scorso l’altro storico quotidiano della capitale, Il Tempo, sfoggiava una conoscenza senza pari delle vicissitudini riguardanti la costruzione del nuovo stadio, anticipando di svariati mesi (seppur in maniera generica) la svolta del 24 febbraio, ovvero la riduzione delle cubature e la cancellazione delle torri. Nello stesso articolo venivano riportati dei rumors che forniscono un tassello indispensabile per la comprensione del progetto-nuovo stadio, perché se è chiaro che Parnasi abbia sognato una tabula rasa dei suoi debiti grazie alla costruzione dello stadio, non è altrettanto chiaro come questa compensazione si sarebbe potuta raggiungere, dato che i proventi ricavati dalla messa a disposizione del proprio terreno, dai compensi per la costruzione e da qualche bonus per aver positivamente influenzato la riuscita del progetto non sembrano bastevoli a coprire il grande debito con Unicredit. A tal proposito Il Tempo però parlava di Unicredit come di una potenziale interessata all’acquisizione di una delle tre torri dell’iniziale progetto, «da utilizzare come centro direzionale della banca».
«Questa compensazione», si legge, «avrebbe permesso al costruttore Luca Parnasi di fare pari e patta dei circa 500 milioni di euro della sua esposizione debitoria proprio con il gruppo Unicredit».

Che fosse questa chiacchierata acquisizione il sogno nel cassetto del gruppo Parnasi? Nessuno potrà mai saperlo. Anche Il Tempo infatti utilizza il condizionale quando spiega che l’acquisizione «avrebbe permesso» a Parnasi di pareggiare i conti.
Perché? Già nel seguito dell’articolo, l’autore Fernando Magliaro cita ulteriori voci, narranti di una «Unicredit pronta a ‘mollare’ una delle tre torri dello stadio per traslocare, a costi molto più bassi, dentro quelle di Ligini all’Eur». Insomma già a ottobre Unicredit forse aveva cambiato idea.

Non sappiamo se tutta questa storia abbia avuto una qualche influenza sull’improvvisa riduzione delle cubature concordata tra le parti, che poi tanto “improvvisa” non è stata, dato che Il Tempo ne parlava già a ottobre.
Ciò che è certo, però, è che con la costruzione del nuovo stadio della Roma si è giocata, e si sta ancora giocando, ben più di una partita di calcio.

A margine una pillola dall’altro mondo: per la costruzione dell’Allianz Arena di Monaco di Baviera, impianto terminato nel 2005, è stato il comune a selezionare un terreno in funzione dei flussi di traffico, poi è stato indetto un referendum col quale la città ha approvato la costruzione, ed infine è stato assegnato l’appalto in una gara pubblica.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

1 COMMENTO

  1. L’articolo è ben congegnato ma sconta la mancanza di informazioni.
    Tor di Valle è stata contrattualizzata da Eurnova con SAIS prima del 2010 ed è stato presentato un progetto per compensazione edilizia residenziale, abbandonato quando Luca Parnasi ha ipotizzato la realizzazione dello stadio.
    Eurnova non ha nulla ache fare con il gruppo Parnasi ma è nella sola disponibilità di Luca Parnasi e non degli altri soci del gruppo.
    L’operazione Unicredit, prima che si arrivasse alla sostanziale messa a disposizione della stessa di tutti i cespiti del gruppo, era probabilmente mirata allo spostamento di crediti del gruppo Parsitalia in sofferenza su altri cespiti vergini e sistemare i bilanci, come è prassi normale nel sistema bancario.
    La polemica con Caltagirone ha altre origini. Quanto avviene oggi è una semplice lotta politica rra PD e 5S per chi resta con il cerino i mano ed è ragionevole prevedere che lo stadio non verrà mai realizzato a Tor di Valle e che l’operazione è sballata urbanisticamente ed economicamente.

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