Si erge maestosa, la Galleria commerciale Umberto I, in una Napoli odiata da molti e amata da pochi, meta di negozi di lusso e illustri caffetterie. Luogo privilegiato in cui i partenopei si riversano durante tutto il giorno e i turisti, alla ricerca spasmodica di foto, possono incorniciare uno spazio della pavimentazione a mosaico o la decorazione dei capitelli, o semplicemente testimoniare il loro passaggio in uno dei simboli della città prestigiosa.

La Galleria Umberto I prende ispirazione, nell’ottocento, dal capoluogo meneghino:o meglio, dalla Galleria Vittorio Emanuele II di Milano che si dispiega su Piazza Duomo costruita anni prima. Il Sud decide di prendere ispirazione dal Nord, senza pentirsene, in fatto di costruire un luogo simbolo di benessere sociale . La galleria partenopea nasce anch’essa non lontana dalla centrale Piazza Plebiscito, nel cuore profondo e maestoso che conduce al mare. I progettisti di questo “braccio” in stile liberty che, dai quartieri prettamente urbani e dimenticati di Napoli, conduce ai panorami collinari e alle luci delle case sul lungomare, sono Luigi Emanuele Rocco, Ernesto di Mauro e Antonio Curri.

L’impianto della cupola, costituito da ferro e vetro,  per un’altezza di 57 m, guarda dall’alto su di una pavimentazione policroma fatta di  raffigurazioni zodiacali in marmo, testimoni, tra l’altro, della morte accidentale di un ragazzo di soli 14 anni. Era uno dei tanti adolescenti che si danno appuntamento il sabato pomeriggio, in estate,  sotto la galleria per andarsene in giro, poi chissà dove, nella bellezza di ogni angolo che sembra eterno, ma qualcosa non ha funzionato nel luglio di tre anni fa.  Dalla galleria, dove tutti passeggiano e non possono far a meno di sorridere, cade una decorazione che schiaccia come una motrice l’esistenza di Salvatore Giordano che va  subito in coma, per poi morire. Viene indagata l’amministrazione comunale e anche tutta quanta una città per una bellezza che non è sempre giusta e onesta con i suoi fruitori, i napoletani,  che giacciono come in una spelonca, narrata da Platone, nella dannazione per la grandiosità di ciò che gli è stato donato.

Tuttavia, il “Salotto di Napoli“, così definita dai più aristocratici, si erge fra diverse alchimie: il dedalo di stradine e vicoletti misteriosi che portano ai Quartieri Spagnoli ( terra di spaccio e attività poco lecite), Piazza Municipio che la cinge alle spalle e Via Toledo che la accoglie fra boutique e poliedrici artisti di strada, con intorno la luce che filtra dal mare. La stessa luce che si insinua dai quattro ingressi composti da maestosi archi sorretti da colonne particolari e suggestive rappresentanti le quattro stagioni, da sempre oggetto di ammirazione e di sguardi stranieri affascinati.Le foto, d’altro canto, non bastano ad incorniciare il porticato con i suoi tondi, ognuno raffigurante una divinità mitologica, il tutto pieno di stucco e di quel mistero, di quel mito che da sempre caratterizza una città che ha fatto dell’ arte un veicolo per manipolare gli ammiratori ma anche per innovare e rendersi diversa agli occhi del mondo.

Nella veridicità di una galleria, una fra le più antiche del bel paese, viene narrato l’incrociarsi casuale e frastornato di persone, di incontri e scontri, di scolaresche che con la bella stagione partono alla scoperta di Napoli e dei suoi luoghi di culto, di persone che trovano anche il solo rifugio dal freddo. Oggi la galleria ha, alle quattro entrate, dei soppalchi e reti di sicurezza grigi, impolverati dai lavori di manutenzione e restauro tesi a riparare anni di trascuratezza e mal gestione, onde evitare accada nuovamente qualcosa di terribile. Onde evitare l’oblio del non senso e di colpe mai espiate in un mondo che gira veloce come se, dal centro della Umberto I, iniziassimo a girare guardando i vetri della cupola in alto, senza fermarci più, sotto un cielo che non cambia nuvole.Annalisa Cocco