L’euroscetticismo inglese incarnato nella figura della premier Theresa May intraprende la strada dell’hard Brexit: «Viviamo nell’Unione Europea ma non viviamo l’Europa».  L’iter del recesso ancora deve essere attivato e dopo circa 43 anni di trattati e accordi che coprono una miriade di differenti soggetti e materie giuridiche interne si prospetta lungo e articolato, soprattutto l’effetto-evento a catena che causerà sui restanti parlamenti regionali e nazionali in Unione Europea.

La decisione di avviare l’hard Brexit da parte della premier Theresa May è stata esplicata in modo sostanziale e diretto, poiché la scelta di divorziare in toto dall’UE significa per l’Inghilterra il rilanciare una potenza globale, la “Global Britain“, avendo la possibilità di guardare molto più all’esterno rispetto ai ‘limiti’ che la vincolano alle politiche europee.

Cosa si intende per hard Brexit?

Un hard o soft exit sono termini utilizzati nel febbraio 2015 nel report di Simon Wells e Liz Martins, A very British dilemma, che evidenzia le ripercussioni economiche nell’eventualità di un’uscita del Regno Unito dall’UE.

Il Soft exit sembrerebbe la strada meno rischiosa che mantiene gran parte dello status quo dell’Inghilterra. Soft exit significa tirare fuori l’UK dal budget dell’UE e dalla politica di agricoltura comune, conservando la condizione attuale.

L’Hard exit, invece,  è un percorso che implica una serie di rischi dal punto di vista operazionale e che andranno ad avere un impatto sugli accordi con i Paesi dell’UE, esortando il Regno Unito a instaurare rapporti commerciali con altri blocchi economici. Rischioso soprattutto dal punto di vista finanziario ed economico per il Paese, dal momento in cui uscire dal libero accesso al mercato unico e all’unione doganale porterà a districare gli accordi di libero scambio sostituendo l’applicazione della legislazione europea con il diritto interno. Considerando poi il concetto di “libertà” sul quale è nata l’UE – libera circolazione dei beni, dei servizi, delle persone, del capitale – la Brexit ha creato una grave frattura geopolitica.

Di concreto si può affermare che ciò che il Regno Unito guadagna da questa vittoria non è altro che il proprio controllo delle frontiere, legato alla migrazione, e la “libertà” di firmare accordi commerciali indipendenti. Un bieco specchio per le allodole se si osserva la difficoltà del Paese ad affrontare la pressione di un blocco economico e a rimettersi in gioco nel mercato internazionale con tariffe poste in linea alle regole della World Trade Organization.

Intanto, la premier Theresa May freme ad avviare l’art. 50 TUE – clausola di recesso – e dare avvio alla cosiddetta “Brexit Bill”, ossia la legislazione che permetterà al governo l’avvio dell’uscita e l’inizio dei Brexit talks con le istituzioni europee. D’altro canto, i parlamentari inglesi dibattono su più di 140 pagine di emendamenti mentre la May è molto restia ad apportare eventuali modifiche che possano demolire la linea hard. Il dibattito racchiude le seguenti categorie: lo scrutinio parlamentare sul processo del Brexit; i temuti effetti del Brexit sul Galles, sulla Scozia e sull’Irlanda del Nord – in particolare la questione del Bremain della Scozia –; lo status quo dei cittadini dell’UE nel Regno Unito e i cittadini del Regno Unito in Unione Europea; il ruolo del Parlamento sull’accordo finale.

Nel post-referendum Theresa May ha più volte respinto la possibilità di coinvolgere i parlamentari inglesi nelle negoziazioni del Brexit in difesa del diritto sovrano del popolo britannico sostenitore del Leave. Il dibattito sulla Brexit bill ha dunque ignorato i sopraccitati emendamenti sopraffatti dalla linea hard. Un caso che ha chiaramente messo in discussione il rispetto alla “volontà delle persone” secondo alcuni. A questo si aggiunge che circa il 75% dei parlamentari britannici hanno supportato il Bremain e sono a difesa della libera circolazioni dei cittadini europei in Inghilterra e dei britannici in Europa.

In particolare, l’hard Brexit non piace alla Camera dei Lords che ha bocciato due volte l’approvazione della Brexit bill. La prima volta per approvare l’emendamento che rispetta i diritti dei 3,3 milioni di cittadini europei che vivono e lavorano in Inghilterra e non negoziarli cone merce con l’UE.  La seconda volta per introdurre l’emendamento sul cosiddetto the meaningful vote, secondo il quale il Parlamento inglese deve dare l’approvazione al risultato delle negoziazioni prima del voto in Parlamento europeo.

Sebbene la premier considerava di iniziare i negoziati verso la fine di marzo, non da meno l’UE preme affinché venga organizzato un summit il 6-7 aprile nel quale la May notifica ufficialmente l’inizio dei Brexit talks. Anche il presidente del Consiglio dell’Unione Europea, Donald Task, ha invocato la necessità di tutti i 27 Stati membri a rispondere alla notifica del governo inglese nel giro di 48 ore.

Tuttavia, la premier inglese non è molto contenta dello schiaffo da parte della Camera dei Lords che ostracizza l’avvio al recesso. Al summit del Consiglio europeo tenutosi il 9 e 10 marzo, si è dichiarata pronta a forgiare un nuovo ruolo dell’Inghilterra nel mondo, forse un ruolo che tende a ridurre il potere razionalizzante dei partiti e delle istituzioni e a dar voce a umori politici deboli, volubili che innescano un vortice di incertezza e populismo nel panorama europeo.

Annalisa Salvati