Tra i punti cardine dell’amministrazione di Barack Obama si annovera la riforma sanitaria statunitense, detta appunto Obamacare, nickname giornalistico per definire la Patient Protection and Affordable Care Act, la legge in vigore dal 23 marzo 2010, in virtù della quale è stata ampliata la copertura offerta ai cittadini americani.

Come noto, il sistema sanitario degli Stati Uniti ha natura privata, il che rende estremamente difficoltoso l’accesso alle cure per gli strati meno abbienti della popolazione.

Con l’Obamacare si era cercato di estendere la tutela sanitaria ad un numero maggiore di cittadini, fino a 32 milioni secondo le stime ufficiali, imponendo, nel contempo, regole più rigide per le compagnie assicurative – a cui era stata sospesa la facoltà di negare assicurazione per le patologie più gravi – e per le aziende con più di 50 dipendenti, a cui era stato fatto obbligo di contribuire alle spese assicurative dei propri dipendenti.

La riforma aveva previsto anche importanti incentivi fiscali per l’acquisto di polizze sanitarie, introducendo addirittura delle sanzioni per coloro che non intendessero tutelarsi.

Infine, era stata ampliata la copertura del Medicaid, l’unico programma federale sanitario assieme a Medicare (dedicato, quest’ultimo, agli over 65), che sostiene gli individui e le famiglie con basso reddito salariale.

Per i detrattori, l’Obamacare ha invece rappresentato la causa di un eccessivo aumento della spese pubblica, e il neopresidente Donald Trump si è fatto portavoce di queste e di altre istanze, preannunciando la fine della riforma ed un contestuale ritorno alla filosofia del passato.

Le parole d’ordine sono maggiore scelta per il cittadino, risparmio e, naturalmente, un sistema sanitario migliore di quello ereditato da Obama.

Nessun obbligo di assicurazione, così come prescriveva l’Obamacare, e maggior favore per le compagnie assicurative, che potranno reintrodurre il divieto di negare la copertura per determinate patologie ed avranno facoltà di aumentare il premio per i non assicurati.

Tempi duri, inoltre, per i cittadini a basso reddito, che si vedranno negare i sussidi ricevuti, compreso il sistema Medicare, che nel breve periodo sarà sottoposto a revisione e, nell’idea di Trump, destinato ad interrompere l’erogazione di fondi entro il 2020.

Il nuovo Presidente USA, infine, pare intenzionato a ridurre, se non eliminare del tutto in alcuni casi, le imposte sulle compagnie assicurative e sulle case farmaceutiche, accanto a nuovi incentivi alle imprese, non più obbligate a fornire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria a prezzi accessibili.

Con i presidenti cambiano dunque anche le previsioni in materia di tutela sanitaria per i cittadini, in uno Stato come gli USA dove si è sempre prediletto un modello non assistenziale, bensì fondato sui contributi privati.

Per noi europei un sistema molto difficile da accettare, che ad onor del vero offre agli americani delle eccellenze in campo medico, destinate, tuttavia, solo a chi se le può permettere.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.