Da martedì 14 a domenica 26 marzo, il teatro Bellini di Napoli aprirà il suo sipario allo spettacolo “Il Giocatore” di Gabriele Russo.

Si tratta della terza tappa della Trilogia della libertà, realizzata dalla Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. Sulla scia della violenza di “Arancia Meccanica” e della follia di “Qualcuno volò sul nido del cuculo“, “Il Giocatore” costituisce un punto di ferma, la conclusione di un percorso che vuole sviscerare l’animo umano, condurlo verso la perdizione e dare, alla fine, una serie di imput, domande a cui lo spettatore dovrà dare una risposta dettata dalla catarsi.

“Sono sempre stato affascinato dal tema. Il gioco d’azzardo può provocare un disturbo ossessivo – compulsivo ricco di sfaccettature e si apre a tante altre tematiche, riuscendo a non restare monolitico ma a diramarsi, ovunque. É nelle relazioni ossessive tra i personaggi, ai continui ‘rilanci’ a cui le circostanze li costringono, alle vane speranze a cui sono aggrappati che li fanno stare sospesi; come si è sospesi quando si è in attesa che la pallina cada sul rosso o sul nero, si punta sulla vita.” dichiara il regista.

Il romanzo di Dostoevskij è sembrato essere il miglior testo su cui basarsi. Nel 1866 lo scrittore russo era vedovo e aveva appena concluso una relazione con Apollinarjia Suslova. Questa altalenante situazione sentimentale lo spinse a coltivare l’ossessione per l’azzardo, costringendolo ad una scelta rischiosa e infelice: spinto dalle difficoltà economiche a causa dei debiti di gioco, per ottenere un anticipo stipulò un contratto con l’editore Stellovskj. Si impegnava quindi a cedergli per nove anni i diritti sulle sue opere (anche future) se non fosse riuscito a scriverne una nuova. Rassegnato alla rovina si confidò con l’amico Milijuk che lo convinse a mettersi al lavoro con l’aiuto di una stenografa. Così, con il supporto di Anna Grigor’evna (sua futura consorte) terminò la stesura del romanzo in soli 28 giorni e, con il tempo, riuscì a liberarsi della sua spada di Damocle.

Dostoevskij ha esorcizzato le sue ossessioni con la trascrizione della sua opera, parlando di Aleksej le ha rese concrete, le ha guardate in faccia e le gettate via, in un mondo inconsistente e di carta. La furia mortale della roulette lo ha incatenato e tenuto in trappola, prigioniero del guadagno facile in un mondo che si muove per il denaro stesso. La guarigione segna il punto d’arrivo della Trilogia della libertà.

Lo spettacolo non deriva però direttamente dal testo russo, ma dalla riscrittura di Vitaliano Trevisan in chiave contemporanea, frutto di una serie di coincidenze che hanno condotto lo scrittore fuori ad una libreria, davanti al romanzo di tale Anna Grigor’evna Dostoevskaja.
Esso si districa su due piani diversi (quello di Dostoevskij e quello della narrazione vera e propria, che man mano si intrecciano, diventando un continuum) e su diversi livelli stilistici.
Aleksej vive ciò che accade ed è tradotto tramite una scrittura in prosa, tipica della narrazione, il secondo livello è quello della prosa utilizzata per le vicende di Polina e Dostoevskij e, infine, il giocatore che parla in prima persona racconta e ricorda con uno stile onirico e allusivo.

Le varie differenze sono date da numerosi cambi di luci e di atmosfera e la continua contaminazione presente nello stile si ritrova anche nei costumi.
“Il passato riaffiora ma è solo un ricordo. Il giocatore vede oltre, ha abiti attuali, futuribili, è un combattente che è riuscito ad uscire dall’ossessione” dichiara la costumista Chiara Aversano.

Proprio per questa studiata ambiguità dei costumi e per le varie parti da interpretare, gli attori sono messi a dura prova, così Daniele Russo (Aleksej\ Dostoevskij), Marcello Romolo (Il generale), Camilla Semino Favro (Polina\ Anna Grigor’evna) e ancora, Paola Sambo, Alfredo Angelici, Martina Galletta, Alessio Piazza, Sebastiano Gavasso.

Tutti hanno ricordato cosa possa significare entrare in un casino e provare il brio della scommessa.
“Si tratta di personaggi difficili con cui trattare e per farlo serve sperimentare più linguaggi. É un’umanità complessa e disperata che distrugge se stessa e i suoi figli. La memoria dell’attore è come quella dell’acqua, si arricchisce di tutto ciò che incontra.” dichiara M. Romolo.

Alessia Sicuro

 

 

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.