Al giorno d’oggi circondarsi di amici veri e sinceri, causa gli svariati interessi, appare difficile. La vita troppo frenetica quasi ci vincola a seguire la dura legge della savana, in cui a vincere è solo il più forte fisicamente, e bisogna abbandonare, causandone tramite l’isolamento una certa solitudine, chi potrebbe rallentare il proprio percorso di vita.

Tralasciando le svariate motivazioni, ciò che emerge è ormai il vivere nella società dell’apparenzaQuest’ultima ci obbliga a limitarci alla parte esteriore di un qualsiasi individuo, sia nel campo lavoro che in quello dell’amicizia, in cui il poter uscire con chi mostra, palesemente o meno, un handicap può essere sinonimo di debolezza o vergogna.

Ciò perché la suddetta società si limita appunto all’apparenza di qualsiasi individuo, senza tener conto quantomeno dell’intelligenza, poiché su quella sedia in movimento, come ci insegna Stephen Hawking, Premio Nobel nella fisica, ci può essere un normale individuo con cervello, inferiore o superiore alla media non ha importanza, è pur sempre un essere umano che merita rispetto, e come tale degno di godere di vita sociale.

Il rispetto non deve limitarsi al rispettare i suoi spazi, ma deve puntare a offrirgli l’occasione di poterseli creare, quindi evitare confronti dal punto di vista fisico. Ma tralasciando i confronti, in cui si potrebbe evincere una sorta di cattiveria pura, bisogna cercare di facilitare l’aggregazione di tali individui. In Italia è presente la Legge 104, che garantisce l’integrazione delle persone iscritte alle categorie protette nei contesti professionali e scolastici.

La tutela non ha solo l’obiettivo di offrire le pari opportunità – almeno lavorative –, ma si spera che tramite questa gli individui affetti da qualsivoglia disabilità possano interagire con altri, vincendo l’isolamento.
È difatti importante che gli individui interagiscano con nuove conoscenze, soprattutto quando la condizione di disabilità subentra a seguito di eventi nefasti. Spesso, nelle vecchie conoscenze, si evince il terrore di potersi raffrontare con chi ha subito un trauma, e ciò per la paura di incontrare una persona nuova, completamente diversa da quella conosciuta sino a quel momento.

Ma poiché l’esperienza forma chiunque, la persona costretta a confrontarsi con la disabilità può diventare, a volte, anche migliore del se stesso precedente, e ciò può creare disagio nelle già citate vecchie conoscenze, chiamate a confrontarsi col concetto secondo cui non conta quanto veloce funzioni il corpo, ma quanto ragioni la testa. Testa che, in questi casi di forzato isolamento, può sfruttare la solitudine, come spiegato in un precedente articolo, per progredire e spingere l’individuo ad autorealizzarsi. 

Eugenio Fiorentino

Si ringrazia Rosario Marineo, in arte Sayo, per la vignetta in copertina.

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Eugenio Fiorentino, nato il 3/2/1992 a Napoli, dove ho sempre vissuto. Ho frequentato le scuole presso l'istituto Suore Bethlemite ed ho poi conseguito la licenza liceale presso il X Liceo Scientifico Statale, Elio Vittorini. Sempre promosso a pieni voti. Nel 2010 mi sono iscritto all'istituto Suor Orsola Benincasa, alla facoltà Scienze delle Comunicazioni, conseguendo i primi esami fino al settembre 2011, data in cui a causa di un gravissimo incidente subito ho interrotto gli studi. Dopo un lungo periodo riabilitativo, che tutt'ora sto sostenendo, ho ripreso gli studi nel 2014, conseguendo anche il passaggio al primo esame: Informazione e cultura digitale. Ho praticato molti sport, tra i quali nuoto e calcio a livello agonistico. Ho anche grandi passioni riguardo Musica, Calcio e Motociclismo, ma ultimamente ho avuto modo di apprezzare, anche per vicende personali, tutto l'ambito della riabilitazione neuro-motoria, che è un campo in grande crescita ed espansione.