In questi giorni la Formula Uno ha pianto la morte di un vecchio campione del mondo, John Surtees. Forse lo avrete sentito nominare più volte, ché non c’è mica bisogno di esser nati nel ’40 per conoscere un po’ di storia dello sport. Storia che John Surtees ha più che contribuito ad alimentare, diventando ad oggi l’unico pilota nella storia a vincere e laurearsi campione del mondo sia su due che su quattro ruote.

Britannico di Tatsfield, Surtees fece la sua prima apparizione in una competizione ufficiale di motociclismo nel 1952 con la classe 500. Da lì una valanga di successi e ben sette titoli iridati disseminati tra 350 e 500 che lo consacrarono tra i grandi del motorsport. Dopo nove anni sulle due ruote, nel ’61 lo avreste trovato nel gran premio di Monaco a correre per la Lotus e poche settimane dopo in seconda posizione in Inghilterra. A Maranello fa colpo e il Drake fiuta la stoffa del campione. Non passano neanche due anni, infatti, e Surtees sale sulla rossa, con Lorenzo Bandini a fargli gli onori di casa dall’altra parte del box.

Nella vita di un uomo non mancano mai storie da raccontare. E se poi a mancare sono proprio i protagonisti, qualcuno dovrà pur prendere in mano i fili del discorso. La vittoria iridata di John Surtees si avverò durante il Gp del Messico, nel 1964. A lottare contro di lui, e fino all’ultimo giro per un posto tra i grandi, c’erano – udite udite – Graham Hill con la BRM e Jim Clark con la Lotus. All’epoca il motorsport potevi prenderlo alla lettera, nel senso che era tutta – davvero – questione di motore, con guasti e incidenti all’ordine del giorno. Insomma, in F1 si rischiava e anche tanto.

Quel giorno Jim Clark, che era in testa, resta appiedato a pochi giri dalla fine, e Surtees ne approfitta portandosi in terza posizione con Hill alle calcagna. Al comando c’è ora Dan Gurney, seguito dalle due Ferrari di Bandini e Surtees. In agguato in quarta piazza sopraggiunge Graham Hill, che spinge a manetta per attaccare le Ferrari nonostante quest’ordine di arrivo gli sorrida e lo proietti in testa alla classifica finale.

A fare i conti, però, sarà la Ferrari. Il box, infatti, segnalerà a Bandini di rallentare e lasciar passare Surtees, che andrà secondo e si laureerà campione del mondo in un attimo. Un regalo non da poco, che comunque non tolse nulla al merito per la stagione ad alti livelli appena disputata dal ferrarista. Insomma, mentre in Ferrari un inglese festeggiava, un italiano faceva a sportellate con un osso duro come Graham Hill e ne causava il ritiro forzato per via di una collisione.

All’epoca il motorsport regalava emozioni ben più forti di un pit stop lento o di uno stint su gomma morbida non realizzato alla perfezione. Ogni pilota faceva la sua parte, e quando sei italiano e sei in Ferrari perché ti ha scelto lui, il Drake, significa che hai qualcosa di speciale. Un gesto più che un’imposizione, un modo per onorare la maglia che Bandini indossò fiero fino al giorno del tragico incidente che lo uccise a Monaco nel ’67.

John Surtees resta un pilota da record. Il primo ad aver fatto dell’evoluzione dalle due e alle quattro ruote il pretesto per raddoppiare e non dimezzare i propri successi, nonché l’unico tra i fortunati – per modo di dire – ad aver vinto su una Ferrari dipinta di blu. Quel giorno, in Messico, piuttosto che il solito rosso corsa andava in pista questa versione della Ferrari 158, a causa di una protesta che Enzo Ferrari rivolgeva alla FIA per la mancata omologazione al Gran Turismo di una sua vettura. Blu era il colore della NART (North American Racing Team) il team di Luigi Chinetti, importatore della Casa del Cavallino rampante per gli Stati Uniti.

A distanza di anni, quindi, ricordiamo John Surtees allo stesso modo con cui ricorderemmo il nostro vicino di casa, ripercorrendone i successi e dedicandogli parte della nostra giornata da lettori internettiani. Fatelo, davvero.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: f1fanatic.com