Le polemiche arbitrali nel calcio sono come quell’ultima portata che viene servita ai matrimoni: eccessivamente invitante per non essere consumata ma talmente di troppo che già prima di averne ingoiato anche solo boccone provoca una variegata sensazione di nausea, malessere e senso di colpa.

In Italia gli appassionati di calcio sembrano ambire questa portata in modo particolare, tanto che le home di tutti i social sembrano impazzire ogni volta che un arbitro sbaglia a prendere una decisione e spesso anche quando valuta un’azione senza commettere errori.

Ancora più paradossale è che quest’indignazione infinita legata alle polemiche arbitrali non si ripete con la stessa intensità quando si ledono interessi personali o di classe.

Ad esempio, qualche settimana fa un dipendente della FCA di Atessa è stato costretto a urinarsi addosso perché gli è stato impedito di andare in bagno. Sarebbe stato naturale che persone nella sua stessa condizione avessero scatenato una rivolta sia sui social che nel mondo reale, per difendere la dignità e i diritti loro e del compagno. Invece la notizia è passata quasi in secondo piano perché ha purtroppo smosso poco la sensibilità della gente, testimoniando che oggi non esiste una forte coscienza di classe.

Purtroppo le situazioni di disagio non sono vissute solamente da chi lavora nelle aziende private. È emblematica la situazione di estrema precarietà che vivono i dipendenti della Provincia di Caserta, un ente in dissesto finanziario che, senza sovvenzioni statali, non potrà pagare gli stipendi a migliaia di famiglie. Infatti, come si legge dalle pagine de “Il Mattino” di domenica 5 marzo 2017:

“A Caserta per poter far fronte alle spese necessarie, tra le quali il pagamento degli stipendi ai dipendenti, il presidente facente funzioni, Silvio Lavornia ha predisposto un decreto presidenziale, poi approvato dal Consiglio, per una gestione finanziaria trimestrale. Si tratta di una misura che non ha precedenti ma soprattutto temporanea perché dal mese prossimo ci sarà di nuovo il problema degli stipendi”.

Nonostante ciò, non è stato organizzato ancora nessun corteo, nessun presidio, nessuna protesta dai diretti interessati, né tantomeno si è diffuso un forte sentimento di indignazione nel resto della cittadinanza, come invece succede con le polemiche arbitrali.

Buona parte dei lavoratori che vivono situazioni di disagio come queste, oppure come quelle di chi lavora solo con contratti a tempo determinato, di chi viene retribuito con i voucher, di chi lavora in nero, è talmente abituata a questi abusi da provare un forte sentimento di rassegnazione.

Infatti, molto spesso queste persone non manifestano la loro rabbia nei confronti di chi gli causa sofferenza, quindi di chi detiene i mezzi di produzione. Loro sanno di non avere nessun tipo di tutela e che, se provassero a protestare, sarebbero sostituiti con altri disperati pronti a prendere il loro posto. Perciò la rabbia viene indirizzata in alcuni canali  specifici che la popolazione riesce a riconoscere in modo chiaro. Uno di questi è il calcio, una delle poche distrazioni rese fruibili per tutti. Attraverso i risultati della propria squadra del cuore molti, inconsciamente, cercano una sorta di riscatto sociale.

Nelle mire dei tifosi non c’è solo la classe arbitrale, anzi molto spesso c’è la Juventus, ritenuta da alcuni avvantaggiata dalle direzioni dei fischietti italiani.

La Juventus per gli italiani rappresenta “il potere”. È il prezioso “giocattolo” degli Agnelli, la squadra più ricca, quella che ha vinto più titoli, che è stata mediamente più competitiva e che ha avuto un numero smisurato di campioni. Perciò il proletario juventino realizza almeno per novanta minuti a settimana il suo personale riscatto sociale, il non juventino, riconoscendo nella squadra torinese il potere, riversa inconsciamente contro di essa tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

La desolante conseguenza di tutto questo meccanismo è che la classe lavoratrice si frammenta e a giovarne ancora una volta, e sempre di più, è chi detiene il potere. Infatti i lavoratori si dividono tra juventini e anti-juventini, assecondando questo scontro decennale che distoglie l’attenzione dalla reale matrice del problema. L’onda delle polemiche arbitrali viene cavalcata anche da alcune testate giornalistiche nazionali, che entrando nelle crepe dei rapporti della classe lavoratrice, costruiscono voragini. In questo senso è emblematica la prima pagina di “Libero” dello scorso due marzo:

“Il solito vecchio vizio; Piagnisteo napoletano; I partenopei sono assenti ma pretendono più assunzioni; nel Sud sono il doppio che al Nord; Nel calcio se perdono attaccano l’arbitro pure quando hanno torto; Hanno venduto Higuain e frignano dimenticando che hanno comprato Maradona…”

La logica del contrasto è generalizzante e funzionale a perpetuare l’ambiguità e l’irrazionalità delle divisioni all’interno della classe lavoratrice, che invece dovrebbe lottare unita per migliorare il proprio benessere quotidiano. Una sorta di dividi et impera rivisitato e contestualizzato nella società contemporanea. Le problematiche di operai, cassintegrati, dipendenti di enti pubblici in dissesto finanziario del Nord e del Sud, juventini o anti-juventini, sono le stesse, dividersi e fare il gioco di chi perpetua questo sfruttamento millenario è controproducente e deleterio.

Alessandro Fragola