In occasione dell’otto marzo, mentre in piazza erano in corso le manifestazioni contro le violenze sulle donne, è arrivato l’appello su Facebook del sindaco di Roma Virginia Raggi che si è scagliata in particolare contro le quote di genere.

Seduta in una posizione di vertice politico senza aver avuto bisogno di ascensori privilegiati, la Raggi ha evidenziato alcune delle principali criticità di uno strumento che pretende di combattere l’iniquità tra i generi a discapito del merito e della qualità.
Il sindaco ha infatti evidenziato come sia ingiusto «mettere da parte la qualità per una legge che non segue logiche meritocratiche ma impone dei criteri quantitativi».

Le accuse che vengono generalmente mosse contro questo tipo di normative sono molteplici e spesso muovono da punti di vista assai differenti.
Da un punto di vista concettuale è chiaro che trattare il genere femminile come una minoranza da proteggere, circoscrivendo intorno ad esso una sorta di riserva indiana, è palesemente contraddittorio rispetto ai dichiarati obiettivi del provvedimento. Da un punto di vista più concreto, una tale misura è discriminatoria dal momento che si occupa di un equilibrio nei posti apicali, trascurando invece le lavoratrici più deboli, e dunque la base e le posizioni intermedie.

In particolare, le quote di genere rivolgono la loro attenzione all’attribuzione diretta di determinati posti a persone appartenenti al genere sotto-rappresentato, ma non rimuovono quegli ostacoli che ne impediscono il raggiungimento attraverso un percorso normale.

I sostenitori di questo strumento parlano delle quote come di un male necessario, e temporaneo, per alimentare un processo di riequilibrio tra i generi che tarda ad arrivare per vie normali. A patto dunque che non diventi una misura strutturale di discriminazione positiva, si ritiene pertanto necessario forzare quei meccanismi di selezione finora troppo influenzati da pregiudizi e ostacoli di natura culturale.

Di quali norme parliamo? Si tratta di un complesso di norme che statuiscono appunto una quota percentuale minima per il genere meno rappresentato negli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in Borsa (legge 120/2011), nei Consigli e nelle Giunte degli enti territoriali (leggi 215/2012 e 56/2014) e in Parlamento (legge 52/2015) e hanno una valenza temporale limitata.
L’obiettivo dichiarato è quello di «far saltare un chiavistello», ma queste norme non sembrano incisive sui pregiudizi di tipo culturale e psicologico. Al massimo, lo strumento delle quote segnala una rassegnata resa di fronte ad un paese dove la selezione meritocratica non riesce a prescindere dal sesso di appartenenza.

Ma in concreto quali sono gli effetti di questa normativa? Eseguendo una lettura superficiale dei dati si dovrebbe esultare di fronte ad un incremento netto del numero di donne sia nell’ambito del potere politico, sia nei ruoli apicali delle società quotate in Borsa.

Da uno studio recente condotto da Openpolis emergono tuttavia dati interessanti che potrebbero smorzare i facili entusiasmi.

Innanzitutto si rileva una difficoltà delle donne nel farsi eleggere: i posti conquistati in cariche o organi elettivi rimangono nettamente meno numerosi di quelli ottenuti per nomina. Le elezioni di Chiara Appendino come sindaco di Torino e di Virginia Raggi a Roma vanno contro una tendenza che vede solo 9 capoluoghi di provincia su 106 amministrati da donne.
Se è vero poi che si registra una maggiore presenza femminile negli organi istituzionali, è altrettanto vero che tale presenza si assottiglia man mano che si sale verso i vertici. Questo fenomeno, che tende a confinare le donne a ruoli meno rilevanti e incisivi, si registra anche negli organi amministrativi delle società quotate in borsa: qui il 30,3% (record segnato nel 2016) delle poltrone nei consigli di amministrazione e negli organi di controllo sono occupate da donne, ricoprendo tuttavia per lo più incarichi di minor rilievo e non esecutivi. Solo nel 3% dei casi si tratta di presidenti o presidenti onorari, mentre le amministratrici delegate sono il 2,47%.

Una costante – questa diminuzione del numero di donne man mano che aumenti il potere conferito – che viene confermata nel Parlamento della XVII Legislatura, quella con la maggiore presenza femminile nella storia d’Italia: alla Camera, in particolare, le donne sono il 31,3% del totale. ma solo 19,23% dei ruoli chiave è affidato ad una donna.

Roberto Davide Saba

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