Fino al 24 marzo, l’arte di Jeanne Fredac sarà esposta all’Istituto francese, all’Istituto Goethe e all’Istituto Cervantes di Napoli.

Attraverso due serie fotografiche, “Rovine Contemporanee” e “Cuba”, Jeanne Fredac ci racconta la storia sofferta e gloriosa di due nazioni: da una Germania spaccata in due, in cui la vita si è interrotta bruscamente, fino alla riunificazione dell’89, a Cuba che, provata, dimostra ancora la sua vitalità, immortalata negli oggetti più disparati che nelle fotografie di Jeanne sembrano prender vita.

Jeanne fredac fotografiaJeanne fredac fotografia

Un’arte concettuale che, posando lo sguardo sugli spazi geografici, storici e sociali, lascia prepotentemente emergere la presenza assente dell’uomo e favorisce l’incontro di prospettive diverse: quella del oggetto fotografato, quella dello spettatore e quella dell’autrice.

Noi l’abbiamo intervistata e Jeanne ci ha aperto le porte, ci ha permesso di conoscere la sua passione, il significato della sua arte che esprime anche il suo rapporto con la vita.

Quando ha capito che la sua passione per la fotografia sarebbe diventata il suo lavoro?

“La fotografia è arrivata nella mia vita per caso. Nel 1999, ereditai una macchina fotografica, un attrezzo che fino a quel momento mi era sconosciuto. Partii in viaggio, scoprii Napoli e fu proprio così che realizzai le mie prime foto e i miei primi testi. Questo primo lavoro prese la forma di lettere ad un amico, al quale ogni giorno inviavo un testo accompagnato da una fotografia. Egli lo mostrò ad un editore e fu così che nacque il mio primo libro, ” Rovine vespa e Lazzarone.” La sua pubblicazione produsse il secondo viaggio a Napoli, da cui il secondo libro ” L’occhio della seppia.” La fotografia si inseriva man mano nella mia vita e questo mi sorprese. Sempre più incoraggiata dallo sguardo degli altri, lo accettavo, lasciando che si inserisse, permisi che occupasse sempre più spazio nella mia vita ma osservandola a lungo, gironzolandogli intorno come si fa davanti ad una strana bestia. E poi un giorno capii che era diventata parte di me, che il contagio era totale, capii che la fotografia era il sintomo e la creazione artistica la malattia. Col passare degli anni sono nati nuovi strumenti, grazie ai quali video, disegni, quadri e sculture si perfezionano”

Come nasce l’idea di una fotografia concettuale e tendente a focalizzare lo sguardo sul mondo inanimato?

“Sin dall’inizio è stato scelto di non fotografare gli esseri umani bensì le loro tracce. La prima ragione è quella di rispettare il viso altrui. Non volevo e non voglio per niente ” rubare delle immagini”, per cui mi è assolutamente necessario avere il consenso del soggetto. Spesso, la sola domanda fa svanire la naturalezza, il soggetto si irrigidisce e il senso scompare. “Davanti a questo dilemma, ho scelto di tirarmi fuori e ho preferito fotografare le costruzioni dell’uomo piuttosto che l’uomo stesso. Nel capitolo di Notre Dame de Paris in cui avviene ciò, Victor Hugo vede nell’architettura, l’espressione della storia dell’umanità. Aderendo a questa visione, mi vedo un’archeologa contemporanea  che rievoca la nostra storia attraverso gli oggetti, dei materiali, degli edifici di cui ci serviamo o che abbandoniamo”

In che modo, secondo lei, essa stabilisce una comunicazione con l’osservatore?

Viviamo in un mondo saturo di immagini, in cui non guardiamo più, noi fotografiamo. Questi scatti realizzati in analogico sono il risultato di un processo più lento, basato su una lunga osservazione prima del clic, prendendo in considerazione tanto il soggetto quanto la luce. Queste fotografie non sono su-definite come possono esserlo le fotografie digitali : nessun occhio vede come una fotografia digitale. Quest’ultime saltano agli occhi : il movimento va dall’immagine all’osservatore. Al contrario, la fotografia in analogico produce un movimento inverso : è l’osservatore che entra nell’immagine e vi ci si installa”

Che cosa ci racconta la serie “Rovine Contemporanee”?

“La serie Rovine contemporanee racconta la storia di un paese, della sua divisione e della sua riunificazione, ma oltre a questa storia particolare, si interroga del legame che abbiam con gli oggetti, le case o gli edifici, reputati vecchi. Essa crea uno scenario in cui gli abitanti della Germania dell’est vivevano, lavoravano, si curavano, ballavano. Racconta una storia che si è fermata senza preavviso una sera di novembre del 1989, interrogandosi a proposito del carattere effimero di ogni cosa, di ogni essere, di ogni sistema. Questa serie riflette sulla storia e sul rapporto che abbiamo con essa

Quali aspetti di Cuba ha messo in risalto nel suo reportage fotografico?

“La serie di fotografie su Cuba è per me molto diversa rispetto alle altre mie ricerche fotografiche. Tendenzialmente prendo molto tempo per guardare, ascoltare, sentire prima di autorizzarmi a parlare. Limitata dalla durata del mio soggiorno -6 settimane- ho dovuto lavorare più rapidamente rispetto alle mie abitudini. Da qualche settimana trattengo solo le impressioni che hanno a che fare con la precisione dei sentimenti. Ciò che più mi ha colpito, è questa impossibilità di essere considerato un viaggiatore a Cuba e di essere costantemente rinviato alla figura del « turista ». Cuba non è un paese di libertà e questo lo si avverte nel rapporto agli altri, nelle scelte e nelle non scelte delle destinazioni o dei modi di circolazione. C’è una Cuba per gli stranieri e una Cuba per i cubani che solo raramente si confondono. C’è una moneta per gli stranieri, degli autobus per gli stranieri, delle città e dei quartieri per gli stranieri. Attanagliata tra questi due mondi, uno al quale non potevo appartenere e l’altro al quale non volevo appartenere, ho tentato di esprimere questa opposizione mediante due serie fotografiche : quella del cieco, il turista e quella del muto, il popolo del cubano”

Sonia Zeno

 

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Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureata in Lettere moderne, attualmente studentessa di Filologia moderna, aspira a diventare una scrittrice e docente di letteratura italiana. Amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.