Sabato 18 e domenica 19, il Nostos teatro di Aversa presenta “Ass’ e Marzo“. Si tratta di una produzione della compagnia teatrale aversana, iniziata con il supporto dell’associazione Libera.
Per tale spettacolo “ci siamo catapultati nei luoghi e nei giorni di don Peppe Diana nel tentativo di ricostruire la storia nella sua autenticità, lontano dalle mistificazioni o dalle edulcorazioni post mortem. A guidarci gli echi della nostra infanzia, quando l’assassinio di don Peppe, in quel maledetto 19 marzo del 1994, fu un boato nelle vite di tutti e una necessità di ricostruire i tasselli di una storia che sentivamo non abbastanza esplorata e non ancora esaurita.” Dichiara il regista Giovanni Granatina.

Don Peppe Diana MarzoL’intero spettacolo si costruisce così su immagini cardine, rese da una scarna scenografia movimentata e sfaccettata con l’utilizzo della luce, capace di rintagliare spazi e profondità (realizzazione di Gina Oliva, Dimitri Tetta e Giovanni Granatina). L’unico attore, Salvatore Veneruso, indossa le sue maschere pirandelliane per farsi portavoce dei quattro punti cardinali della storia: l’uomo don Peppe Diana, la Camorra, la Chiesa.
Sullo sfondo le voci del popolo, quella folla antagonista e inconsistente, alimentata da dicerie, false supposizioni e una fede osannata per ciò che lascia trapelare la stampa. Specchio di una società che si dipinge di nero, che indossa il suo vestito più bello anche se l’animo continua a marcire.

La Camorra sul Vesuvio ha trovato terra fertile.

Lei è terra stessa, viene dal mare e arrivata sul Vesuvio ha fatto ballare la tarantella a tutti gli uomini, con maschere di catrame. Ha vie infinite come il Signore, si presenta a tutti, in ogni forma, con la sua arte della metamorfosi. Diavolo tentatore, signora aristocratica e cortese, subdola fanghiglia che si tramuta in sabbie mobili, pronta a soffocarti con il tuo stesso denaro.
Il clan dei Casalesi è stato il primo a creare una trappola mortale con vertici: camorristi, imprenditori e politici. In questo triangolo delle Bermuda a scomparire sono le identità di tutti, a favore dell’affare camorristico. Tutti siamo la Camorra e in questo gioco d’azzardo, che ha completamente rivestito la società, tra i premi c’è la vita stessa, non solo il denaro.

Salvatore Veneruso ci regala a tal proposito due forti immagini dettate da una sapiente combinazione costumistica: una bambola che si eleva nell’oscurità, vestita come il personaggio della Signora Camorra, davanti un candelabro (simbolo della chiesa) e un uomo d’affari che getta carte da gioco per il palco, che nasconde lo stesso abito in pizzo nero, sotto la sua giacca; perché “così si decide della vita, come in una partita.”
Da qui lo stesso titolo dell’opera: “Ass’ e Marzo” è un gioco di parole che unisce Marzo, mese dell’assassinio di Don Peppe Diana all’ass’ e mazz, ovvero tresette a perdere, passatempo tipico dei circoli ricreativi in cui si riunivano i rappresentanti della malavita, (spesso terminanti in esecuzioni teatrali e spettacolarizzate).

La società è il fantoccio della camorra, non ci nutre e non ci protegge come dovrebbe.

Veneruso si spoglia e, sotto una luce che finalmente trafigge l’oscurità del palco, resta in abiti ecclesiastici.
“In una terra come questa serve una rottura ed io, prete di Casal di Principe, dovevo farlo. Tutti gli uomini di chiesa dovrebbero educare con la parola e rendere costruttive le proprie omelie. [..] La Camorra fa solo il suo mestiere, sono lo Stato e la Chiesa che si dimenticano del loro lavoro, per amore del mio popolo non tacerò.” recita nei panni di Don Peppe Diana.

Lo spettacolo nella sua ciclicità inizia e termina con la madre del protagonista, una donna distrutta, di cui si è immaginato il privato. É lei la vittima di queste barbarie, è lei che ostenta una vita di solitudine, che deve riuscire a compiere i suoi primi passi senza suo figlio, privata della sua vita, reduce di una mancanza che le strazia il cuore.
La lotta per il Dio denaro ci coglie nell’intimità, si nasconde dietro parole come vendetta, chiacchierone, coraggio, ma solo chi ha paura sa cosa sia vero il coraggio e una vita di lotte di potere, sudice e meschine, ci rende solo esseri umani peggiori.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.