40 anni fa usciva “In Patagonia” di Bruce Chatwin. Prima che “In Patagonia” venisse pubblicato negli Stati Uniti nel 1979, due anni dopo la prima edizione inglese per Jonathan Cape, Chatwin scrisse al suo agente pregandogli di non includere il libro nella “letteratura di viaggio”. In effetti, l’opera di Chatwin è molto più di un reportage e il quarantesimo anniversario dalla sua pubblicazione è una buona scusa per rileggere questo classico.

Secondo la versione dei fatti più accettata, Chatwin lavorava come esperto d’arte per Sotheby’s, quando il suo oftalmologo gli suggerì di prendersi una pausa. Lo stress delle perizie stava rovinando i già delicati occhi dell’inglese di Sheffield e l’oculista gli consigliò di smettere di concentrarsi sui particolari e “dedicarsi a guardare l’orizzonte”. Fu allora che Chatwin lasciò il suo lavoro e cominciò a viaggiare, lavorando per giornali come il Sunday Times. L’evento che determinò la sua partenza per la Patagonia fu un’incontro con con Eileen Gray.

“Un pomeriggio dei primi anni Settanta, a Parigi, andai a far visita a Eileen Gray, architetta e designer, che a novantatré anni lavorava come niente fosse quattordici ore al giorno. Abitava in Rue Bonaparte, e nel suo salotto era appesa una carta della Patagonia, da lei dipinta a tempera.

“Ho sempre desiderato andarci” dissi. “Anch’io” fece lei. “Ci vada per me”. Andai. Telegrafai a Londra, al “Sunday Times”: “Sono andato in Patagonia”. Nello zaino portai Viaggio in Armenia di Mandel’štam e Nel nostro tempo di Hemingway. Sei mesi dopo tornai con l’ossatura di un libro, che questa volta arrivò ad essere pubblicato.”

(pp.28-29, Anatomia dell’irrequietezza)

Quando Chatwin scrive che aveva “sempre desiderato andarci”, si riferisce probabilmente ai ricordi di cui parla nel libro “In Patagonia”:

“(…) la guerra fredda fece nascere in me la passione per la geografia. (…) La guerra stava per arrivare e noi non potevamo farci niente. (…) Eppure speravamo di sopravvivere al flagello. Fu istituito un comitato di emigrazione e vennero fatti dei piani per andare a stabilirci in qualche remoto angolo della terra. Studiammo attentamente gli atlanti, individuando la direzione dei venti predominanti e i luoghi di probabile caduta delle piogge radioattive. La guerra sarebbe scoppiata nell’emisfero nord, perciò la nostra attenzione si rivolse al Sud. Scartate le isole del Pacifico, perché le isole sono trappole, scartate l’Australia e la Nuova Zelanda, come posto più sicuro della Terra venne scelta la Patagonia.”

(pp. 12-13, In Patagonia)

“In Patagonia” si struttura in 97 brevi capitoli, uno dei quali, il numero 96, è costituito da appena due paragrafi (e uno dei paragrafi non è altro che un periodo). La brevità di Chatwin, però, non è solo formale. La capacità dell’autore di condensare intere vite in poche frasi rende il “In Patagonia” sempre pronto a soprendere: per esempio, quando scopriamo che un pirata di origini napoletane di nome Pascualino Rispoli aiutò Simón Radowitzky, anarchico originario di Kiev, ad evadere dal carcere in cui era stato rinchiuso dopo un attentato.

Pensando a Rispoli e Radowitzky, a due cognomi così europei, a un napoletano e ad un ucraino che si ritrovano in Patagonia, non si può non pensare alla questione così attuale che affronta il libro di Chatwin: il migrare delle popolazioni:
“La storia di Buenos Aires sta scritta nel suo elenco telefonico. Pompey Romanov, Emilio Rommel, Crespina D.Z. de Rose, Ladislao Radziwil ed Elizabeta Marta Callman de Rothschild – cinque nomi scelti a caso sotto la R – raccontavano la storia di esilio, delusioni e ansie nascosta dietro una cortina di merletti.” Molti protagonisti del libro sono esuli, come Radowitzky, Rispoli o il contadino gallese fotografato a Chubut.

La foto del gallese di Chubut è una tra le tante che si trovano nel libro: tra le altre, vi è un ghiacciaio, una caverna, la stazione di Jaramillo. Sembra che la scrittrice e viaggiatrice Rebecca West abbia detto a Chatwin che, con simili fotografie, tutto il testo era superfluo. Chatwin deve aver apprezzato parole simili, considerando che uno dei modelli di riferimento per la sua scrittura era il fotografo Cartier-Bresson:

“Mi vedevo come una specie di Cartier-Bresson della letteratura che faceva CLIC, così.”

Al contrario della maggioranza delle fotografie presenti nel libro, però, si direbbe che il talento di questo scrittore sia per la figura umana, ovvero che Chatwin sia più ritrattista che paesaggista. Da quanto riporta Nicholas Shakespeare nella sua introduzione a “In Patagonia”, a Chatwin costò un tentativo fallito, quella “Nomadic Alternative” rifiutata dal suo editor Tom Maschler, per capire che doveva concentrarsi su storie reali e non in vaghe astrazioni. Quando il giornalista argentino Uki Goni gli chiese “Il tuo vero interesse sono le persone?” Chatwin rispose “Sì, alla fine. Mi ci è voluto del tempo per scoprirlo.”

Luca Ventura

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO