Il Teatro Bellini non delude mai. Non l’ha fatto nemmeno stavolta con Il Giocatore, adattamento dal romanzo di Dostoevskij a cura di Vitaliano Trevisan, per la regia di Gabriele Russo, terzo spettacolo della stagione di produzione Teatro di Napoli – Teatro Bellini.

Al’interno di un allestimento scenografico super pop, al quale il Bellini ci ha ormai abituati (poltroncine antiche e musica elettronica, costumi d’epoca e neon), il regista pone Aleksej, il protagonista, che è il ricordo di un uomo, ciò che resta di lui quando è posseduto da un vizio (G. Russo). Poi prende il suo autore, Dostoevskij, che ha dovuto scrivere Il Giocatore in un mese per consegnarlo al suo editore e sfuggire dai debiti di gioco. Li ha presi insieme e ha deciso di inserirli entrambi in uno spettacolo che è un gioco di specchi: il pubblico vede Dostoevskij che scrive di Aleksej e un bravissimo Daniele Russo che si tuffa da un lato all’altro del palco per interpretarli entrambi, senza cambi di scena, senza cambi di costume: l’autore diventa il personaggio e poi torna se stesso solo con una piroetta, in una riuscitissima per quanto semplice rappresentazione dello smascheramento della finzione artistica che tocca il culmine nella scena in cui Russo, seduto a tavolino, scrive nelle bozze de Il Giocatore quel dialogo che intanto sta recitando ad alta voce. E mentre i due uomini si scrutano nello specchio del palcoscenico, Dostoevskij emerge e Aleksej affonda, in due direzioni opposte di uno stesso percorso di redenzione dal vizio.

Il Giocatore è uno spettacolo sulla scommessa: e gli uomini, dice ad un certo punto Aleksej, cosa fanno in fondo, sempre, se non giocarsi continuamente tutto? Il teatro, lo sappiamo, è crudele: mette la vita alla berlina. Qui l’esistenza non sembra che un’enorme roulette che gira all’impazzata, che toglie e regala tutto nel giro “di venti minuti”: la baboulinka arriva sul palco forte e se ne va sconfitta, il generale fa il contrario: tutti i personaggi vivono sospesi, malamente aggrappati ai fili del burattinaio del destino, impersonificato da un croupier che sembra quasi un mago. Nessuno è morale, nessuno fa il giusto: tutti annaspano per stare a galla in un mondo di lusso e divertimenti che è una sorta di luogo della mente, un’ambientazione atemporale, la definisce il regista, fatta di contaminazioni fra passato e presente, antico e moderno.

Alla fine di tutto Aleksej ricade in quel turbine di vizio per il quale si lascia sfuggire l’amore, la stabilità, e per cui diventa “un pezzo di legno”. Questo potrebbe sembrarci avere tutte le caratteristiche di un inetto, di un incapace, eppure nel suo essere schiavo del vizio, incapace di decidere della propria vita, egli si rivela essere l’unico personaggio carico di verità, di una verità romantica e passionale che è lo stendardo rosso della sua vita: “sono uno zero, è vero: tutte le mie motivazioni sono vecchie, ma sono vere”. In un palco di sogno in cui tutti i personaggi sono fatti di splendida forma, Aleksej è fatto di sporca sostanza.

Con la terza e ultima rappresentazione della “Trilogia della libertà” il teatro Bellini ha dimostrato ancora di essere una delle case di produzione più frizzanti e moderne d’Italia, che sa sporcare i grandi classici con secchiate di vernice pop.

Ludovica Perina