I signori del No perpetuo, della baruffa incalzante e del benaltrismo mettono in mostra l’altra faccia della medaglia quando la comunicazione passa per il web. Ecco allora ritornare in voga il tema ecologista, le raccolte firme, l’autoglorificazione. La comunicazione sul blog di Grillo è più complessa di quanto si possa pensare.

Il blog di Beppe Grillo è stato fin dai primi vagiti del Movimento Cinque Stelle il suo organo di stampa ufficioso, e qui hanno trovato spazio anche le istanze dei vari VaffaDay, del popolo viola, ed ovviamente tutto ciò che ha interessato l’ex-comico genovese. Oggi non è azzardato affermare che il blog di Grillo stia al Movimento Cinque Stelle come un giornale di partito sta ai suoi finanziatori.

Ma una testata è ben altra cosa rispetto ad un portale on line, che preferisce l’appellativo di “magazine”, senza però essersi in alcun modo registratosi come tale. Lo sanno bene i parlamentari del PD che si stanno indignando in queste giornate per una dichiarazione difensiva di Grillo, arrivata nell’ambito di una querela riguardante quanto pubblicato dal blog in occasione dello scandalo-Guidi di qualche mese fa. Una dichiarazione con la quale l’ex-comico di fatto ha scaricato ogni responsabilità dei contenuti del blog sul gestore della pagina.

In questo articolo però queste quisquilie legali ci interessano il giusto, ovvero poco. Proveremo invece ad inoltrarci in un’analisi sicuramente superficiale del tipo di contenuti che girano sul blog di Grillo, ma comunque più rilevante di qualunque descrizione preconcetta.
Perché è innegabile che i pentastellati abbiano costruito le loro fortune cavalcando l’onda della ribellione e del puro odio verso “l’establishment”, ed è anche cosa certa che l’opposizione dei grillini sia cruda nei toni e spesso oltremodo eccentrica nelle modalità, ma ciò non basta ad etichettare la comunicazione dei Cinque Stelle come “un uno contro tutti” perpetuo, un dare addosso senza fine, senza contare che tra un vaffa e l’altro c’è molto altro.

In questo marzo sono stati pubblicati sul blog 86 post. Un flusso continuo di opinioni firmate dai personaggi più in vista del movimento (Di Maio, Di Battista, e le sindache Raggi e Appendino..ecc), Grillo stesso, il Movimento nella sua interezza, collettivi, giornalisti (non per forza appartenenti all’area grillina) e scrittori.
Abbiamo considerato come “hate speeches” quei post direttamente rivolti ad un personaggio politico particolare, o a un partito, che facessero uso dell’ironia e di toni rabbiosi per contestare dei fatti senza argomentare. Un primo shock proviene dal constatare che solo il 39,5% dei post di questo mese si è basato su un attacco frontale a specifici soggetti, secondo le modalità a cui ci hanno abituati i Cinque Stelle, e ciò nonostante questo marzo tra Consip e scissione gli argomenti per delle critiche al governo siano stati numerosi. Nel mirino ovviamente i coinvolti nello scandalo Consip, ma anche il sindaco Sala, la regione Umbria, il PD, Gentiloni, Alfano.

34 post carichi d’odio, circa 2 al giorno, ma la notizia è che il restante 60% dei post manifesta quella pars construens che in molti spesso ignorano e quindi invocano, accusando i Cinque Stelle di essere solo dei “signori del No”.

10 post in questo mese sono stati dedicati all’autoglorificazione, del movimento e dei suoi membri. Si va dall’esaltazione del lavoro dei pentastellati a Torino e Livorno ai risultati del microcredito. In un post Di Battista riprendendo una sua intervista televisiva scrive «La responsabilità è grande, ma siamo pronti». A lato i banner che pubblicizzano la raccolta di aforismi del defunto Casaleggio, posizione 29.190 nella classifica “Libri” di Amazon.

5 post sono “comunicazioni di servizio”, ovvero news su quanto accade all’interno del movimento, delle metacomunicazioni: Grillo chiarisce la sua posizione sulla proprietà del blog, Grillo conferma il limite dei due mandati, risultati e informazioni riguardanti le votazioni on line.

I restanti 37 post sono dedicati a problematiche che generalmente definiamo sociali. Ecco la pluricitata pars construens, i “comunicati ufficiali” del Movimento, usando un’espressione impropria.
Con queste “analisi” (che è un’altra espressione impropria visto che comunque si tratta di post brevi) il Movimento Cinque Stelle chiarisce, se ce ne fosse bisogno, la sua matrice espressamente ambientalista e animalista: 10 sono infatti i post dedicati alle più disparate tematiche: si va dall’intervento di Virginia Raggi per il #Women4Climate ad una petizione per aiutare gli orsi. Non mancano poi i riferimenti al temuto olio di palma, così come quelli alla necessità di non privatizzare l’acqua pubblica.

3 post poi sono dedicati alla lotta alla mafia: la presentazione del libro di un’autrice scomoda, i risultati dei pentastellati a Bagheria, e una manifestazione di vicinanza a Cascone, un consigliere napoletano minacciato tramite lettera anonima.

Il grosso dei post è comunque dedicato ad altre problematiche attuali: c’è una petizione contro la Terra dei fuochi, l’immancabile critica al Trattato di Dublino, manifestazioni di vicinanza ai «lavoratori dimenticati del porto di Gioia Tauro», la pubblicità alla propria proposta di Reddito di Cittadinanza.

Questa superficiale panoramica ha il solo scopo di evidenziare che la comunicazione del Movimento Cinque Stelle è ben più complessa di quanto la sola analisi dei messaggi televisivi potrebbe far pensare.
Se è vero infatti che il tema ecologista, quello animalista, la lotta alla mafia e la vicinanza ai subalterni sono presenti costantemente sul blog di Grillo, è anche chiaro a tutti che nelle apparizioni televisive dei pentastellati tali temi spesso non trovino spazio, scansati a vantaggio di un hate speech diffuso nel quale le varie tematiche toccate servono solamente a mettere in cattiva luce gli avversari politici. Credere che però per questo la cominicazione del Movimento Cinque Stelle sia basata solo sulla pura pura aggressività è negare un’evidenza diversa.

Christian Salmon, uno dei principali teorici dello storytelling (l’arte di costruire narrazioni per perseguire scopi commerciali o politici), parla dell’esposizione televisiva come di una «cerimonia cannibale», necessaria e autodistruttiva allo stesso tempo. A suo avviso il politico moderno necessita della televisione per ritrovare una legittimazione che gli sfugge, ma la quotidianità dell’esposizione e l’assenza di privacy contribuiscono a loro volta a fargli perdere il suo “doppio corpo”, che tornato singolo pende ora irrimediabilmente verso la materialità, a svantaggio della sacralità.

La “cerimonia cannibale” è però anche una metafora dello scontro perenne tra le diverse individualità duellanti nel piccolo schermo, ognuna per cercare di non soccombere in una gara che irrimediabilmente la vedrà comunque prima o poi perdente. Questa è la guerra del talk show, delle domande ficcanti, delle risposte ingenue.
Se la televisione è un ring ciò che si può e si deve fare è combattere, vincere in 15 minuti una manciata di preferenze a casa che quasi sfumano nel televoto.
Per questo, in tv, è l’hate speech a farla da padrone, sia che si tratti dello sguaiato rimprovero di una Taverna che del colto rimbrotto di un Orfini. L’odio in tv vince, sempre e comunque, ed è per questo che non bisogna limitare l’analisi della comunicazione politica al marchingegno ora digitale e prima catodico.

Per fortuna c’è il web, verrebbe da dire. Che sia pur con i suoi numerosi limiti, come la quasi impossibilità dell’utente di uscire fuori dalla narrazione che più lo aggrada, permette un qualcosa che la tv ha contemplato solo in un breve periodo storico: la partecipazione del pubblico allo stream d’informazione. Ci si dovrebbe forse chiedere quanto la metafora della cerimonia cannibale sia trasferibile all’oceano della rete, in cui solitamente il confronto con l’avversario politico non è mai un corpo a corpo, e nel quale l’audience non è garantita da nessun colosso mediatico, il che significa un bacino d’utenza pari all’interesse che destano i contenuti. Analizzare la comunicazione politica di un movimento politico nato sulle piazze reali e cibernetiche solo in base alla propria immagine televisiva è un errore francamente imperdonabile, specie se questo movimento ha dimostrato di aver ottenuto visibilità e consenso evitando strategicamente proprio il mezzo televisivo fino al 2013.

Eppure i nostri cuginastri americani cominciano a prendere sul serio la comunicazione on line, specie dalla vittoria elettorale dell’ex-spacciato Donald Trump.
Il celebre linguista di Berkeley George Lakoff (qualcuno ricorderà la sua teoria del “non pensare all’elefante!”) ha recentemente proposto su Twitter una “tassonomia dei tweet di Trump” (in foto), per mettere in guardia l’elettorato da tutte le strategie comunicative che il tycoon può effettuare con i suoi cinguettii, con tanto di esempi.

Tweet by Lakoff, "Trump tweets taxonomy"
Tweet by Lakoff, “Taxonomy of Trump tweets”

Dopo una prima sensazione di smarrimento dovuta al fatto di aver creduto in un primo momento alla genuinità delle micro-dichiarazioni, chi legge non può nascondere un’espressione sorpresa e vagamente divertita: “davvero può fare tutto questo con 140 caratteri?”
In America dicono di sì.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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