Chi ben comincia, non è nemmeno a un quarto dell’opera. Sebastian Vettel ha vinto il Gran Premio d’Australia, riportando la Ferrari sul gradino più alto del podio dopo oltre un anno di digiuno e dopo dieci anni a Melbourne (l’ultima volta fu nell’anno d’oro di Kimi Raikkonen).

Dopo che al venerdì le prove libere sembravano indirizzare il weekend verso casa Mercedes, con il timore che i buoni risultati ottenuti nei test a Barcellona si consumassero allo stesso modo del 2016, il tedesco ha tirato giù la SF70-H al sabato e l’ha messa in seconda piazza.

Dalle prime battute, pare che con le nuove modifiche alle vetture sarà più difficile tentare il sorpasso. O quanto meno più rischioso, dato che per la nuova configurazione aerodinamica imposte dai regolamenti restare in scia di una macchina avversaria mette a repentaglio il bilanciamento e stuzzica la bravura del pilota che insegue.

Sebastian Vettel ha torchiato Hamilton per i primi 17 giri, fino a che l’inglese non ha lamentato un evidente calo di prestazione sulle gomme UltraSoft ed è rientrato ai box. Tornato in pista dietro Max Verstappen, il vice campione del mondo ha trovato difficoltà a recuperare il gap che virtualmente lo separava da Vettel, con la Ferrari che ha richiamato il tedesco in pit al momento giusto facendolo rientrare davanti al diretto rivale per il primo posto.

Tutto deciso, quindi, nel giro di una tornata di pit stop. Un po’ alla vecchia maniera, senza che le circostanze offrissero un duello vero e proprio e a pari condizioni su cui misurare i distacchi. Quel famoso distacco che sono almeno tre anni che in Mercedes qualcuno gongola perché nessuno è in grado di colmarlo.

Il fiabesco +9.8s che Vettel ha rifilato ad Hamilton a fine gara di per sé è già un tutto dire sul lavoro svolto dalla Ferrari negli ultimi giorni e sul perfetto feeling che il tedesco ha raggiunto con le gomme. Sarà stesso Vettel a confermare di aver raggiunto con entrambe le mescole UltraSoft e Soft il ritmo giusto, specie nel secondo stint, quando a pista libera ha gestito al meglio il proprio vantaggio portandosi a casa il terzo giro veloce, dietro solo al compagno di squadra Kimi Raikkonen e a Valtteri Bottas.

Chiaramente ciò che accade in un Gp in F1 è più o meno circoscritto al Gp stesso. Non è presto azzardare pronostici, è sbagliato farli a prescindere. Nell’epoca dei se e dei ma saremmo evidentemente tutti bravi a formulare qualche pensiero, e a dire che se non ci fosse stato Verstappen al rientro di Hamilton in pista, Lewis avrebbe spianato l’asfalto e mantenuto Seb alle sue spalle. Al che il nostalgico si alzerebbe e direbbe che proprio un anno fa era Vettel che a causa di una bandiera rossa gettò al vento il primo posto.

Non ultimo lo scettico, che proprio sull’onda dell’anno passato si tapperebbe le orecchie pur di sentire che finalmente in Mercedes temono qualcuno. A conti fatti, fa bene trarre il minimo indispensabile da ogni versione della chiacchiera da bar e fare una summa.

I pugni di Toto Wolff sul tavolo sono emblematici. Un gesto di stizza che possiamo divertirci a capire a cosa sia dovuto e che è ovviamente diventato già virale. Chi chiama un pilota ai box in anticipo rispetto al target che ci si è preposti, lo fa perché deve. Il pressing costante di Vettel ha tenuto alle strette Hamilton e il degrado è iniziato prima del dovuto. Sosta obbligata e obbligatorio rientrare dietro Verstappen, che è necessariamente un avversario e non del semplice ‘traffico’. Sono stati circa 8 i giri che Lewis ha consumato dietro l’olandese, ma non di certo sono stati 8 i giri che gli hanno causato il distacco finale da Vettel.

Questione di box e di chi ne ha avuto di più prima di fermarsi per la sosta. La gara si è decisa sui dettagli, che come da copione negli ultimi anni sono intervenuti per lo più sulla questione pneumatici.

In questioni di gap, quel che è sconcertante è che di distacchi ce ne sono un bel po’. Al via partono meno vetture che nel 2016, ma il divario che c’è tra i primi e anche il finire della top ten è stato almeno questa volta enorme. Seppur mettano in risalto la bravura del pilota, che a metà gara metà griglia sia stata già doppiata non è un bel risultato per questo sport.

Nel frattempo, come abbiamo detto in apertura, chi ben inizia non è vero che ha già fatto metà dell’opera. Forse non in questo sport, perché chi ben inizia – a dirla alla Paolo Bitta – ben inizia.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: sportal.co