“Non andate su quella collina” sembra avvisare Gore Verbinski, regista della pellicola La Cura dal Benessere un thriller psicologico dalle venature grottesche e sentori di horror vecchia scuola.

Sulle sommità di quella collina campeggia un antico castello, da decenni, casa di cura contro i mali dell’esistenza, della mente e del corpo, derivazione perversa dei ritmi sfiancanti operati dalla vita contemporanea. E lì, in quel castello, che ha un che di disneyano e sinistro, si compiono le nefandezze più occulte, le pratiche medicanti vicarie e meno ortodosse, curando una malattia che forse non c’è ma potrebbe essere instillata a livello liminale negli ignari pazienti. Ma questo sta a voi scoprirlo..

Al centro della narrazione abbiamo il nostro malcapitato protagonista, Lockhart (interpretato da Dane DeHaan), l’incarnazione dei peggiori vizi della nostra società: arrivista, cinico, alienato dagli affari, che si troverà catapultato per caso, per questioni (indovinate un po’..) lavorative all’interno della struttura, intento a riportare a New York l’amministratore delegato dell’azienda ricoverato  presso la medesima.

Ma le cose sono strane fin dall’inizio. Nessuno dei pazienti, una volta entrati, vuole lasciare quel posto che ad una primissima occhiata sembra un luogo ameno e spensierato, ma ad una seconda mostra già i suoi punti oscuri: tutti parlano di una poco famigerata ma, a quanto pare miracolosa, cura. Senza dimenticare alcuni locali intrisi di mistero e segregati spazialmente fra gli ettari del paesaggio che si uniscono alla macabra storia passata del luogo.

Una casa di cura che ha tutte le caratteristiche di un’istituzione totale dato che si propone e impone (ma celandosi dietro le buonissime e disturbanti maniere delle infermiere e del personale) di scandire l’intero quotidiano dei pazienti secondo le norme orchestrate dal direttore sanitario fautore di un vero e proprio controllo centralizzato.

La narrazione così procede tra i cunicoli del mistero, con rivelazioni sempre più sconcertanti da parte del protagonista – l’unica torcia ocularizzante nelle mani dello spettatore ignaro – fino a concludersi con l’agnizione finale di uno dei personaggi.

Lungi dall’essere un film seminale, ma altamente derivativo, La Cura dal Benessere prende in prestito l’impostazione narrativa della prima parte di Shutter Island e richiama atmosfere e ambientazioni di argentiano memento. Le trovate tecniche sono elementari ma ispirate, si pensi ai corridoi claustrofobici di derivazione gotica, ai pochi – ma ben posizionati – jumpscare disseminati in un paio di occasioni chiave.

Una pellicola tutto sommato solida ma che ha la grande pecca di essere inutilmente didascalica sul finale e a cui non si possono perdonare alcune falle di incoerenza: di scrittura del personaggio principale di Dane DeHaan che mostra uno spirito contradditorio tra i due atti, e, soprattutto, stilistica, per l’epilogo altamente dissonante con il tono pesante e grave di tutta la pellicola, uno showdown mostruoso e gore veramente puerile.

La Cura dal Benessere è quindi un ottimo esercizio di stile, un discreto thriller psicologico che vuole mostrare i muscoli, fatti di steroidi visionari e orrorifici ma che di consistente – salvo una riuscita stoccata alla frenesia contemporanea – non ha molto da dire.

Enrico Ciccarelli

2 COMMENTI

  1. sono profondamente in disaccordo, questo film con la regia di Dario Argento non ha nulla a che vedere (piuttosto riprende a tratti Wes Anderson per la simmetria, a tratti Cronenberg per la body horror e a tratti il Lars Von Trier di The Kingdome per i dialoghi secchi, freddi e destabilizzanti). Il protagonista non è contraddittorio, ha un’evoluzione, c’è differenza, così come l’epilogo cambia registro per un motivo preciso e non perché semplicemente il regista si è sbagliato. In un film così complesso e pieno di dettagli mi sembra strano anche solo che tu possa averlo pensato. Forse il film non avrà nulla da dire a chi non si sofferma a riflettere sulla storia e sul messaggio eppure siamo di fronte alla rivelazione del Thriller Horror 2017, finalmente un film di genere ottimo che non ha nulla da invidiare per, trama regia e fotografia ai grandi maestri del passato. Io lo consiglio.

    • Io, invece, sono molto d’accordo con te, almeno sulla parte delle ispirazioni.
      Concordo con Wes Anderson e soprattutto con Cronenberg, ma ho preferito citare Shutter Island (per l’atmosfera e la fotografia) e Argento (mi riferisco, ovviamente, a Suspiria) perchè sono i film che più me l’hanno ricordato sul piano tecnico. Dai movimenti di macchina alle inquadrature, al modo in cui vengono mostrate (con fotogrammi molto scenografici, quasi plastici) le rivelazioni della pellicola.
      Sul lato della qualità, qui siamo sul piano dei gusti, ma lungi da considerare i miei come raffinati e/o oggettivi.
      Chiosa sul personaggio: non la reputo un’evoluzione. Ci viene presentato in un modo preciso: uomo cinico, lavoratore scrupoloso e di successo, utilitarista fino al midollo. Si trova “casualmente” coinvolto in questa clinica di pazzi. Ha tante – ma tantissime – occasioni per fuggire e lasciarsi tutto alle spalle. Invece prende a cuore – senza motivi chiarissimi – la situazione di Pembroke (vabbè, qui forse c’è la motivazione lavorativa) e quella della ragazza bionda.
      Insomma, d’un tratto, emerge un’interesse verso il prossimo e una spiccata solidarietà sentimentale. C’è un cambiamento cognitivo-comportamentale troppo netto. A mio modo di vedere, chiaro.

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