Il 21 marzo scorso, in Pakistan è stato approvato un disegno di legge che prevede il ripristino per altri due anni dei tribunali militari speciali, volti a giudicare civili sospettati di coinvolgimento in attività terroristiche.

Risale ai giorni precedenti l’approvazione, l’appello della ONG Human Rights Watch (HRW) all’esecutivo pakistano affinché non approvi la riapertura dei suddetti tribunali, data la totale assenza di trasparenza del procedimento giuridico all’interno di essi. La Commissione Internazionale dei Giuristi (ICJ la sigla inglese) denunciò già il 15 dicembre con un verbale la situazione di illegalità dei giudizi emessi dai tribunali militari segreti, assolutamente incompatibili con la Costituzione del Pakistan e le leggi sui diritti umani internazionali, sottoscritte dal paese stesso.

La Commissione Internazionale dei Giuristi sottolinea nei richiami che la mancanza di imparzialità dei giudici risulterebbe evidente dal fatto che i giudici fossero militari del tutto privi della carica gerarchica e dei titoli per esercitare la funzione giuridica, per non parlare del fatto che le sentenze avvenivano sempre a porte chiuse e gli accusati spesso non avevano nemmeno diritto ad un avvocato difensore.

Zohra Yusuf, presidente della commissione per i Diritti Umani in Pakistan, al tempo della loro apertura aveva dichiarato:

Queste corti non possiedono i requisiti di base per la formulazione di un giudizio giusto. Tutto il procedimento giuridico manca di trasparenza, basti pensare al fatto che gli avvocati non avevano accesso alle prove contro i loro clienti.

L’istituzione e l’apertura dei tribunali militari in Pakistan risale al 6 gennaio 2015: in seguito ad una modifica costituzionale approvata dal parlamento sono stati aperti dei tribunali militari, con lo scopo di giudicare persone appartenenti o apparentemente appartenenti a gruppi terroristici di matrice religiosa. L’esecutivo giustificò la modifica costituzionale come provvedimento necessario in seguito al sanguinoso attacco talebano a Peshawar, una cittadina al nord-est del Pakistan, che portò alla morte di 125 studenti, la maggior parte figli di militari.

Il primo ministro Nawaz Sharif dichiarò sin dal giorno seguente la sua politica di tolleranza zero nei confronti dei terroristi, tanto che il primo provvedimento riguarda la sospensione della moratoria sulla pena di morte, al fine di garantire esemplari punizioni per i terroristi coinvolti nell’attentato. Sfortunatamente tre mesi dopo la moratoria contro la pena di morte viene sospesa e la pena di morte diventa applicabile a qualsiasi altro tipo di delitto.

Dal 2015 i tribunali militari pakistani hanno emesso più di 250 sentenze, 160 delle quali di morte, con l’esecuzione effettiva di 15 sospettati di terrorismo e l’incarcerazione a vita dei restanti.

Il leader del partito Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) Qureshi avrebbe dichiarato al quotidiano locale Down che i principali partiti del paese concordano nel  definire inusuali le condizioni in cui versa il paese, pertanto una proroga dell’esistenza dei tribunali militari è necessaria.

Amnesty International, in accordo con il diritto internazionale, non concordando con il provvedimento preso dal governo, si oppone apertamente all’uso di tribunali militari per giudicare i civili. La portavoce della ONG in Pakistan, Nadia Rahman, difatti ha affermato :

Qualsiasi governo ha il dovere di proteggere la vita delle persone e prendere le misure necessarie per vigilare sulla loro sicurezza, però i tribunali militari non sono la soluzione.

L’ultima parola spetta in questi giorni al Senato pakistano, che di fatto deciderà se rendere esecutiva la proroga dei tribunali militari per altri due anni. Non risulta troppo azzardato prevedere un assenso da parte del Senato a tale proroga data la situazione geopolitica estremamente complessa in cui versa il paese da anni.

La storia del Pakistan del dopo indipendenza è stata caratterizzata da forti instabilità politiche, governi militari e conflitti con la confinante India, non ultimi i problemi di sovrappopolazione, terrorismo, povertà, analfabetismo e corruzione. La politica estera del paese, situato nel corridoio strategico e geopolitico delle principali linee di rifornimento di petrolio, si concentra fondamentalmente sull’economia e sulla sicurezza contro le minacce alla sua identità nazionale.

Membro e fondatore dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), è un importante alleato, non appartenente alla NATO, degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo, in particolare durante l’invasione dell’Afghanistan, a cui il Pakistan partecipa con l’invio di decine di migliaia di soldati. Il Pakistan tentò inoltre, sempre con l’appoggio degli Stati Uniti, di neutralizzare l’insurrezione talebana e alcune cellule di al-Qaida delle aree tribali settentrionali del paese; da quegli anni non a caso il Pakistan diventa l’obbiettivo di molti attacchi terroristici che aprono una parentesi di sangue che sembra destinata a non chiudersi.

Ora la decisione se riaprire o meno i tribunali militari passa nelle mani del Senato. Risuona ancora forte e decisamente attuale la dichiarazione di Nadia Rahman di poco meno di un mese fa, che invitava il governo a riflettere sull’eventuale proroga dei tribunali, poiché combattere il terrorismo abusando dei diritti umani e della giustizia, non è tollerabile da parte di quello stesso governo che lotta contro la loro violazione.

Sara Bortolati

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteDe Magistris: “Debiti ingiusti, non li pagheremo!”
Articolo successivoMais Ogm, l’Italia dice no
Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.