La politica autoritaria di Duterte, presidente delle Filippine, è stata nuovamente al centro delle attenzioni dell’eclettico caudillo. L’ultima vicenda che ha coinvolto il Presidente è quella inerente alla rottura del trattato di pace tra il governo filippino e la NPA, ovvero la New People’s Army, considerata dagli Stati Uniti un gruppo terroristico in seguito all’attentato alle Torri Gemelle.

È stato un febbraio nevralgico per le Filippine, un periodo caratterizzato da dichiarazioni, decisioni e strategie di estrema rilevanza. Un lasso di tempo che ha posto fine — almeno così sembrava — a tutti quei tentativi di ristabilire un ordine tra il governo e il braccio armato NPA del Partito Comunista Filippino, che dispone di circa 50.000 militanti.

Successivamente agli innumerevoli scontri avvenuti tra il Governo filippino e la Nuova Armata Popolare – scontri che hanno segnato in modo indelebile, negli ultimi decenni, lo Stato del sud-est asiatico: prima nel 1972 col dittatore Marcos ed oggigiorno con il Governo Duterte – sembrava vicina una svolta in seguito a un avvicinamento tra le due parti nel luglio 2016, in cui, di comune accordo, si stavano ponendo le basi per una cessazione dei conflitti e quindi si era scelto di interrompere le diatribe tra i due opponenti.

Nell’agosto 2016 ci fu un’ennesima conferma della volontà di ambo le parti, dato che la guerra cessò e venne concordato un armistizio tra il governo e il gruppo armato. Una nuova era sembrava avvicinarsi per le Filippine: un’epoca che poteva divenire miliare per l’opportunità di lasciarsi alle spalle tutte le feroci guerre avvenute e la possibilità di sperare in un periodo di tregua. I negoziati tra le parti sono continuati e davvero sembrava possibile una collisione di obiettivi e interessi.

Ma le idee che caratterizzano le due parti, completamente agli antipodi, sono così ben delineate ed estremamente definite al punto da rendere ardua l’accettazione di un compromesso che facesse risultare le azioni coerenti con i valori portati avanti. Un gioco tra le parti nel quale nessuno poteva tollerare una svalutazione delle richieste e dei principi in ballo. Com’è facile da immaginare, la tregua è divenuta ben presto una chimera. Vi era la necessità di conseguire un accordo tra le parti, data la natura conflittuale e tesa del rapporto, ma non è stato fatto abbastanza per adempiere alle direttive pattuite. Infatti, anche se il rispetto del cessate il fuoco da entrambe le parti sembrava cosa buona e giusta, forze ribelli e Governo si sono trovate più volte coinvolte in conflitti a fuoco.

Il 1° febbraio 2017, la NPA ha annunciato che a partire dalle 23:59 di venerdì 10 febbraio non avrebbe più tenuto fede alla tregua concordata. Una decisione arrivata in seguito al terzo round di colloqui tra negoziatori del Governo e del gruppo ribelle avvenuti a Roma, dovuta all’accusa da parte dei ribelli di non aver rispettato gli obiettivi stabiliti durante le trattative, ossia la scarcerazione di tutti i prigionieri politici entro ottobre del 2016, dato che i negoziatori del gruppo venivano rilasciati solo su cauzione e con un permesso di circa 6 mesi per partecipare agli incontri. Inoltre per la violazione avvenuta a Mindanao, isola sotto la tutela del New People’s Army, con l’insediamento dell’esercito in circa 500 villaggi e con l’accusa per l’uccisione, da parte delle forze governative, di circa 20 attivisti nel luglio del 2016, periodo in cui vigeva il cessate il fuoco.

Il presidente filippino, in un primo momento, sembrava propenso ad una totale chiusura al fine di  un principio di cooperazione per la ripresa dei trattati di pace e quindi come uno stimolo a mostrarsi noncurante dei possibili effetti che tale decisione può avere sulle sorti di un’intera nazione. Infatti, Il 4 febbraio 2017, Duterte proclamava quanto segue«Ho detto ai soldati di prepararsi per una lunga guerra. Ho detto che la pace non verrà durante la nostra generazione. Il conflitto è in corso da 50 anni, se volete continuarlo per altri 50, sarò lieto d’accontentarvi». Ha poi aggiunto: «Inizieremo a cercarli e ad arrestarli – (i ribelli maoisti, ndr) – se erano in prigione prima ed erano stati rilasciati a condizione che fossero necessari per i colloqui».

Le cause scatenanti di questa avversione da parte del presidente filippino nei confronti della NPA sarebbe dovuta alle richieste diventate, secondo Duterte, eccessivamente esigenti e la violazione del cessate il fuoco.

A mitigare la crescente tensione tra le parti coinvolte è intervenuto Jesus Dureza, capo negoziatore del governo, il quale ha lasciato intendere che sicuramente il percorso che porterà ad una pace è disseminato di molte difficoltà ma la volontà del Presidente è quella di superare questi dissidi e arrivare ad un accordo che possa sancire la pace in modo definitivo, così come richiesto dal popolo filippino.

In seguito — agli inizi di marzo 2017 — anche Duterte, muovendosi sulla linea di pensiero suggerita da Dureza, ha posto alcune condizioni nel caso in cui si dovesse riproporre un negoziato tra le parti, ovvero, il rispetto obbligatorio del cessate il fuoco, la scarcerazione di tutti gli ostaggi trattenuti dai ribelli e porre fine alla riscossione della “tassa rivoluzionaria” richiesta dalla NPA al popolo filippino.

D’altro canto, il gruppo ribelle ha ribadito la possibilità di trovare un punto d’incontro anche se è stato deciso, in modo unilaterale, la rinuncia al cessate il fuoco: i maoisti hanno dichiarato che «è possibile contrattare anche se vi è un corso un combattimento».

La situazione è tuttora in fase di evoluzione: sebbene le aspettative siano quelle di una nuova dichiarazione unilaterale di cessate il fuoco da parte della NPA entro il 31 marzo, o al più durante il successivo fine settimana, quale gesto di buona volontà per la ripresa dei colloqui di pace durante il mese di aprile, si registra anche il coinvolgimento diretto del Partito Comunista Filippino. Ai rossi, infatti, il governo di Duterte ha chiesto di esercitare pressione nei confronti del braccio armato del partito affinché i guerriglieri cessino le operazioni di reclutamento.

Cosa accadrà nei mesi a venire, e quali saranno le reazioni del caudillo filippino, non è ancora dato sapere.

Vincenzo Molinari, con la collaborazione di Simone Moricca

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Definirsi, delineando i propri confini, è una delle cose più difficili al mondo. Parlerei per ore di svariati temi, ma avere una visione soggettiva di me stesso mi reca alcune complessità. Le uniche cose che so di sicuro sono che ho 19 anni, un metro e settantacinque, capelli scuri, occhi scuri e occhiali; diplomato e aspirante universitario, perennemente critico e relativamente ottimista.

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