Nell’ultima settimana alcuni media, soprattutto esteri, sono tornati a parlare della situazione in Israele/Palestina, a seguito delle dimissioni del sottosegretario ONU, nonché capo della Commissione economica e sociale per l’Asia Occidentale (ESCWA di cui sono membri 18 stati arabi), Rima Khalaf.

Il 15 marzo, Khalaf ha pubblicato sul sito dell’ESCWA un rapporto, redatto da Virginia Tilley, professoressa dell’Università dell’Illinois, e Richard Falk, inviato dell’ONU per monitorare la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, che denunciava «il regime di apartheid» imposto dal governo israeliano alla popolazione palestinese e il disinteresse «della comunità internazionale verso le sue continue violazioni del diritto internazionale». Immediata la reazione di Israele, che ha parlato di propaganda nazista e di antisemitismo.

A due giorni dalla pubblicazione, durante una conferenza stampa a Beirut, la funzionaria ha annunciato le sue dimissioni, dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite Annio Guterres le ha chiesto di rimuovere il documento dal sito dell’ONU. Khalaf accusa gli «Stati membri più potenti» di esercitare pressioni sull’organizzazione attraverso «minacce e feroci attacchi», riferendosi soprattutto agli Stati Uniti, alleati di Israele, che per primi si sono mossi affinché il rapporto venisse ritirato.

Erano stati proprio gli ambasciatori americani Nikki Haley e Danny Danon ad auspicare le dimissioni di Khalaf già prima di venerdì, sostenendo che «gli attivisti anti-israeliani non appartengono alle Nazioni Unite». Per il portavoce ONU Stephane Dujarric, però, le ragioni del ritiro non riguarderebbero i contenuti ma il processo con il quale esso è stato pubblicato, ovvero senza l’autorizzazione dei servizi competenti.

Non è la prima volta che l’uso di termini “impropri” o “di parte” nei confronti di Israele fa scaturire scontri diplomatici che coinvolgono organizzazioni ufficiali anche dell’ONU. Basti ricordare la polemica seguita alla risoluzione UNESCO di ottobre 2016, che definiva Israele una «potenza occupante», indicando i luoghi sacri soltanto in lingua araba. Anche l’accostamento tra Israele e apartheid, la segregazione razziale in Sudafrica durata fino al 1994, è stato spesso evocato. L’apartheid, secondo le Nazioni Unite, è un crimine internazionale ed è inserito nella lista dei crimini contro l’umanità, dei quali si occupa la Corte Penale Internazionale.

Il rapporto dell’ESCWA, in particolare, sottolinea come il regime di apartheid praticato da Israele riguardi due livelli:

«in primo luogo, la frammentazione politica e geografica del popolo palestinese, che indebolisce la loro capacità di resistenza e rende quasi impossibile per loro cambiare la realtà sul territorio. In secondo luogo, l’oppressione di tutti i palestinesi attraverso una serie di leggi, politiche e pratiche che assicurano il dominio su di loro da parte di un gruppo razziale e servono a mantenere il regime».

Questa definizione si rivolge al significato letterale del termine apartheid, che riunisce qualsiasi forma di segregazione civile e politica praticata dal governo di uno Stato a danno delle minoranze, sulla base di pregiudizi etnici e sociali.

Altri intellettuali, però, vedono in questo accostamento una pericolosa e fuorviante strumentalizzazione dei fatti storici che rischia di manipolare l’opinione pubblica verso una demonizzazione di Israele, allontanandola dalla situazione geopolitica reale. In particolare, il governo israeliano si appella alla questione della sicurezza e della difesa della società civile dal terrorismo palestinese e dal fondamentalismo islamico.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ricorda il bisogno costante di Israele di proteggersi non solo dalle dispute geopolitiche del Medio Oriente, ma anche in quanto rappresentante del popolo ebraico tutto, ancora vittima di un diffuso antisemitismo non solo nel mondo arabo ma nell’intera comunità internazionale, anche da parte di coloro che criticano le politiche israeliane. È proprio di questo ad essere accusato uno degli autori del rapporto dell’ESCWA, Richard Falk, che gli Stati Uniti hanno definito parziale e non attendibile.

Il ricercatore e la sua collaboratrice hanno respinto le accuse, ribadendo però la necessità di denunciare alcune politiche israeliane poiché rientranti nella definizione di apartheid che le Nazioni Unite hanno approvato nel 1973. Tra queste si citano: le discriminazioni ai palestinesi che vivono a Gerusalemme est, la proibizione dei matrimoni misti tra ebrei e non ebrei, le limitazioni della libertà d’espressione soprattutto in Cisgiordania, le incarcerazioni senza processo, le espropriazioni e i check points, che riducono la libertà di movimento palestinese.

La tensione tra bisogno di sicurezza del popolo israeliano e diritto all’autodeterminazione dei palestinesi è da sempre una delle componenti più importanti del conflitto. Ne è un esempio il Muro di Separazione, chiamato “muro dell’apartheid” dai palestinesi e dalle associazioni filo-palestinesi, o semplicemente “muro” dall’ONU. Costruito a partire dal 2002 per rafforzare il sistema difensivo israeliano, è una barriera di cemento armato e filo spinato lunga circa 723 chilometri che separa Israele dalla West Bank. Organizzazioni e attivisti per i diritti umani denunciano che il muro abbia un impatto diretto devastante sulla vita quotidiana degli abitanti di quei territori, ma secondo un rapporto stilato dal Ministero degli Affari esteri israeliano, dalla costruzione della barriera gli attacchi terroristici sono diminuiti sensibilmente e l’opinione pubblica ne è fortemente favorevole.

Nonostante l’ESCWA sostenga di aver condotto la sua indagine sulla base di «prove schiaccianti», l’ONU per il momento ha deciso di dissociarsi dal suo operato e dunque di ritirare il rapporto. Rapporto che comunque, come ricorda Khalaf, «è stato rilasciato e ha un impatto».

Rosa Uliassi

2 COMMENTI

  1. Peccato che nessuno sa o non vuole semplicemente sapere che gli arabi in Israele hanno tutti i diritti democratici come se vivessero in Europa, vorrei vedere come vivrebbero nei paesi vicini… E poi… se si parla di apartheid per Israele, perché non si parla mai della Siria, dove ormai centinaia e centinaia di civili uccisi senza che lo facciano vedere da nessuna parte? E poi tutte le altre parti del mondo(soprattutto arabo/musulmano). No! Perché è comodo dare addosso all’unica e ripeto L’UNICA democrazia del Medio Oriente…

  2. Apartheid in Israele ???? Sono arabi/islamici molti deputati , sono arabi/islamici molti sindaci , sono arabi/islamici molti avvocati , medici , docenti , ……sono arabi/islamici molti diplomatici che rappresentano Israele all’estero !!!!!! Basta con le menzogne !!!!

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