A seguito dei numerosi episodi di razzismo e xenofobia che si sono verificati in Sudafrica, la nazione Arcobaleno torna a fare i conti con le eredità dall’apartheid e lo fa attraverso una proposta di legge contro i crimini d’odio e l’hate speech.

Ventitré anni dopo la fine dell’apartheid, il Sudafrica non è ancora riuscito a superare le sue contraddizioni interne che lo portano ad essere una delle maggiori potenze dell’Africa e contemporaneamente una nazione divisa secondo linee etniche e di classe con alti livelli di disoccupazione, distribuzione iniqua delle risorse e povertà diffusa.

Negli ultimi anni, la mancanza di opportunità di emancipazione sociale ed economica e la disillusione per un progetto politico che appare sempre più fallimentare hanno fomentato la rabbia della popolazione che è molto spesso confluita in una retorica anti-migrante e anti-diverso. Ciò si è esplicitato in violente proteste e nell’aumento di episodi di razzismo e xenofobia. La diffusa percezione della corruzione della classe politica e la crisi del African National Congress – partito di Mandela al potere dalla fine dell’Apartheid – che in un clima infuocato ha perso le elezioni amministrative nella capitale Pretoria, a Città del Capo e a Johannesburg, si aggiungono a questo quadro e rendono il Paese una polveriera pronta ad esplodere in nuove ondate di violenza.

Una delle strade intraprese dal Governo per arginare nuove violenze è il rafforzamento della legislazione che tutela le minoranze, in particolare attraverso un disegno di legge per combattere i “crimini d’odio”, ovvero quei crimini motivati da pregiudizi e intolleranza nei confronti di membri di particolari categorie che si identificano per la propria appartenenza etnica, le origini sociali, la religione o l’orientamento sessuale (la lista non è esaustiva).

L’urgenza di una nuova normativa che aggravasse le conseguenze di tali crimini è sorta in seguito agli avvenimenti del 2008 che hanno portato alla morte 62 persone, la maggioranza delle quali era composta da lavoratori provenienti dai Paesi limitrofi. I fatti del maggio 2008 non sono purtroppo rimasti un caso isolato: numerosi episodi di violenza nei confronti dei lavoratori stranieri si sono verificati nel Paese fino ai disordini del 2015 durante i quali, a seguito di attacchi xenofobi a Johannesburg e a Durban, cinque persone hanno perso la vita e numerose proprietà di lavoratori stranieri sono state distrutte.

La responsabilità di questi attacchi, però, non può essere attribuita unicamente al malessere diffuso dei sudafricani: infatti, la retorica anti-migranti di alcune figure politiche è spesso all’origine di questa canalizzazione dell’odio verso quelli che vengono identificati come estranei. Il caso delle sommosse del 2015 è emblematico: nei giorni precedenti agli episodi di violenza, il re degli Zulu (autorità tradizionale) aveva accusato i lavoratori migranti di contribuire alla disoccupazione dei cittadini sudafricani attraverso una concorrenza sleale e aveva incitato queste persone a tornare nei propri Paesi.

Ed è proprio la prevenzione e il contrasto dell’incitamento all’odio il secondo punto della proposta di legge del Parlamento sudafricano. Nell’ultimo anno si sono moltiplicati i contenuti offensivi pubblicati sui social network rendendo a tutti gli effetti Facebook e Twitter nuovi canali per diffondere xenofobia e razzismo. Ma questo innovativo strumento normativo potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per i sudafricani: se da una parte dovrebbe aiutare a fermare le pericolose retoriche razziste che, soprattutto in periodo elettorale, possono portare a gravissimi episodi di violenza, dall’altra potrebbero diventare uno strumento di censura e di silenziamento del dissenso.

Il punto largamente criticato da associazioni e intellettuali è la criminalizzazione di messaggi che «ridicolizzano o offendono membri di gruppi». Si può infatti facilmente far rientrare in questa descrizione il lavoro di commediografi, intellettuali, comici satirici e oppositori politici. Inoltre, molti sudafricani non vedono la criminalizzazione dell’odio come una risposta efficace contro il crescente razzismo. Vietare tali discorsi non avrà un effetto di lungo periodo se questa normativa non sarà seguita da politiche sistemiche di inclusione e redistribuzione delle ricchezze. La pena detentiva, inoltre, non è individuata come la migliore soluzione per un problema che dovrebbe essere affrontato attraverso politiche di riabilitazione e risocializzazione, percossi impossibili nelle sovraffollate prigioni sudafricane.

Marcella Esposito

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