WhatsHappening: le donne elette nei Parlamenti del globo nel 2016

Edizione speciale di aprile 2017

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Cari lettori, Libero Pensiero dà il benvenuto al nuovo mese con la consueta edizione speciale di WhatsHappening, la nostra rubrica di geopolitica. L’Inter-Parliamentary Union ha stilato l’interessante reportLe donne in Parlamento nel 2016“, monitorando a livello globale i progressi o i regressi della partecipazione femminile alla sfera politica.

Il trend generale, come vedremo più dettagliatamente nei paragrafi che seguono, è positivo: si è passati da una «percentuale media delle donne nei parlamenti nazionali» del 22,6% riferita al 2015 a una percentuale del 23,3% riferita al 2016. Il dibattito sulla parità di genere e dunque sulla necessità di favorire società in cui la sfera politica non faccia distinzioni di sesso appare sempre più vivo e pressante. WhatsHappening ha analizzato i risultati del report relativi a quattro aree specifiche: l’Africa subsahariana, l’Europa, le Americhe e gli Stati Arabi. Iniziamo:

AFRICA SUBSAHARIANA

Quella delle donne elette in parlamento, e quindi delle donne in politica, è una questione emersa ormai da molti anni e molto discussa e analizzata a livello mondiale. L’Inter-Parliamentary Union, organizzazione internazionale dei Parlamenti nata nel 1889, ci restituisce un quadro a livello internazionale nel suo ultimo report riferito all’anno 2016. Mentre, come abbiamo anticipato, il trend generale è positivo – da un 22.6% di donne in parlamento nel 2015 si è passato ad un 23.3% –, per quanto riguarda la regione dell’Africa Subsahariana va registrata una battuta d’arresto negli ultimi anni.

A determinare questo calo è soprattutto la situazione politico-parlamentare di alcuni paesi, come ad esempio delle Seychelles, dove il numero delle donne in parlamento è drammaticamente sceso del 23% dalle ultime elezioni tenutesi nel paese. Tuttavia, questo è il risultato dell’analisi comparativa dei paesi dell’Africa Subsahariana. Se si va a guardare i singoli Stati, si trovano situazioni diverse e, in alcuni casi, anche in netto miglioramento. Ad esempio, nella scala internazionale dei progressi nei singoli paesi, la Somalia è al secondo posto dopo lo stato di Palau, segno che qualcosa si è mosso positivamente all’interno del paese.

Allo stesso modo potrebbe stupire vedere che nella scala redatta in base al numero di donne in parlamento, il Sudan del Sud e la Somalia vengono prima dell’Irlanda e degli Stati Uniti d’America, paesi che abitualmente consideriamo più democratici di quelli asiatici e africani. In linea generale si può dire che nei paesi dove siano state stabilite le quote di genere si sono avuti dei progressi (e questo è il caso del Sudan del Sud, ad esempio, ma anche di Capo Verde), mentre negli altri si sono avuti rallentamenti e impedimenti.

EUROPA

In Europa, la tornata elettorale del 2016 ha visto un incremento della presenza femminile nei Parlamenti dei diversi paesi, passando dal 25,4% del 2015 al 26,3%, con una crescita media di 9 punti percentuali (considerando entrambe le camere). Gli Stati più virtuosi da questo punto di vista sono Cipro e Montenegro, dove la rappresentanza femminile è aumentata di 8 punti percentuali.

A Cipro, in particolare, questa crescita si inserisce nei più generali spostamenti di voto legati alla sfiducia nei partiti tradizionali e nell’elezione del numero più alto di partiti (soprattutto piccoli) mai registrato negli ultimi 15 anni. Degli otto partiti presenti oggi in Parlamento, quattro hanno almeno un rappresentante donna. Contesto simile in Islanda, dove la crisi economica del 2008 ha causato un profondo malcontento verso i vecchi partiti e la conquista di un vasto consenso da parte del Partito Pirata, guidato da una donna. Oggi nel Parlamento islandese la presenza femminile è del 47,8%.

In Irlanda è stata una legge governativa ad imporre ad ogni lista almeno il 30% di candidati donna, portando ad un aumento della presenza femminile in Parlamento del 7,1%. Piccoli passi avanti sono stati fatti nella Repubblica di San Marino, in Kazakistan, in Slovacchia, in Georgia e in Repubblica Ceca. A parte questi miglioramenti, però, continuano ad esserci paesi europei in cui la rappresentanza femminile è addirittura in calo, come in Macedonia (-0,9%), nella Federazione Russa (-0.9%), in Spagna (-0,9%), in Croazia (-2,6%), in Lituania (-2,8%), in Bielorussia (-4.7%).

AMERICHE

Le Americhe nel passato decennio sono state il teatro principale di una rapida ascesa delle donne in politica. Cristina Fernández de Kirchner presidente dell’Argentina, Dilma Rousseff al vertice della nazione brasiliana, Hillary Clinton prima candidata alle elezioni degli Stati Uniti. Il report del 2016 mostra però tendenze assai diverse per ogni zona della regione, sorprese positive e soprattutto aspettative deluse.

Si credeva nel passo avanti decisivo degli Stati Uniti verso la parità ed invece con grande meraviglia il Nicaragua si presenta come vera bandiera della quota rosa: oltre il 45% degli eletti nelle votazioni del 2016 sono di sesso femminile, merito dell’imposizione nel 2012 di liste elettorali per metà formate da donne e per metà da uomini. Non arriva a tanto il Perù, che riserva alle donne il 30% dello spazio nelle liste, ma che comunque si fa notare per il 4,6% in più di donne in parlamento rispetto al 2015.

Gli Stati Uniti rappresentano però ovviamente la delusione più cocente dell’area, non tanto per la mancata elezione di Hillary Clinton, quanto per i toni misogini con cui Trump è riuscito a trionfare. Inoltre la crescita delle donne in Senato è quasi ferma, facendo registrare solo un +1%, mentre nella Camera dei Rappresentanti il sesso femminile perde addirittura quote (-0,2%). Se a ciò si aggiunge la fine del mandato di Cristina Fernández de Kirchner in Argentina e la destituzione di Dilma Rousseff in Brasile dopo l’impeachment e le proteste popolari, il 2016 non può considerarsi un anno positivo per la parità di genere nella politica delle Americhe.

STATI ARABI

Nell’area relativa agli Stati Arabi, la partecipazione femminile alla sfera parlamentare appare in crescita, ciò malgrado il Medio Oriente e l’Africa del Nord siano ancora contesti deficitari se rapportati ad altre zone del globo. Uno dei grafici presenti nel report pone immediatamente in evidenza i progressi ottenuti dal 1995 ad oggi, registrando un aumento della presenza femminile in Parlamento del 13,7%. Tali progressi sarebbero da imputare all’interesse diffusosi a livello internazionale nei riguardi della trasparenza e della democrazia, principi imprescindibili per il progredire di uno Stato civile.

Lo strumento utilizzato per favorire l’elezione di donne in Parlamento è stato la cosiddetta “quota rosa”, difatti la soglia obbligatoria ha favorito l’ingresso e man mano l’ascesa di componenti politiche femminili. Il report sottolinea i progressi ottenuti in Giordania e Marocco, ossia gli Stati più “progrediti” dell’area da questo specifico punto di vista. In Marocco, ad esempio, a seguito dell’aumento dei seggi riservati alle donne – da 30 a 60 –, «la percentuale di donne iscritte alla Camera bassa è raddoppiata, passando dal 10,5% del 2007 al 20,5% del 2016». Citando ancora il report, in Giordania, dunque nell’altro paese con notevoli progressi, «nel 2016, le donne hanno ottenuto 20 dei 130 seggi della Camera bassa (15,4%) contro i 18 seggi su 150 (12%) ottenuti nella precedente legislatura».

Tuttavia, lungi dal ritrarre una situazione definita e compiuta, il report sottolinea l’utilità di un processo di educazione all’uguaglianza di genere ai fini della completa e reale inclusione delle donne nella sfera parlamentare, nonché politica in senso più generale. Ad oggi, gli Stati Arabi appaiono un’area che necessita di ulteriori progressi, attuabili sia attraverso misure tese a favorire l’inclusione, sia attraverso una crescita culturale.

Hanno collaborato: Rosa Ciglio, Elisabetta Elia, Valerio Santori, Rosa Uliassi

Edizione speciale di marzo 2017