La “casta” e il popolo che la condanna, due mondi destinati a restare contrapposti nei secoli. Partiamo dall’ultima ricerca di YouTrend/Quorum, dal titolo “Tra piazza e palazzo. L’Italia nelle opinioni dei cittadini e dei parlamentari”, e proviamo a capire perché in Italia l’odio per partiti e governi è diventato un’abitudine.

«Spesso la nostra narrazione non risulta al Paese e le carezze che ci fa l’establishment, compresa parte dell’informazione, ci fanno velo sulla realtà.»

Pierluigi Bersani, all’indomani della clamorosa sconfitta del PD alle comunali romane, descriveva così le difficoltà del suo ex-partito nel rendersi credibile al proprio elettorato. Due mondi paralleli destinati a non toccarsi, quello di sopra e quello di sotto, dalle quali collisioni sempre più spesso si producono shock elettorali.
Trump, l’emersione dei Cinque Stelle, la Brexit. Quando il popolo si pronuncia, da qualche tempo lo fa col tono sincopato della breaking news, del titolone. A tal punto che dietro al voto spesso si cela, sommersa da altre migliaia di motivazioni ben più consistenti, anche una certa voglia di stupire.

YouTrend ha provato a quantificare, con una ricerca qui consultabile, i “gradi di separazione” tra “casta” e cittadini, sottoponendo in contemporanea le stesse domande a campioni rappresentativi delle due categorie.

Le opinioni di politici e cittadini comuni non sono totalmente divergenti, ad esempio in quanto ai problemi prioritari del paese entrambi indicano la pressione fiscale e la disoccupazione.
Le disparità di giudizio più consistenti si rilevano invece in materia di immigrazione e costi/fiducia nella politica.

Quanto alla tendenza anti-immigrazione l’Italia si allinea alla quasi totalità dei paesi europei: 7 cittadini su 10 hanno dichiarato di ritenere l’immigrazione un problema abbastanza o molto grave, mentre fra i parlamentari lo hanno fatto solo 4 su 10.
L’Europa inoltre viene vista come dannosa sempre da circa 7 cittadini su 10, mentre la percentuale cala quando ad esprimersi sono i parlamentari (5 su 10).

Il dato che però stupisce maggiormente è quello relativo ai costi della politica: nessuno dei parlamentari intervistati ha indicato questi come un problema prioritario del paese, mentre fra i cittadini comuni l’hanno fatto circa 3 su 10.
Ovviamente anche la valutazione dello stipendio considerato “adeguato” per un parlamentare (al netto delle spese d’ufficio) differisce molto nei due campioni: la media delle opinioni dei cittadini è di 2.894€, mentre per i parlamentari il giusto stipendio è di 5.574 €.

Quest’ultimo mi sembra il dato più interessante, da analizzare attentamente per non cadere nella trappola del populismo anti-populista. Se per populismo si intende infatti la propaganda semplificata e semplificante per produrre posizioni di vantaggio politico, direi che bollare il sentimento “anti casta” come mero artificio retorico di questo o quel partito sia alquanto populista, specie in un paese in cui per decenni i partiti sono stati non solo fulcro della politica, ma anche filtro culturale del quotidiano, dagli enti assistenziali fascisti ai tentativi (riusciti) di radicamento nella società di comunisti e democristiani nel secondo dopoguerra.

Secondo il rapporto annuale Demos, Gli italiani e lo statonel 2016 solo 6 intervistati su 100 hanno dichiarato di avere molta o moltissima fiducia nei partiti, le istituzioni meno amate. Al penultimo posto troviamo il parlamento (11 ammiratori su 100), e subito prima i sindacati CISL-UIL e CGIL (circa 15 su 100).

La constatazione di Bersani sopracitata viene meglio definita da questi numeri, e risulta ancora più grave se si pensa che proviene dal vincitore delle ultime elezioni politiche, insomma dal più recente depositario della fiducia dei votanti.

Ma per provare a comprendere in maniera leggermente più profonda del solito il sentimento “anti-casta” non mi rifarò solo a rilevazioni quantitative, ma a Karl Popper, e al suo La società aperta e i suoi nemici. Qui Popper prende di mira Platone (sì il filosofo greco), con un’accusa che al primo sguardo potrebbe sembrare bizzarra: Platone sarebbe colpevole di aver deviato la concezione della politica ponendo alle sue radici una domanda sbagliata, ovvero «Chi deve governare?».
Secondo Popper infatti la domanda giusta da porre alla base del sistema politico dovrebbe essere invece un’altra: «Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?».

In breve alcune differenze tra le due concezioni: mentre nell’ottica platonica il buongoverno può essere raggiunto solo con l’arrivo al potere di un laico messia, ovvero di questa o quella parte politica considerata “giusta”, “competente”, capace di produrre un cambiamento rispetto alla precedente pochezza, nell’ottica di Popper invece il buongoverno dovrebbe essere assicurato sempre e il cattivo governo sarebbe solo uno scomodo inframmezzo che le istituzioni sono in grado di correggere.
La seconda differenza è che mentre in ottica platoniana la politica la fa una determinata istanza singola (il partito, il governo, il politico, se volete la “casta”), nella concezione di Popper la fanno tutte le istituzioni della società, comprese quelle della società civile (i famosi “contrappesi” ma anche i sindacati insomma).

Ad avviso del professore, politologo e storico italiano, Giovanni Orsina, l’Italia dal suo passato recente ai nostri giorni è stata affetta da platonismo.
Dopo tangentopoli il laico messia fu Berlusconi, portatore di false promesse prima e di delusioni poi, che a sua volta metteva in guardia dalla presa di potere della sinistra, perché in quel caso il paese sarebbe caduto in rovina. Notare che l’avvicendamento al governo, dunque, avrebbe dovuto portare alla rovina o all’estrema felicità un’innumerevole quantità di volte durante l’ultimo decennio, mentre poi a governo insediato nessuna delle due possibilità si è mai verificata, ed il piattume è stato attraversato solo da qualche furtivo smantellamento del welfare. Nulla è cambiato affinché tutto cambiasse insomma, parafrasando Tommaso di Lampedusa.

Fino ad oggi il laico messia è stato Matteo Renzi, e in un futuro vicino sarà Luigi Di Maio o chi per lui, magari Salvini. Con loro tutto cambierà, almeno a parole, mentre il popolo non vedrà l’ora di cambiare loro, se le cose, come sembra, continueranno ad andare male per il paese.
Così siamo stati educati, siamo elettori-Zamparini, il famigerato ex-presidente del Palermo Calcio che faceva registrare record su record in quanto ad allenatori esonerati.
La squadra non va e pensiamo a cambiare l’allenatore, non le strutture. Non investiamo nei nostri giovani, alla ricerca di talento. Non ristrutturiamo lo stadio.

I sindacati, le manifestazioni di protesta e le associazioni apartitiche col tempo si sono ritagliati un consenso piccolo quanto il loro peso effettivo. A ballare ci sono soltanto i parlamentari, e i governi. Se le cose vanno male con chi altro prendersela?

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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