Si chiamerà Geulat Zion e sarà la prima colonia totalmente nuova ad essere costruita da Israele dopo 25 anni. Lo ha annunciato Benjamin Netanyahu giovedì 30 marzo, spiegando la volontà di creare un nuovo insediamento in Cisgiordania, a nord di Ramallah, la capitale provvisoria dell’Autorità Palestinese.

«Avevo promesso fin dall’inizio che avrei creato un nuovo insediamento. Mi sembra di aver preso l’impegno a dicembre e oggi lo manterrò. Ci saranno maggiori dettagli a questo proposito tra poche ore», ha dichiarato il Primo Ministro prima di entrare in consiglio di sicurezza per discutere del progetto. Un progetto pensato come “risarcimento” alle 40 famiglie di Amona, la colonia illegale non lontana da Gerusalemme, costruita sopra terre private palestinesi e sgomberata a febbraio a seguito di una sentenza della Corte Suprema.

Queste famiglie sono le prime ad aspettarsi che il progetto vada a buon fine, soprattutto perché il governo si è impegnato fin da subito a trovare una soluzione alla loro situazione: «Il vero test sarà se effettivamente saranno costruite le case e se questa decisione prenderà poi forma oppure, Dio non voglia, rimarrà solo sulla carta. Noi monitoriamo la situazione affinché nelle prossime settimane vengano effettuati i lavori». Il gabinetto di sicurezza, che ha approvato all’unanimità la costruzione del nuovo insediamento (ora dovrà essere approvato da tutto il governo), ha comunicato che saranno circa 222 gli acri di territorio a passare ufficialmente sotto la giurisdizione dello Stato ebraico.

Prima di procedere in qualunque direzione, però, Netanyahu deve guadagnarsi l’appoggio dell’alleato numero uno di Israele, la Casa Bianca, la cui prospettiva sulla questione dei territori occupati sembra non andare nella stessa direzione dell’estrema destra israeliana, ben rappresentata nell’esecutivo guidato da Bibi.

A poche ore dall’annuncio del nuovo progetto coloniale, lo stesso Primo Ministro ha informato gli altri membri dell’esecutivo di aver approvato informalmente una politica, richiesta in modo esplicito dagli Stati Uniti, che limiterà la nuova costruzione di colonie esclusivamente alle zone nelle quali già esistono insediamenti sviluppati. Come riportato da Haaretz, Netanyahu avrebbe giustificato il suo passo indietro dicendo che l’amministrazione Trump «è molto bendisposta, e dobbiamo prendere in considerazione le richieste che ci arrivano».

Non è la prima volta che gli Stati Uniti chiedono al governo israeliano di limitare le espansioni. Già a febbraio, attraverso un comunicato ufficiale, Donald Trump aveva mostrato preoccupazione e scetticismo sulla possibilità di creare nuove colonie in Cisgiordania:

«Per quanto non riteniamo che l’esistenza degli insediamenti sia un impedimento alla pace, la costruzione di nuove colonie o l’espansione di quelle esistenti al di là degli attuali confini potrebbe non essere d’aiuto per ottenerla»

Un messaggio poco gradito agli ultranazionalisti israeliani che speravano, al contrario, nel sostegno incondizionato del neopresidente nei confronti delle loro mire espansionistiche verso la Cisgiordania, occupata illegalmente da Israele dal 1967. Trump, infatti, ha eletto come ambasciatore in Israele il falco David Friedman, la cui prima dichiarazione è la volontà di spostare «l’ambasciata USA nella capitale eterna di Israele, Gerusalemme», lasciando presagire un chiaro appoggio al governo di Netanyahu nel rivendicare il diritto dello Stato ebraico su tutti i territori della Terra Santa.

Davanti all’improvviso e inaspettato ammorbidimento di Washington, immediata la reazione dei gruppi della destra israeliana, che si oppongono a qualsiasi ingerenza degli Stati Uniti sulla questione degli insediamenti. La Knesset Land of Israel Caucus, un’organizzazione che cerca di porre in comunicazione e in cooperazione la Knesset e i leader cristiani di tutto il mondo, ha scritto una lettera all’esecutivo israeliano, chiedendo a ciascun ministro «di opporsi ferocemente ai vincoli sugli insediamenti in Giudea e Samaria» poiché «non v’è alcuna giustificazione per un governo di destra per fare questo».

Le prossime decisioni su Geulat Zion saranno particolarmente importanti perché lo sgombero dei 200-300 abitanti di Amona ha monopolizzato i media e l’opinione pubblica israeliana negli ultimi due mesi, rievocando “traumi collettivi” come quello del ritiro dalla Striscia di Gaza, ordinato da Ariel Sharon nel 2005. Quando, a febbraio, è arrivato l’ordine di evacuazione dell’insediamento, decine di coloni si sono barricati dentro la sinagoga per opporsi al piano governativo, al grido di slogan come «Un ebreo non caccia un altro ebreo dalla sua casa» e ricevendo sostegno da centinaia di giovani ultrareligiosi provenienti dalle colonie circostanti contrari alla sentenza della Corte Suprema. Il mito della Grande Israele (dal Giordano al Mediterraneo) colora ancora i sogni di molti ebrei ultra-nazionalisti, non solo tra l’opinione pubblica, ma anche tra alcuni esponenti della fragile maggioranza di governo. Se Netanyahu ha promesso pubblicamente che il nuovo insediamento in Cisgiordania sarà il luogo destinato al ricollocamento delle famiglie di Amona, un’eventuale incertezza dell’esecutivo rischia di scatenare nuove proteste e indignazioni.

L’ONU, intanto, conferma la linea dura contro queste decisioni unilaterali, che violano il diritto internazionale e i diritti dei residenti palestinesi nella West Bank. Antonio Guterres, il segretario generale dell’ONU, ha commentato le intenzioni del governo «con delusione e allarme», condannando «ogni atto unilaterale che, come quello preso, minaccia la pace e mina la soluzione dei due Stati», ricordando che «le attività nelle colonie sono illegali in virtù del diritto internazionale».

Anche i rappresentanti palestinesi hanno commentato aspramente la notizia, non esitando ad accusare nuovamente la politica di Netanyahu «di colonialismo, apartheid e pulizia etnica». Accusa di apartheid, che qualche settimana fa era già stata formulata dall’ESCWA, organizzazione interna all’ONU, scatenando la reazione di Israele, ma anche polemiche interne alle stesse Nazioni Unite.

Rosa Uliassi

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