Si sono svolti dal 27 al 31 marzo, presso la sede ONU di New York, i primi negoziati che dovrebbero portare a un accordo vincolante per la messa al bando dell’arsenale nucleare mondiale.

La conferenza, programmata nella risoluzione 71/258 del 23 dicembre 2016, è stata presieduta da Elayne Whyte Gòmez, ambasciatore ONU del Costa Rica. È inoltre già in programma una seconda sessione di negoziati, che si terrà dal 15 giugno al 7 luglio.
La discussione è stata convocata a seguito di una votazione ampiamente favorevole espressa dall’Assemblea Generale il 27 ottobre 2016, che ha visto 113 voti a favore delle trattative per il disarmo, 35 voti contrari e 13 astensioni.

Da segnalare il voto contrario espresso da 4 dei 9 Stati in possesso di armi nucleari (Francia, Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti) e di tutti i paesi sotto “l’ombrello NATO”, tra cui quindi anche l’Italia, che li escluderà dai negoziati.
Voto contrario espresso sorprendentemente anche dal Giappone, Stato storicamente sensibile al tema del nucleare avendo vissuto le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, mentre altrettanto sorprendente è il voto favorevole della Corea del Nord, che però non ha comunque partecipato al tavolo di discussione in quanto ritiene di non poter rinunciare allo sviluppo di un sistema di difesa nucleare in risposta alle manovre di Stati Uniti e Corea del Sud, come dichiarato dal Ministero per gli Affari Esteri del paese asiatico.

Proprio l’assenza, quindi, dei paesi che hanno a loro disposizione testate nucleari rappresenta un ostacolo non da poco verso l’obiettivo del disarmo, nonostante l’appello di Papa Francesco che ha definito l’eliminazione totale delle armi nucleari «una sfida e un imperativo morale e umanitario», incoraggiando i delegati ONU a «lavorare con determinazione per promuovere le condizioni necessarie per un mondo senza armi nucleari».

Queste dichiarazioni vanno in senso opposto rispetto a quelle provenienti dagli Stati Uniti, dove l’ambasciatore ONU Nikki Haley ha definito “irrealistico” pensare oggi all’abbandono completo delle armi nucleari, nel timore di un attacco proveniente soprattutto dalla Corea del Nord. Addirittura lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nelle scorse settimane aveva espresso la sua volontà di ampliare l’arsenale nucleare statunitense in modo da rendere gli USA la più grande potenza nucleare del mondo, violando però i trattati che impediscono lo sviluppo di nuove testate.

Alla Conferenza di New York hanno partecipato più di 100 Stati e oltre 220 rappresentanti della società civile e del mondo accademico, ricevendo anche il sostegno di 3000 tra i maggiori scienziati del settore attraverso una petizione. In questa prima sessione sono stati delineati i principi e gli obiettivi generali dei negoziati, oltre alle misure legali da adottare e alle disposizioni istituzionali. La Conferenza ha inoltre ospitato due incontri informali tra esperti del Comitato Internazionale della Croce Rossa, accademici e organizzazioni non-governative, che hanno dato vita a un dibattito costruttivo che ha posto buone basi da cui ripartire quando, a giugno, sarà riconvocata l’assemblea. Solo allora si entrerà effettivamente nel merito di un nuovo trattato sulle armi nucleari.

Ad oggi, l’uso del nucleare è regolato dal TNP (Trattato di Non Proliferazione nucleare), firmato nel 1968 da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, e poi allargato fino ad arrivare ai 189 firmatari attuali. Il trattato si basa su tre principi: disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare. Tuttavia, non aderiscono al TNP, e sfuggono quindi dagli obblighi da esso stabiliti, alcuni paesi in possesso di testate nucleari come Israele, India, Pakistan e Corea del Nord (che firmò l’accordo nel 1985 salvo poi uscirne nel 2001).
È inoltre in attesa di entrare in vigore il CTBT (Comprehensive nuclear-Test Ban Treaty), firmato nel 1996, che vieterebbe lo svolgimento di test nucleari su qualsiasi territorio. Non è stato però ancora raggiunto il numero minimo di ratifiche perché il trattato possa entrare in vigore.

Gli stati in possesso di armi nucleari, secondo le ultime rilevazioni, sono nove. La maggior parte delle riserve, in quanto residui della Guerra Fredda, sono distribuite tra Russia (7.000 testate) e Stati Uniti (6.800). Gli Stati Uniti inoltre, attraverso il sistema di “condivisione nucleare”, gestiscono delle testate anche in altri paesi-NATO come Belgio, Germania, Turchia, Paesi Bassi e Italia. Gli altri paesi in possesso di ordigni nucleari sono Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord, ma nessuno di loro va oltre le 300 testate.

Questi negoziati si inseriscono quindi in un contesto di inattività, dal punto di vista della regolazione nucleare, di almeno 20 anni e rispondono alle richieste sempre più pressanti di diversi movimenti e reti anti-nucleare. La sensazione però è che, senza la partecipazione e la collaborazione delle maggiori potenze mondiali, la prospettiva di un completo disarmo sia sempre più lontana dall’essere realizzata.

Simone Martuscelli