“Welcome my son, welcome to the machine!” L’urlo di David Gilmour, nel 1975, penetrava debolmente attraverso la soffocante atmosfera futuristica di Welcome to the Machine, brano dei Pink Floyd. L’urlo disperato conteneva in se il tragico bilancio storico di un’epoca caratterizzata da un indiscutibile protagonista: la macchina. A cosa aveva portato quest’ultima? Ma soprattutto, a cosa porterà?

A cavallo tra ‘800 e ‘900, la meccanizzazione della produzione industriale riduceva ogni lavoratore a colonna di un sistema capitalistico dominato da un freddo materialismo borghese. Fin da quegli anni, artisti e scrittori hanno espresso in forme diverse il proprio urlo disperato rivolto alla macchina.

In una sua prima fase, questo rimase nascosto nel “nido” di Giovanni Pascoli. Attraverso un urlo dal tono tutto decadente, il poeta esprimeva nelle sue raccolte, un terrore misterioso nei confronti dello sviluppo industriale. Il fanciullino, alla costante ricerca di una ritrovata unione con la natura, esprime le sue inquietudini nei confronti del treno a vapore ne “La via ferrata”. Il mostro di ferro che penetra nella natura divorando le distanze esercita un fascino oscuro nel poeta, nella sua impossibile fusione con la natura.

Coevo con il poeta del fanciullino, l’estroso spirito di Gabriele D’Annunzio componeva l’altra faccia della medesima medaglia. L’esteta si arrendeva dinanzi alla macchina, vendendosi scopertamente per la sua celebrazione. È il caso del romanzo “Forse che si. Forse che no”. La macchina protagonista è l’aereo, mezzo del volo, nel quale il protagonista si cimenta come un moderno Icaro. L’esaltazione continua in “Maia”. Attraverso forzate analogie tra la società capitalistica e il mito classico, la macchina diventa strumento di realizzazione del superuomo.

Da questa, anche l’inetto di Italo Svevo subirà un’amara sconfitta. Il protagonista, infatti, è un malato di nevrosi, ma proprio questa debolezza si trasformerà in elemento in grado di smascherare le certezze inconsistenti che caratterizzano la mentalità del progresso. Nel Diario di Zeno, la macchina è rappresentata dagli “ordigni”, nella visione apocalittica che chiude il romanzo.

I lampi di Zeno si tramuteranno in una vittoria, almeno ideale, in Pirandello. La macchina protagonista di “Si Gira” è la telecamera. Dietro quest’ultima c’è un regista-filosofo reso insensibile dalla freddezza della società meccanizzata nella quale è inserito. Serafino continuerà meccanicamente a girare la manovella della sua macchina, anche nel momento in cui Aldo Nuti sparerà erroneamente l’attrice protagonista del suo film. Un essere totalmente distaccato, diventa così l’unica vuota soluzione dinanzi alla frenesia della società del progresso.

In questo tragico quadro, l’intellettuale fatica nel trovare una collocazione. Si massifica la produzione, e allo stesso tempo la cultura, nella “nuova barbarie” descritta in Auto Da Fè. Il Montale critico profeticamente annuncia la fine della libertà in un mondo dominato e controllato dai mass media. L’homo faber sotterrerà attraverso la macchina l’homo sapiens. Profetico sarà anche l’Ettore Majorana di Sciascia, che per quanto avesse fatto della scienza la sua ragione di vita, nasconderà un segreto timore nei confronti dei danni che il progresso può creare all’umanità.

Il motivo della cultura soffocata dal progresso si concretizza in “Fahreneit 451” di Ray Bradbury. Nello stato futuristico dello scrittore americano non c’è più posto per la cultura: i libri vengono incendiati. In questo tragico scenario, il protagonista riesce a trovare rifugio in un gruppo di intellettuali superstiti e nei libri salvati dai roghi.

Dinanzi ai “Tempi Moderni” rappresentati nell’omonimo film, persino neanche Charlie Chaplin si fermerà. Il mito del cinema muto rivestirà il ruolo di un operaio, nel suo continuo svolgere meccanicamente la stessa mansione. Il comico non rimarrà immobile dinanzi alla angosciosa realtà della catena di montaggio. Il suo discorso finale ne “Il Grande Dittatore” assumerà le sembianze di un nuovo urlo, un urlo di speranza rivolto all’uomo. Persino il muto parlerà.

“Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità ci serve bontà e gentilezza.(…) L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti. La natura stessa di queste invenzioni reclama la fratellanza universale(…)”

In conclusione, la macchina si è innegabilmente rivelata uno strumento di morte e distruzione, ma basterebbe un minimo di umanità a trasformarla nel sommo bene dell’ingegno umano.

Corrado Imbriani