Sono gli ultimi giorni per visitare la prima personale italiana di Jonas Burgert. La mostra dedicata all’artista tedesco e curata da Laura Carlini Fanfogna è aperta infatti fino al 17 aprile. Allestita nella Sala delle Ciminiere del MAMbo, presenta 38 tele del pittore nato a Berlino nel 1969, alcune di queste di dimensioni imponenti, come nei casi di “irh Schön” e “Luft nach Schlag”, entrambe 400 x 690 cm, altre di dimensioni più contenute, come quelle nella sala dedicata ai ritratti.

È un’occasione per scoprire un artista già ospitato da gallerie di rilievo come la Saatchi Gallery di Londra, che inserì Burgert nella collettiva The Triumph of Painting Part VI (2006). Il titolo della mostra, “Lotsucht/Scandagliodipendenza”, si riferisce a un elemento presente in più di un dipinto, ovvero lo scandaglio. Se il simbolismo di questo elemento è così evidente (l’occhio dell’artista che si immerge e scandaglia una realtà caotica) da rasentare la banalità, le composizioni, spesso affollate, mantengono invece un certo mistero che porta il visitatore a tornare sui quadri più complessi diverse volte.

La natura apparentemente caotica delle composizioni di Burgert ricorda in un certo senso l’atmosfera delle opere di Peter Buggenhout, anch’esse parte dell’ART City Bologna di quest’anno.

Sia in Buggenhout che in Burgert, artisti quasi coetanei (il primo è del 1963, il secondo del 1969) c’è sempre un nuovo dettaglio da scoprire. Se le sculture di Buggenhout ricordano, come riporta il sito della Saatchi che ha ospitato opere di entrambi gli artisti, macerie trovate sulla scena di un cataclisma, nei quadri di Burgert si ritrovano figure umane sopravvissute a un tale cataclisma.

Il verde quasi fosforescente presente in diverse opere, le atmosfere post-apocalittiche (le quali possono ricordare le tavole futuristiche di Enki Bilal) dell’artista esposto al MAMbo inducono a considerarlo un pittore che non potrebbe essere più contemporaneo, eppure certi dipinti trasmettono quel senso d’inquietudine riscontrabile in certi quadri di Magritte. Il paragone è azzardato, dato che il maestro belga otteneva un effetto simile impiegando un numero molto minore di elementi e mantenendo un maggior ordine compositivo (perfino tendente alla staticità) e certo altri accostamenti proposti, come il nome di Bosch, sono più sicuri. Eppure, una vicinanza tra i due pittori sembra esistere, almeno nell’utilizzo di elementi che, pur essendo realistici in sé stessi, sono volti ad ottenere una scena e un’atmosfera che sconfinano nell’onirico.

Si è forse anche in odore di simbolismo, eppure i simboli di Burgert (a parte lo scandaglio, così ovvio e ripetuto da risultare quasi una pedanteria da parte dell’autore) non sembrano rimandare ad alcun significato preciso e costituiscono un’allegoria vuota, secondo il termine usato da Walter Benjamin per riferirsi all’opera di Kafka.

Gradevole o meno, la mostra di Burgert al MAMbo è un’occasione unica per vedere le nostre ansie espresse da un artista contemporaneo, una possibilità in più di soffermarci su cosa significhi vivere in questi anni incerti di un secolo che, appena nato, già minaccia di essere simile al precedente in termini di catastrofi, disastri ambientali e crudeltà umane. Più la realtà diventa caotica e indecifrabile, più sembra essere necessario uno scandaglio, pure uno che si affacci timidamente e senza troppe speranze di comprendere, come sembra fare quello di Burgert in questa mostra.

Luca Ventura

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